Viaggio in Dancalia/I maestri di Karsawat

La scuola è a pezzi. Le lavagne sono poggiate per terra. Le sedie sono quattro bidoni sfondati di vecchi aiuti di UsAid. C’è un solo banco disossato. Non c’è ‘niente’ nella scuola di Karsawat, villaggio-crocevia di chi vuole salire al vulcano. Ci sono le mura, le scritte sulle pareti. Niente altro. La polvere della fetida piana di Dodom, tavolato di fango. Il villaggio si è come spostato: capanne di lamiera sulla sponda occidentale di un grande wadi. Così i fuoristrada dei turisti non s’insabbiano più. Leggi dell’economia. Ma i soldi del turismo (affitto di una capanna per mangiare, cammellieri, ‘diritti di passaggio’), all’apparenza, non hanno reso migliore Karsawat.
Ma non è vero che non c’è ‘niente’. Ci sono i maestri. Ogni anno li trovo qui. In stanzini-cubicolo dalle mattonelle bianche e malridotte. Hanno giaciglio stesi per terra nelle stanze di una clinica che mai ha funzionato. Ogni anno cambiano. Hanno sempre i cellulari in carica. Sono ragazzi dell’altopiano. Del Wollo. Di Dessiè. Musulmani. Sorridenti, hanno facce allegre. E credo che in questo ‘niente’ si diano da fare.
Spingo una porta e quasi urto una ragazza. C’è anche un ragazzo, seduti a terra, in due metri quadrati, c’è un piatto di ‘njera con pomodori. Dove hanno trovato i pomodori questi maestri? Mi accuccio anche io. La ragazza strizza un piccolo limone e mi offre questa leccornia, mentre fuori si alza ancora il vento di polvere.
