Etiopia/Schools of Danakil/1

In Etiopia i nomi ‘significano’.
Noi, in Europa, abbiamo dimenticato il significato dei nomi.

Le traduzioni, a volte, sono incerte. Non trovano le parole, i miei interpreti. Le cercano per spiegarmi: ‘Che venga rimborsato’. ‘Che gli venga restituito’. Cosa aveva in mente tuo padre, quando ha scelto il tuo nome? Che è Kassahun. Va bene, allora: Kassah, come ho sentito chiamarti, quale è il tuo credito? A me sembra che sia tu a dare ancora prima che ti venga restituito qualcosa: Kassa è maestro elementare a Karsawaat. Dancalia pura. Piana di Dodom. Uno dei luoghi infami, assetato, avvolto da un sudario caldo. Un postaccio, ai confini fra lava e terra sgretolata. Uno dei luoghi con i quali ho una relazione in qualche modo profonda. Un tempo vi erano solo le capanne sferiche degli afar, invisibili fra i cespugli impolverati di tamerici. Era un villaggio sparso. Disperso. In lingua afa, Karsawaat sta per ‘il luogo dei piccoli alberi’. C’è un grande uadi vicino. Qui si scavano pozzi. I dromedari vengono portati ad abbeverarsi. Un tempo, la gente qui (ma dove saranno i duemila abitanti di cui sento parlare da sempre?) allevava dromedari. Oggi ci si è arricchiti grazie ai turisti che, per ragioni incomprensibili ai vecchi afar, salgono al vulcano. Qui si prendono i dromedari e si pagano balzelli. E allora hanno costruito capanne per accogliere le soste degli occidentali mentre le guide trattano con il capovillaggio tasse e costo degli scout, dei dromedari, dell’affitto dei ripari. Il governo ha costruito anche un presidio sanitario e una scuola. Ci sono i soldati, qui. Il presidio sanitario è devastato dall’abbandono, la lamiere del tetto sono volate via, ci sono scatoloni di buste per potabilizzare l’acqua sventrate.

Anche la scuola appare abbandonata. Ai nostri occhi. ma non lo è. I maestri dormono su pagliericci in stanze di polvere. Un fornelletto per il caffè e niente altro. Kassahun viene dal Wollo. Dalle terre alte, duemila metri più in alto. Ragazzo musulmano. Ha un’aria bella, sveglia, reattiva. Vorrei chiederti, quanto guadagni? Mille e seicento birr? 80 euro al mese? Ogni quanto vai a casa,’ là, sull’altopiano, dove non c’è questo caldo senza pietà. Ci accompagni alla scuola: c’è una lavagna, due banchi con sedie senza spalliere, graffiti sui muri, polvere di terra a dare il senso che nessuno metta piede qui da anni. Qualche vetro rotto, d’altra parte a cosa servono i vetri?

C’è Asya, bimbetta furba. Sa cosa vogliamo. Lo sa anche Kassahun. E allora lei scrive l’alfabeto latino per una classe di turisti occidentali. La lingua afar è stata scritta solo quarant’anni fa, in caratteri latini. Ma sulla lavagna ci sono segni indecifrabili dell’amarico. Asya si esibisce scrivendo e leggendo lettere. A volte copia da quello che ha scritto sul palmo della mano.

Si aggrappa alle donne bianche, Asyia. ‘School material’ è il mantra di una richiesta ossessiva. Si devono essere dimenticati: ‘Give me a bic’ e qualcuno ha spiegato che ‘you, forenj,money’ non funziona. Asya insiste e afferra mani bianche, è fiduciosa che ce la farà ad avere una penna. Ma, poi, quando vede che ce ne andiamo, si arrabbia e pesta i piedi per terra. A cosa è servito il suo spettacolo? Kassahun deve andare a mangiare.
