4. Frammenti di Lucania/Il gioco dell’alba

Alla fine è una sospensione. La notte e il viaggio sono una sospensione. Il camminare è in una terra parallela. Non so renderla un mondo normale, un quotidiano, un andare delle ore. Mi accorgo di aver sempre unito sospensioni e casualità, un filo che, per anni, aveva attenzione a non lasciare spazi vuoti fra di loro. Il filo non regge più. Ma il cammino verso Viggiano è una sospensione inconsapevole e casuale. Va bene così. Strani pensieri con il naso fuori dal sacco a pelo, un cielo di cemento, pilastri che lo sostengono, due ragazzi di spalle, sulla panchina ai miei piedi, guardano il buio della valle.


Il sonno interrotto dalle grida. Ci avevano avvertito. Sono i ragazzi di Viggiano. Alle due del mattino sanno dove trovarci. Arrivano con i tamburelli (non suonano molto bene), l’organetto, le grida, una danza troppo accelerata. Vogliono solo svegliarci. ‘Qui non si viene per dormire, si viene per vegliare’. Fa parte del gioco. Sbagliano il primo urlo: ‘Branda, branda’, con voce di gola. Confondono il gioco e il sacro con un gavettone da militare. Per fortuna le ragazze ci provano a ballare. Tre piroette. Le guardo da terra, da sotto in su, fotografo sapendo che non riuscirò a ‘fermarle’. Non mi interessa la buona foto, ma la cronaca di un risveglio atteso. Potevate sorprendermi, fare altro. Li riconosco: gli uomini e le ragazze di questa intrusione sono i ‘devoti di Villa d’Agri’, almeno sono quelli che stavano attorno alla loro, imponente centa giù a Bonocore. Abbiamo esperienza e resistenza, possiamo continuare a dormire. O fare finta. Arriva Giovanni con la sua zampogna. Dice: ‘La musica deve essere piacevole alle orecchie’. Sante parole. Comincia a soffiare nel suo strumento. Sì, ora il sonno si è sospeso. Mi tiro su ruotando sul gomito, non so farlo in altro modo. Ascolto il soffio solitario di Giovanni. Ho sempre promesso di andare a trovarlo e mai ci sono andato. Ora sta qui, addosso a noi, con la sua musica, usciamo dai sacchi a pelo, risaliamo i gradini, oggi i passi saranno pochi. E’ la domenica dell’alba, le ultime ore della Madonna Nera in montagna.


Conosco l’aria del santuario. I volti della stanchezza. Della preghiera. La fatica offerta alla Madonna. La notte insonne in dono alla Madonna. Altre volte ho visto questo popolo, lo stesso popolo, offrire il proprio corpo affaticato alla devozione. Da Polsi, là in Aspromonte, molti anni fa, alle chiese sotterranee di Lalibela, in Etiopia. Dalla trance sufi di Sheick Hussein nelle terre islamiche alle litanie barocche in qualche chiesa del Latinoamerica. Al Muro del Pianto e nelle vegli voodoo davanti a oceani africani. Si prega alla stessa maniera, allo stesso Dio. Perfino la Madonna mi appare la stessa, anche là dove non c’è. Avverto i suoi occhi, il suo sguardo, o, forse, non era così e ora mi viene da scriverlo.

Sto ai confini della piccola chiesa, quasi sulla porta, guardo, ascolto. In realtà sono nelle ore del sonno e questo tempo è davvero sospeso. Posso fare solo questo, non ho il dono o la dannazione delle fede. Ne sono avvolto, questo sì. La mia pelle ha fremiti, questo sì. Non allungo la mano per toccare il legno d’oro. La luce aranciata illumina le mura del santuario. Fa freddo. Due maglioni. La sciarpa. Le mani in tasca. Perfino un cappellino di lana. Vento che assomiglia a una tramontana. Corpi protetti dalle coperte rannicchiati, addossati alle pareti, uno contro l’altro. Entro nella chiesa. Due uomini sembrano guidare il canto. Uno accanto all’altro. Le mani in grembo. Il corpo che oscilla al loro canto. Hanno voci acute, belle, un lamento, una speranza, una malinconia, un pianto, una convinzione. Una felicità. Gli occhi d’acqua. Ricordo solo alcune parole: stella del mare, a te Maria….soldà d’Albania. Canti di altre storie. Storie di altri anni, altre suppliche. I due uomini hanno un foglio in mano, non lo guardano. Sanno. Queste sono le stesse notti di cento anni fa. Di cinque secoli fa. Loro sono gli stessi. Un uomo dorme in piedi appoggiato a una parete a fianco del confessionale. Altri si siedono attorno all’altare, la testa poggiata, una spalla contro il muro. Donne e uomini si sorreggono a vicenda. Bambini stesi per terra. La Madonna ha occhi accesi. Come lucciole. Ognuno di noi cerca di scambiare un sguardo con Lei. Mi accorgo di scriverlo in maiuscolo. C’è Vincenzo con la sua telecamera. Ci sfioriamo la mano in una complicità. Che non è della stessa professione. Ma ha il senso di una intesa: siamo qui. Non mi muovo, vorrei cambiare posizione. Non lo faccio. Vincenzo sa come muoversi e si mette nel mezzo. Io non ne ho il coraggio. Non so cosa posso fare e cosa no. A passi lenti uomini e donne entrano nella chiesa, si avvicinano alla statua, la sfiorano, si baciano la mano benedette dal legno. Ecco ancora Giovanni con la zampogna. Sta in piedi accanto ai due uomini che del canto, si parlano avvicinando le teste, appare un altro cantore. Adesso è un piccolo coro. Il canto sfiora la pelle. Alcune donne rispondono alla voce. Un controcanto.

Fuori il cielo è oltre la gamma dei colori. La croce è un’ombra. Luci artificiali. Luce del cielo. Linea che si arrossa. Volti sorpresi dal giorno che esita ancora un po’. Adesso conta il tempo. E il tempo corre. L’alba a un passo. Zampogne fra i tavoli del refettorio. Ultimo suono. Poi movimenti improvvisi. Più decisi. Bisogna svegliarsi. Cercare gli zaini. I canti si sovrappongono. Tutto accade in fretta. Molta gente sta salendo. Pellegrini della notte. Ombre che diventano uomini e donne. Cinte ed ex-voto si moltiplicano. Macchine votive costruite con il grano Cappelli. Cinte di orzo scuro. La natura, i campi cercano la protezione della Madonna. I cinti ballano sulla testa degli uomini. Una donna con gli anni su di sé ha un copricapo di fiori sfolgoranti. Si fa fotografare con piacere. Gli uomini danzano al suono di una ciaramella. Non voglio fotografare. Adesso sono apparsi i fotografi. Le cinte sembrano avere ali. Ruotano su loro stesse. Torri mobili. Diventano trottole. Hanno fretta, frenesia sacra, qualche apprensione. La campana. Chi dà il via? Il sole non è sorto. E la Madonna Nera è fuori dalla chiesa. Ondeggia sul sagrato, naviga sopra le teste degli uomini. Uomini scuri della notte, lei accecante nel suo oro. Davvero, non ho il dono delle parole. Ha ragione Simone: cammino silenzioso. Il canto come il silenzio.

Gli uomini hanno davvero fretta. La discesa verso il paese è quasi una corsa. Le cente ballano, sobbalzano, accelerano, frenano, ripartono. E’ un gioco di equilibrio in uno scendere veloce. Il corpo va indietro, le gambe si puntano a terra e sfidano una gravità. Tornanti. Pendenza. E’ una discesa spettacolare. Da funamboli. Centinaia e centinaia di pellegrini che vengono stupiti dall’alba mentre a passo di corsa accompagnano la Madonna. Stendardi rossi. Un’occhiata verso la piana della Val d’Agri. Il Centro Oli è ancora lì. Si illumina da solo. Cerchio bianco, metallico, nella pianura ancora scura di ombre. Sta pompando nuovo petrolio da pochi giorni. E’ stato fermi per mesi. Qui, fra questa gente, questi fedeli, ci sarà qualche sindaco che si chiede: ‘E come faremo l’anno prossimo senza i soldi del petrolio?’.


Stazioni della via crucis. Ecco, il cancello che separa il sacro dal pianoro degli ambulanti, il camion-porchetta ora sforna bomboloni e cornetti. C’è sempre la donna rumena, veloce come una marionetta senza fili. Un prete in veste bianca guida i portatori della Madonna. Lontano dalle bancarelle. Lontano dal mercato. Lontano dai caffè. Conduce un drappello di fedeli nella conca del piano Bonocore. Un piccolo avvallamento. Confine fra bosco e pietra. C’è un altare di sasso. La Madonna trova la sua sosta. Ancora litanie, preghiere, Maria, Regina dei Lucani. C’è una strana fretta nell’aria di questo mattino. Perfino la preghiera mi appare accelerata. La processione ha ancora dodici chilometri davanti a sé. Là, al paese, c’è la piazza, i sindaci con la fascia tricolore, i vescovi con gli abiti immacolati. I discorsi e gli applausi. La preghiera e i microfoni. Il palco e il paese.


Là non andiamo. Il viaggio, il nostro viaggio, è finito. Così. Con il sole che è sorto con addosso l’autunno. Senza un finale, davanti a un buffo impianto di scivolo, che avrà avuto finanziamenti dal petrolio. Andiamo via senza trucchi, senza le ultime parole, senza un saluto, lasciando andare i portatori della Madonna Nera. Senza un pensiero. Senza voltarsi indietro. Senza nemmeno promettere un anno prossimo. Vi è chi promette e chi dice che non ci sarà un’altra volta. Qualcosa è accaduto. Un camminare provvisorio. Una memoria e un presente. Un segno, una traccia, forse un graffio, una cicatrice sotto i piedi, un sentiero lungo il corpo. Ricordate: questa è una storia del corpo.


Le nostre strade riprendono i loro cammini. Ci disperdiamo in un gioco di macchine, di impegni, di vita quotidiana, sono scappati i cavalli alla grande casa della Val d’Agri, bisogna andare a riprenderli, i peperoni sono di nuovo a seccare al sole, anche il grano cerca di asciugarsi, ci sono ospiti da accogliere laggiù ad Atena Lucana, da togliere la merda dei cavalli dall’ingresso. Bisogna cambiare di abito, indossare camicie, una doccia, il sonno per chi può permetterselo. Un camioncino verrà a riprendere Pietro e Cicirinella. Già, i due asini: non trovo il modo di salutarli, non mi viene il pensiero. Ora ne ho senso di colpa. Gli abbracci. Forse il desiderio di fermare il tempo. Questo è il miracolo della Madonna Nera.

Al sole, a casa di Francesca e Tazio, aspetto. Leggo i versi di Brassens. Un libretto di poche pagine. Sua nonna, se ho ben letto, era di Marsico Vetere. Questa volta copio su un taccuino rosso con buona scrittura:
A ogni donna pensata come amore/in un attimo di libertà/a quella conosciuta appena/non c’era tempo e valeva la pena/di perderci un secolo in più.
Valeva la pena di perderci un secolo di più/valeva la pena aspettarti sapendo che non saresti mai venuta.

Dopo qualche giorno, mi scrive Francesca:
Tra pastori e marinai, dentro è come fuori/I peperoni aspettano il sole e il vento per seccare/Il corpo non aspetta se noi non vogliamo/Respiriamo e non ci stupiamo che accade/E’ un attimo che ci appartiene, infinitamente/lungo per sognare…


Il mio passo lento, quasi immobile. Il respiro. Un passo, un respiro. Il cammino verso la Madonna.

Mi scrive Simone: ‘Grazie per il tuo passo costante’.
4. (Fine. Fine?)

Abbiamo camminato con te e con voi, abbiamo guardato e invidiato. Conosco quei paesaggi a perdita d’occhio,anche se dall’altra parte del vallo, conosco tanta gente che è stata lì e adesso che ho visto quello che ci hai regalato ho le idee più chiare.Conosco le faggete di quelle montagne dove ci si perde in tanti modi. Mi mancavano gli asinelli, bellissimi, sembrano quelli dipinti da Giotto.
anni fa, dopo una camminata/perdita di ore in una faggeta non molto lontano avevo scritto, alla fine di agosto:
Sui rami è rimasto uno spolverio luminoso di foglie dorate/ ma nel sottobosco la nebbia accarezza i cespugli piegati con umide dita./ Ai piedi dei faggi/ e sono pennellate leggere sotto i tronchi argentati/ si addormenta malinconico / lo sbiadito tappeto dei ciclamini.
Grazie Andrea, per il sacro e per il profano. Ma forse il rosso luminoso delle file di cruschi è sacro come l’oro del mantello.Anzi, forse di più, dietro c’è un lavoro duro. Ti abbraccio, a presto, Lia
Ciao, Lia. Coincidenza come talismani. Se solo ci credessi ancora. La ragazza di San Rufo fra pochi giorni, dopodomani, sarà da voi. Sono già alcuni giorni. Abbracciatele anche per me.