Alla domenica di Pentecoste è il giorno del viaggio nuziale. Un doppio viaggio nuziale. Bisogna avere il dono dell’ubiquità ad Accettura. Oppure la pazienza dei paesani. Bisogna scegliere quale viaggio intraprendere. Seguire la gente dei buoi o i ragazzi della Cima? Andare con i massari, con chi ancora possiede gli animali, ad accompagnare il cerro, lo sposo, il Maggio, oppure raggiungere i giovani, i ragazzi che, invece, vanno a prendere la sposa, la Cima, l’agrifoglio nella foresta di Cognato-Gallipoli? Un tempo, qui, si recavano i braccianti, i forestali, gli uomini che non avevano gli animali. Il viaggio della Cima è una baraonda felice. La scorta dello sposo, invece, ha una sua serietà rurale.
Il Maggio, lo sposo, oggi abbandonerà per sempre il bosco di Montepiano. Là, disteso su un prato, ha trascorso l’ultima notte.
La mulattiera fuori dal bosco
Ogni volta siamo indecisi. Non abbiamo la determinazione della gente di montagna. Vorremmo essere da ogni lato. E, ogni anno, ci promettiamo che sarà diverso. Che avremo tempo e attenzione o per lo sposo o per la sposa. Ma anche quest’anno così non è stato. Al mattino presto, seguiamo il corteo festoso della sposa. Arriviamo, perciò, in ritardo per il viaggio nuziale dello sposo. Ha già lasciato il bosco e sta attraversando la folla di chi è venuto da fuori a salutarlo. Ha imboccato la mulattiera verso il paese. Lo raggiungiamo che è ancora nel fango del sentiero.
Il viaggio dello sposo
Oramai comincio a conoscere il ritmo della cerimonia. Il fischio del vecchio che dà il via agli strappi dei buoi, lo scarto degli animali, i muscoli che si tirano, la testa che sbanda di lato, le grida degli uomini. So che urlano i nomi dei loro animali. So che le bestie capiscono. Ne vedo lo sforzo. I bovari manovrano le corde-briglie come un volante. Gli uomini alzano i bastoni. La fatica dei buoi è immensa. Il viaggio nuziale ha il senso della lentezza, delle catene che escono dai ganci, dei contrattempi, delle pause, del riprendere fiato. Oggi i buoi sono agghindati a festa. Sono ornati con fiori di campo, ginestre, rose rosse, mazzetti comprati dai fiorai del paese. L’immagine di San Giuliano fra le corna. Buoi sacri. Dagli occhi mansueti e rassegnati. Lo sposo scivola sull’erba, si incanala in fossi, obliqua quando attraversa l’asfalto. Una donna si spaventa dalla mole degli animali. Cercano di rassicurarla. Lei grida. Attorno è musica, festa, applausi, macchine fotografiche. Il viaggio è grandioso. Cerimonia antica. Con gli Iphone che moltiplicano per la rete il suo incedere. La discesa dal bosco di animali, uomini e alberi è stata arte di equilibrio e maestria.
La pastorale
Il pic-nic
Ora si rientra in un altro bosco di querce. Ginestre in fiore. I luoghi della festa non cambiano. Privilegio della tradizione. Su una collina, fra alberi giovani, si mangia. Il solito pentolone sul fuoco. Cuoce la pecora. Qui la chiamano pastorale. Anche il cibo di tutti ha sapori ben conosciuti. I riti hanno il dono dell’abitudine. Si stendono tovaglie sull’erba. Saltano fuori salami e formaggi. Il prete dice messa su un altare di pietra. Arrivano ragazzi da fuori e vogliono cambiare ritmo. Danzano tarantelle con i vecchi. Si intromettono. Ci sta il momento della distrazione. Si offre cibo e vino. I buoi si accasciano al suolo. Gli uomini riposano la loro fatica.
Il riposo dei buoi durante il pic-nic
San Giuliano
Il cammino dell’albero
Poi il viaggio si fa serio. Lento. Possente. I turisti se ne vanno. E’ pomeriggio. Ora è quasi solitudine del corteo. Ci si avvicina al paese. Bisogna girare gli alberi. Devono entrare fra le case dalla parte della ceppa. Altrimenti poi non sarà possibile lavorarli. Non sarà possibile innalzarli. C’è chi ha studiato le mosse del matrimonio. Chi è stato in coda per tutto il viaggio, ora entrerà in testa nel paese. Orgoglio personale. Segno per chi conosce le gerarchie. La manovra è lenta, complessa.
Poi ecco la strada di ingresso al paese. Drappi rossi e verdi pendono dai balconi, aspettano il corteo dello sposo. Colpi di petardo annunciano anche l’arrivo della sposa. E’ il momento dell’incontro, del vedersi. Il Maggio aspetta la Cima. Lo sposo, quasi con disattenzione, osserva l’arrivo della sposa. E’ in braccio a una banda di ragazzi eccitati. E’ lo sguardo di un minuto. Troppa confusione attorno. I buoi occupano il corso, odori pungenti nell’aria. La sposa balla sulle spalle dei ragazzi. Lo sposo è quasi sdegnato del baccanale. In realtà è orgoglioso della bellezza della sua compagna. I buoi camuffano indifferenza. Il viaggio è finito. Ora è tempo di pace. Le donne, da grandi ceste, offrono zeppole e vino. Si nasconde l’ebbrezza della fatica.
L’ingresso in paese
L’attesa della sposa
La gratitudine verso i buoi
I bovari, per un’intera giornata, hanno strattonato le loro bestie, hanno percosso le loro schiene con i bastoni. Adesso, questi uomini si chinano verso gli animali con occhi di gratitudine. Vedo un ragazzo che ne bacia il muso. Altri accarezzano il sottogola, grattano dietro l’orecchio, danna pacche leggere sulla schiena. Sussurrano parole. Il bue sta fermo, immobile. L’ultimo sforzo è il loro trionfo. Tirano il Maggio per altri cento metri, lo lasciano nella piazza del matrimonio. Passerà la notte vicino e lontano dalla sposa. Poi, i buoi liberi dal peso, si godono la festa. Tocca a loro l’applauso dei paesani. Corteo sotto gli archi delle luminarie.
Poi davvero il giorno è finito. Il cielo è notte. La gente del paese invade il corso.
Il corteo nuziale in paese
La giornata è finita
La fatica dei bovari ha ancora ore davanti a sé. Gli animali risalgono il cammino percorso. Devono tornare alle stalle, ai loro prati. Devono mangiare. Vedo il corteo degli animali incamminarsi sotto la luce rossastra degli ultimi lampioni. E poi scomparire nel buio.
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