Pioggia d’estate a Quercianella
Un’ora alla stazione di Quercianella. Stazione senza capostazione. Stazione con macchinette per fare i biglietti (è già qualcosa). Al secondo piano ci abitano (la famiglia di un ferroviere? Le Fs hanno affittato il vecchio appartamento?), almeno c’è un po’ vita. Tutto sbarrato, ma anche ben tenuto. Qualcuno cura i giardini. Ma la storia della solitudine non si cancella. Non c’è un’edicola, non c’è un bar, ci sono porte chiuse dalle quali si intravedono relais e intreccio di fili. Ci sono poche tracce dell’antica stazione. Un’ombra su un muro, l’antico marchingegno luminoso che annunciava i treni da Livorno o da Grosseto. Una cornice vuota là dove era indicato il nome della stazione.
Il sottopasso, come sempre, mette senso di claustrofobia e di inquietudine.
Prima pioggia di estate. Quasi tempesta. Uragano vero a Firenze, a quanto sapremo poi.
Un venditore senegalese con il suo carico invenduto di cestini burkinabè. Si siede su un muretto, accende una sigaretta. Armeggia un po’ con la macchinetta dei biglietti.
Un rumeno (rumeno?) che non stacca gli occhi dal cellulare Samsung, manda messaggi, gioca e alla fine telefona. Aspetta.
Sull’altro binario quattro persone reduce dal sabato del mare.
Perchè non trasformo in bianco e nero foto scattate per il bianco e nero? E perché c’era un’ora di attesa, se non dovevo prendere nessun treno?
(Il riquadro grigio me lo ha fatto notare il fotografo senza macchina fotografica Massimo D’Amato)















