Alessandria del Carretto/Frammenti

Padre Yusti è arrivato venti anni fa in queste montagne. Anche il suo villaggio, là in Tanzania, è terra di montagna, anche se si chiama Luale, ‘pianura’. Da sedici anni non torna al suo paese. Accadrà questa estate. Lo trovo in sacrestia. Le donne stanno pulendo la chiesa. Sta per arrivare il vescovo.

Dice: ‘Ringrazio di Dio di avermi mandato qua. Così sono sceso dalle nuvole e ho ridimensionato la filosofia che ci avevano insegnato in seminario. Ho trovato una vita reale, i problemi della gente. Una devozione vera, fisica, concreta. Sto bene qui, mi manca solo il lavoro con i ragazzi’.
E ancora: ‘Volevo fare il missionario. Sono stato accontentato: questo paese è la mia missione’.

Alessandro: ‘Il nostro santo è miracoloso’. La pioggia se ne va nel pomeriggio, lascia che i lavori avvengano in pace. ‘Visto, che ti avevo detto’.



Il giorno prima, presentazione del libro ‘Alberi e uomini’, nei magazzini di palazzo Chidichimo. C’è la gente dell’albero. La saletta è piena. Quasi tutti uomini all’inizio. Sono serissimi. Cosa devo raccontare? Ci provo: devo, in qualche modo restituire, quanto questo paese mi ha dato. Improvviso. La festa è ‘far parte’ di una comunità. Alla fine il paese mi sorprende: coccarda con il santo e un grazie scritto su una piccola pergamena: ‘La gente dell’albero ringrazia….’. E poi ‘…con mano assolutamente invisibile cattura e impressiona ogni anno le gesta degli uomini della pita’. …con mano assolutamente invisibile…mi piace, ho sempre la sensazione di essere un intruso in altre storie, di invadere le storie degli altri. Per una volta, forse, ho davvero ‘fatto parte’.

Zi’ Beppe firma il mio ‘diploma’ e mi offre formaggio immerso nel miele.

Gli uomini piallano il legno, lo rendono liscio, tolgono via i nodi, l’albero viene squadrato. C’è il rigo della linea viola: le mani di Beppe e di Giovanni che alzano il filo e c’è lo snap sull’albero che traccia la rotta per la lama delle motoseghe.




Paolo con la sua zampogna.

La forza per girare l’albero.





Fa freddo.

Un altro Beppe mi porta da suo padre e i suoi 94 anni. Già lo conosco, il più vecchio del paese. Salgo sempre sui gradini della sua casa per fotografare la processione. Vincenzo e sua moglie hanno festeggiato settanta anni di matrimonio. Le date sono lucide nella testa di Vincenzo: 27 gennaio del 1942, militare, c’era la guerra. Mesi e mesi a Trento, Livorno, Grosseto, Piombino. 8 settembre, a piedi per tornare a casa, nelle montagne della Calabria.
C’è il camino. Qua la legna sta fuori dalla cappa, ci si scalda con le braci.





Ora ci si sposa in agosto. Un tempo solo negli inverni. In estate c’erano i campi a cui badare. Il grano da trebbiare. Solo in autunno inoltrato, dopo la semina, ci si toglieva dagli impicci.

Il padre di Vincenzo, nel 1907 se ne è andò in America. A Chicago, dove già stavano i parenti. Al paese la moglie aspettava un figlio, ma lui doveva andare. C’erano i debiti dei campi da pagare. Dodici anni lontano. Torna e il primo figlio è già grande.



Tutti hanno un soprannome al paese. Ne prendo appunti, ma scrivo male e non ho il coraggio di ricopiarli qui. Verrò ancora una volta. Solo per le storie dei soprannomi: mi annoto, perdonatemi, sciarapp (il babbo di Vincenzo che tornò dall’America e diceva di ‘stare zitto’), champions che è diventano Ciampino. E poi Rattcase, gli uomini della famiglia di Franco, che rappezzavano intonaci, così a occhio.
Si pulisce la piazza delle segature. L’albero è bello. Riprende a piovere. ‘Piove ogni volta che viene il vescovo’.



Poi la sera, rifugio a casa dei pugliesi. Casa colorata. Nuovi abitanti del paese. Minestrone e insalata. Per una sera, ci voleva. Arrivano Paolo e gli amici. Gridano dalla strada. In dieci in una stanzetta. Tavolo ikea, che si allarga e si rimpicciolisce. Le lampade fatte dal pediatra. Insomma il paese cambia, si trasforma, avrà una nuova vita. Non è storia da dimenticati questa. Margherita sta arrivando da Firenze. Domenica scorsa c’era Carluccio che si è fatto i suoi mille e ottocento chilometri per essere qui. E poi Franco, serissimo, con le mani sempre in tasca, che arriva dal Perù: ‘Che vuoi che sia’, mi dice. Compra libri per i parenti in latinoamerica. Lo guardo come guaderei un marziano: ‘E’ più lontano Milano’. Me lo conferma il ferroviere che fa in su in giù l’Italia: al passaggio a livello di Policoro il suo treno si è piantato per un’ora. Ma adesso qui è e domani riparte. E a Massimo si è rotta la macchina alla Rocca, ma qua è arrivato. Applausi.


Tre maggio, sant’Alessandro, oggi c’è da alzare l’albero. Piove, piove, piove. Franco appare in camicia e gilet. Lo guardo: ‘Mica vuoi far vincere lui’, mi risponde brusco prima che io chieda e indica la pioggia. Mi offre il caffè. Ha ragione lui: la pioggia smette. Al lavoro. E arrivano i cibi. Sorprendono le banane, frutto tradizionale di Alessandria? Ecco i finocchi, la sürr, la pancetta che a Oriolo si dice petturina. E chissà se lo scrivo bene.



C’è allegria nell’aria. Lavoro veloce. Fa freddo, ma arriva anche un sole a sorpresa. Bello. Molto bello. All’inizio conto solo nove uomini. Poi, gli altri. Colombe e collura appese alla cima. Via le pietre dalla fossa. Arrivano cassette di fave. La banda è in giro per il paese, i ragazzi con l’organetto si fanno un altro andare per il paese. Pronta la cassa dell’albero. Provo anche io con l’accetta. Un disastro. Lo rifarò quando la schiena si sarà sistemata. La cima è legata alla pita. Ettore mi dice che ho sbagliato il nome del ‘trapano a mano’ e quindi non oso scriverlo nuovamente. Beppino sale sull’albero, passeggia, lega ancora una colomba. Le forche sono pronte, comincia l’alzata. I movimenti. Una ragazza mi traduce e si corregge: lei è di Cosenza e capisce male il dialetto di queste montagne. Jamme ‘zinn, Beppino fa ‘il grido dell’albero’. Detta comandi e ritmo. Mi infilo fra le scale, le pertiche, le forche. Non c’entro niente, ma sto lì. Mi arriva lardo e formaggio. E’ un ragazzino a preoccuparsi per me: ‘Vieni fuori’. Ubbidisco. D’altra parte fra cento anni ci sarà ancora lui qua sotto.




L’albero è su. Dritto, oltre i tetti, oltre il campanile. Applausi. Si rinchiude la fossa. Il cielo si raggomitola. Ora può piovere. Il prete rinvia la processione. Tempo del pranzo. A casa della famiglia di Antonio. Attorno al tavolo, per la compagnia. Il novellame, la pasta al forno, le carne, il maiale, l’insalata con la cipolla paesana, il tiramisù, la macedonia. Tutti qui. Poi l’amaro da andare a cercare al piano di sopra.



Mi raccontano della mia coccarda. Simbolo degli alessandrini in America. Che mandavano soldi al paese. La navata sinistra della chiesa fatta con i loro doni. La statua della Madonna del Rosario, mi dicono, viene da là. Si facevano collette perché, se morivi lontano, potessi tornare al paese.





Alle quattro si prova di nuovo la processione. Il maresciallo tiene l’ombrello sulla testa del prete. Uomini e donne aspettano davanti alle porte. Con i dieci euro chiusi nella mano. Il santo passa, passa davanti a Tina Modotti. Passa davanti a Padre Pio. Si ferma a un passo dall’albero. ‘Alzato per lui’, mi aveva detto il prete.



Poi l’incanto. Giovanni senza voce. Confondo i nomi, non me volete. Correggete senza farvi problemi. Vedo passare bottiglie di vino agghindate con funghi e pane. Andare via a cento euro. Vedo conigli spaventati rimanere immobili sui gradini del sagrato. Fotografi che fanno le stesse foto da cento anni. E che sono bravi. Il santo che entra ed esce dalla chiesa a seconda dell’umore della pioggia. La gente non se ne va. Vuole l’incanto. Su un terrazzino, un ragazzo ha i fogli dei soldi in mano. Su un tavolinetto si mangia subito quello che si è comprato a cento e passa euro. Vado a godermi la piazza bagnata dal terrazzino della casa di Ettore. Giovanni mi dà la partecipazione delle sue nozze. Paolo e la sua zampogna onnipresente. Francesca che ci prova a gettarsi nell’incanto.




Fa freddo. Troppo per la mia schiena.
Ci provano i ragazzi a salire. Ma non hanno il mestiere. Fa buio.

Andiamo via prima che l’albero venga giù.

La linea del paese è una cometa nella notte del Pollino. Lo guardo da lontano. Dalla macchina che mi porta via. E’ bellissimo. E vivo. Ben vivo.

Complimenti, bellissimo