Andrea Semplici
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Etiopia/Le domande di Hirut

Hirut, ragazza di campagna, ha 14 anni, a dare retta al certificato di battesimo. Non esiste una registrazione a un’anagrafe: questa è l’Etiopia lontana dalle città. E’ terra dove si ara con un aratro a chiodo, spesso tirato da una donna e guidato da un uomo. Dove si accende il fuoco con la merda delle vacche. Dove si dorme per terra, stesi su una pelle di mucca, in una stanza comunitaria. L’Etiopia rurale è distante appena un chilometro dalle nuove strade asfaltate costruite, in questi anni, dai caterpillar cinesi. L’Etiopia, a leggere statistiche, è un booming country. I suoi dati economici sono un’impennata. La modernità è atterrata con forza su questi altopiani. Non so se Hirut se ne è accorta: lei è felice perché è stata appena ammessa alla quinta classe. Un successo per una ragazza cresciuta in un villaggio disperso dell’Arsi, regione a Sud di Addis Abeba.

L’Arsi è terra celebre: qui sono nati quasi tutti i campioni etiopici del gran fondo, questa è la regione dei runners, di Hailè Gebreselassie e delle sorelle Dibaba, star dell’atletica mondiale. E la sorella maggiore di Hirut, Mestawet, era stata selezionata per gare pre-olimpiche quando fu rapita da un gruppo di uomini: doveva andare sposa forzata a un giovane del paese. Questa è la tradizione del ‘telefa’, il rapimento e la violenza per costringere una ragazza a sposare un uomo non amato. Mestawet (questa storia è vera, come lo è quella di Hirut) non corse più le lunghe distanze, e oggi, ci raccontano, vende birra locale, va al pozzo a prendere l’acqua, cucina per il marito e ha messo al mondo quattro figli.

Hirut, quel giorno, era davvero felice della sua promozione scolastica. Ma non riuscì a festeggiare assieme ai genitori. Nel cammino verso la sua capanna fu rapita da sette uomini a cavallo. Gemechu, un giovane di 29 anni, se ne era invaghito, aveva cercato di pagarne il prezzo alla famiglia e di fronte al rifiuto della ragazza aveva deciso il rapimento e la violenza.

Hirut, prigioniera, viene stuprata. La storia poteva finire qui: a leggere un rapporto delle Nazioni Unite del 2009, il 62% dei matrimoni nelle campagne d’Etiopia è concordato dalle famiglie o dalla tradizione (e il rapimento è tradizione).

 

 

Ma Hirut riesce a fuggire, si impossessa del fucile abbandonato da Gemechu, viene inseguita, minacciata. E allora spara. Uccide Gemechu. E’ la sua condanna: per gli uomini del paese, Hirut deve morire. E’ il prezzo del sangue. La ragazza viene salvata dal linciaggio dalla polizia locale. Viene arrestata. Sarà processata. L’associazione delle avvocatesse per la difesa delle donne maltrattate si accorge di questa storia di campagna. Difende la ragazza. La protegge. La storia di Hirut diventa il simbolo di una resistenza. Per la prima volta, in Etiopia, viene sfidato il potere maschile della tradizione. Questa storia accadeva nel 1996, venti anni fa, il paese si era liberata da appena cinque anni da una tirannia spietata.

Un regista etiopico, Zeresenay Mehari, studi di cinema negli Stati Uniti, viene a sapere della storia di Hirut. Se ne appassiona e decide di farne un film. Impiegherà sei anni per poterlo realizzare. Alla fine arriva la co-produzione di Angelina Jolie. Ben si capisce: sua figlia Zahara è stata adottata in Etiopia. E Zeresenay gira il film nel suo paese, fa un buon lavoro, lo finisce nel gennaio dello scorso anno e viene subito invitato a decine di festival, ottiene riconoscimenti a Sundance. Miracoli di Angiolina, immagino: Difret (titolo del film, parola che sta per ‘coraggio’, ma anche per ‘vittima di violenza’) non scompare in qualche cineteca, ma approda nei cinema in mezzo mondo. In questi giorni, a Firenze, è programmato allo Stensen. Ma potete vederlo a Torino, a Genova, a Roma, a Padova, a Milano, a Salerno…

La fatica dei bambini. Trasporto dell'acqua
La fatica dei bambini. Trasporto dell’acqua

 

La storia di Hirut era già stata raccontata da un bel documentario di una videomaker inglese: Schoolgirl killer di Charlotte Metcalfe. Venne girato nel 1999, mentre il processo era in corso. Certamente Zeresenay lo ha visto. Charlotte è felice del successo di Difret, ma non nasconde l’amarezza per non essere ricordata in nessuna maniera. Difret, come il lavoro di Charlotte, racconta la lotta di Hirut e di chi la difende contro un intero sistema sociale.

Meaza Ashenafi, avvocatessa ad Addis Abeba, co-fondatrice dell’associazione delle donne legali, difende Hirut. Si batte contro la tradizione e contro il ministero di grazie a giustizia. Lei stessa, in Etiopia, è fuori dalle regole: non è sposata (e sua madre non se ne dà ragione), non cucina, vive sola.

La madre del ragazzo ucciso è all’altro filo della storia: ‘Mio figlio non ha fatto niente di inusuale’. Il padre pretende il sangue della ragazza e ripete: ‘Lo chiede la tradizione’. Il consiglio degli anziani, riunito sotto il grande sicomoro, solo uomini, decide che ci sarà una compensazione in denaro e bandisce la ragazza dal villaggio. La madre di Hirut, per prima cosa, dice: ‘Abbiamo dovuto vendere il nostro bestiame per pagare il prezzo della morte del ragazzo’. Il padre esita prima di firmare, con il pollice, le carte dell’avvocato: ‘Mi metterò contro l’altra famiglia’, osserva a bassa voce. Sa bene che rifiutare la figlia a un pretendente è un’offesa, un oltraggio da punire. Il rapitore della sorella di Hirut spiega senza lasciare spazio a incertezze: ‘Un uomo rapisce quando è innamorato’.

Alla fine, una giustizia vincerà: la ragazza è libera, è innocente e non è pentita. Hirut sussurra davanti al tribunale: ‘Non sono triste per aver ucciso quell’uomo. Era il mio nemico’.

Nel film si intuisce che questa storia ha fatto persino cadere il ministro della giustizia.

La strada per l'Arsi
La strada per l’Arsi

 

Sono di parte. Ho visto questo film al mio ritorno dall’Etiopia. E’ stato il mio modo di rientrare in Italia e rimanere appigliato a quel paese. Conosco i gesti del film, ne intendo il significato, so il sapore della ‘njera, intuisco la forza della tradizione, vedo le bardature dei cavallini dei rapitori e ne riconosco le appartenenze etniche. Ammiro i paesaggi solari e immensi dell’altopiano etiopico, i campi di teff, gli orizzonti che non hanno confini. So dov’è l’ufficio delle donne avvocato. Vedo la città e capisco il disorientamento di una ragazza di campagna non appena approda ad Addis Abeba. Difret è un film didascalico e commovente, elementare e bello. Non so se Zeresenay si è ispirato al documentario inglese o da altro (la ‘prima’ di Difret al Teatro Nazionale di Addis Abeba è stata interrotta da un provvedimento della magistratura richiesto, a quanto si legge in Internet, dalle stesse donne-avvocato, dalla ragazza protagonista della storia e dagli eredi di un altro avvocato. Una storia che non si capisce nei suoi dettagli), ma so anche che questo film è onesto, non usa trucchi, non ha compiacenze, non è hollywoodiano, ma etiopico. Zeresenay racconta. E descrive gli uomini e le donne di questa storia nelle loro contraddizioni. Non addita, non accusa, non condanna. E’ un film che, senza farlo, pone domande. E’ orribile la storia del rapimento e della violenza per costringere al matrimonio una ragazza. Ma questo esiste. C’è. Avviene. E non solo in Etiopia. In nome di una tradizione machista, feroce, crudele. Ma è altrettanto vero che, in questa stessa tradizione, c’è l’ospitalità. Meaza, l’avvocatessa, va a parlare con la gente del villaggio, è guardata con diffidenza, ma è un’ospite e non può andarsene senza mangiare. Sarebbe una maleducazione, un affronto. Bisogna mangiare quando si è ospiti. E nelle campagne etiopiche si mangia da un piatto comune. E il primo boccone deve essere portato alla bocca dell’ospite. La tradizione ha due volti, ma una stessa origine e forza. Il bene e il male assieme.

Hirut conquista la libertà. Su Internet trovo notizie contrastanti (non mi fido del web, non è la mia tradizione): nessuno sa dove sia oggi, qualcuno dice che lavora in una organizzazione per la difesa delle donne, altri sostengono che è scomparsa. Io, nei giorni di Addis Abeba, ho visto attenzione al destino delle donne. Vedo campagne pubbliche in loro favore. Ma so anche che la società, moderna e tradizionale, è machista e conservatrice. So che la frattura fra città e campagna è sempre più un abisso. So che il mondo contadino è investito dalla modernità. Ho solo domande da porre. Non ho alcuna risposta. Se non l’empatia per Hirut.

Sono certo che Hirut oggi sia una donna libera. Dovrebbe avere 34 anni. Non so, nessuno lo ricorda, quale sia stata la sorte di Mulatua, sua sorella più piccola. Il film finisce con un pensiero sospeso: Hirut non può tornare al villaggio, vede la sorella andarsene con i genitori e ha una tempesta silenziosa dentro di sé: ‘Non l’ho salvata. Anche lei verrà rapita’. Non so se questo sia accaduto o meno. Angelina Jolie ci fa sapere che, dopo la storia di Hirut, per dieci anni, non vi è stato alcun rapimento nell’Arsi. E dopo questi dieci anni?

Oggi c’è una legge che punisce chi rapisce le ragazze per sposarle. Dieci anni di carcere. Quindici se vi è violenza. Non so quanti processi vi siano stati da quando, nel 2004, se ho ben capito, questa nuova legge è stata approvata.

Meaza, l’avvocatessa, nel film, difende anche un’altra donna. Va in un cantiere edile e mette sull’avviso un uomo che picchia la moglie. Riguardate quella scena, spostate lo sguardo, date un’occhiata allo sfondo, al luogo dove avviene, alle persone che vi si muovono. E’ una ricostruzione perfetta di quando accade ad Addis Abeba, città di cantieri. Ci sono muratori al lavoro e ci sono donne. Il loro compito è quello di portare i pesi con una sorta di barella: devono trasportare le pietre, i mattoni di cemento, la sabbia per gli uomini che stanno costruendo il palazzo. La loro fatica, ogni giorno, è immensa. Pagata una miseria. Devono salire le scalinate delle impalcature in legno di eucalipto. Questo è il loro ruolo in un cantiere. Se non sono donne, sono ragazzi. Noi passiamo davanti. Ed è così.

 

Firenze, 26 gennaio

 

 

 

 

2 pensieri riguardo “Etiopia/Le domande di Hirut

  • Spero di vedere presto il film, ma so che non sarà così. Intanto grazie per la tua recensione e per l’amore (contraddittorio, ma sempre amore ) per la nostra terra. G

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    • Andrea Semplici

      Altro che contraddittorio….dura da trent’anni. Vedo se il film si trova in qualche dvd.

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