Il volo
Strano (ma forse no) questo sentirsi a casa ad Addis Abeba.
Il sipario della città è irriconoscibile a chi è arrivato qui, una prima volta, negli anni ’90. Le luci vogliono raccontare di una contemporaneità urbana, mi appare come una tenda sfarzosa (almeno ci prova) a coprire un paesaggio di cui è meglio non sapere. A Matera, mi hanno spiegato, costruivano case come ostacolo per impedire che si potessero vedere i Sassi novecenteschi. Nascondere ciò che dà fastidio allo sguardo. La modernità di Addis (e di mille altre città del mondo) è diversa, ma il principio è lo stesso.
Viaggio supertranquillo. La Turchia mostra le sue aspirazioni di egemonia. Compagnia aerea impeccabile. Perfino i calzetti di ricambio e i gadget. Cibo buono anche in economica. Hostess belle e sorridenti. I voli recuperano i ritardi.
Daniela mi porta in aeroporto. La mia apprensione da check-in. E da controlli tutti virtuali. Dove finiranno i miei ritratti che una macchina mi dice di autoscattarmi?
A Venezia, gli agenti della finanza controllano random chi ha già scavalcato i controlli, aspettano all’ingresso dei duty (passaggio obbligato, imposto dalle leggi del mercato, che vive di tentazioni). Non mi fermano, ma bloccano una donna, vecchia e curiosa (la mia età per capirsi) con zainetto da scuole elementari, fascia sui capelli, ma anche cappelletto di lana, piccolissima, e piena di sciarpette colorate e l’aria fra l’incerto e il deciso, perduta ed esperta. Chissà perché hanno avuto voglia di fermarla?
Sensazione: moltiplicazione delle security. In treno, in aeroporto, per strada. Società della sorveglianza, società dell’ICE nordamericana. Le loro divise sono un lustrino da marines.
Suono e lampeggio ai controlli. Dico del mio titanio che sorregge la gamba. ‘Dipende da come sono tarati gli apparecchi’.
Naso in su a guardare lo schermo dei voli. Nemmeno mi accorgo di essere partito. Nemmeno mi accorgo di essere arrivato. Ci pensa un vento gelido a farmi capire che sono da qualche altra parte.
Certo non lo capirei dall’immenso aeroporto che mi lascia entrare in una città scintillante. Sono a Istanbul, credo che potrei essere ad Abu Dhabi, a Los Angeles, a Ciudad de Mexico, a Tokyo, a Delhi, a Sidney, a Vancouver…i non luoghi sono diventati luoghi. Tutti uguali fra di loro. Le stesse marche, gli stessi negozi, lo stesso lusso, gli stessi cibi, gli stessi commessi, la stessa gentilezza delle ragazze di Vuitton. Posso aprire un’osteria con tovaglietta a quadri rossi all’aeroporto di Chicago? L’aeroporto di Istanbul non è certo in Anatolia. Sono diviso, al solito: ok, questo è un mondo artificiale ed efficiente, ma è reale, solo che è ‘diverso’ dalle campagne attorno a Smirne o dall’entroterra del Caspio. Quale quello vero? Ci sono molte verità, non solo la nostra.
E poi in questo flusso irrefrenabile della gente del mondo c’è tutta la diversità che molti, troppi non riescono ad accettare nelle nostre città, ma in un aeroporto non mette nessuna paura: ci sono i pellegrini verso La Mecca con i loro piedi nudi e le loro vesti candide (le loro donne non mostrano il volto e trascinano i figli neonati), ci sono i sikh con i loro turbanti, neri altissimi in tute da jogging, ragazze bianche-pallide con capelli quasi trasparenti, vecchi con i dreads (Bob Marley è invecchiato), supermanager impeccabili e dalle labbra sottili, uomini in carrozzina, gruppi di turisti di ritorno dai safari in Tanzania che discutono della vita spirituale degli africani, giovani con le cuffiette senza fili piantate negli orecchi. Non ci sono banchi di informazioni. E dov’è il mio gate? Ci sono macchine di Ai (Ia) che te lo spiegano. Non potrò più corteggiare una ragazza dietro il bancone (mai fatto, ma avrei potuto farlo se solo avessi saputo come si fa), le dita servono per toccare uno schermo e non un capezzolo (non è la stessa cosa). Fare a meno dei contatti fisici, degli sguardi, della tentazione, della nostalgia. E dei baci, degli abbracci, delle carezze di esplorazione, di un invito: ‘Andiamo?’. Non funziona con una macchina.
Non mi fanno salire alla terrazza-lounge. Solo per business. Un po’ di sana lotta di classe, perderemo anche questa. Ma donano possibilità di ricariche e io scrivo di un uomo di 55 anni morto di freddo in Italia. Mentre mi tolgo il golf perché qui dentro fa caldo. Il tempo vuoto/pieno dell’attesa.
Cammino per quasi tre chilometri per raggiunge il gate F6B. Seguo una suora che ha l’aria etiopica. Cammina troppo veloce. Una coppia (lei con il velo) mi suona il clacson perché sono troppo lento. Per loro, ovviamente.
Al gate sento parlare toscano e allora azzardo un saluto. Vanno a Timkat, all’epifania ortodossa. Età media, la mia. Ma ci sono due ragazze di trent’anni e una si chiama Samira. Vengono da Lucca, da Piombino. Mi chiedono e allora racconto un po’ di Etiopia, un sapere oramai vecchio, ma sono contento di parlare di negus e islam, Lalibela e Addis Abeba. Lascio perfino i biglietti da visita. Sono contento che i turisti stiano tornando per l’ennesima volta in Etiopia.
Guardo un film con De Niro durante il volo, leggo Maaza e un antico diario sulla Dancalia. In realtà leggo poco. Guardo le gambe dell’hostess. Mi innamoro, inevitabile, di una ragazza alta e velata. E mi ritrovo ad Addis. È mezzanotte.
Tutto troppo veloce, aeroporto ‘nuovo’, colorato, bello. Potrei dire (lo dico): quando arrivai qui nel 1994… una ragazzina con maglietta siglata ICS controlla con un sorriso i passaporti, mette un timbro vistoso, ma non così ingombrante come trent’anni fa, scale mobili, bagaglio, controllo sticker (un’altra ragazzina), nuovi raggi ai bagagli. La terza ragazzina mi chiede qualcosa che non capisco. Poi afferro: ‘Drone?’. Si fida: ‘No drone’. Ora ti chiedono se hai con te un drone…
E poi il deserto. Esco fuori, nella notte con il clima di una primavera di Addis e non c’è nessuno. E dove sono finite le folle che aspettavano gli aerei? E ora dove vado? Scelgo di andare a destra lungo uno stradone, imbocco un bivio che scende verso i taxi. Guardo il sipario dei grattacieli luccicanti di Addis. E, alla fine della discesa, riconosco Kura. Ehilà, devo dirlo a C.. Kura! Che adesso azzarda l’Italia e in mano alza il mio libro attorno alla Dancalia. ‘Quanto tempo!’.
Cerchiamo la macchina, e ci muoviamo verso il sipario. Oltre la linea dei palazzi scintillanti, Addis ritrova la sua oscurità. Nessuno per le strade. Proprio nessuno. Buio silenzioso. Stradoni immensi. Non prendiamo la Bole, attraverso terra sconosciute. Dieci minuti. Solo le luci delle insegne degli alberghi sono illuminate. Palazzina condominiale. A. mi aspetta dietro la porta. Quarto piano. Casa. Una nuova casa. Come se non mi fossi mai mosso da altre case.
Riesco a leggere ancora due pagine di Maaza. Tutto qui.





