Andrea Semplici
A piedi

Il primo passo/Là dove l’Europa comincia…

All’inizio dell’Europa

(La regola che disattenderò dice:  ‘Una sola foto’. Per costringermi a scegliere. Io non so scegliere)

Là dove l’Europa comincia i ragazzi (non riesco a chiamarli ‘pellegrini’) lasciano scarpe, biglietti, foto, memorie, croci, ceneri, lattine di birra, rosari, medagliette, coccinelle. Scrive Enrico: ‘Dopo tanti giorni a misurare la terra col proprio passo, si domandano quale sarà, o tornerà a essere, da domani il loro posto nel mondo’. Non credo, sai, Enrico. Finale troppo facile. E poi questo non è un finale, è un inizio.

I ragazzi (e i non-ragazzi) si vantano, senza vantarsi: ‘Trentotto giorni a camminare’, dice un vecchio canadese. ‘Non sapevamo che altro fare ogni giorno’, aggiunge. Io mi perdo nel mare, l’orizzonte che si confonde in non-colore. E’ bellissimo. Guardo le piccole pile di sassi che in molti costruiscono sui confini della scogliera. Si lascia un segno, un tributo, un’illusione. Come sempre. Anche io lascio un centesimo trovato per terra. Vi ero molto affezionato, lo confondo con altri sassi.

Sul ciglio del dirupo una pietra tiene fermo un bigliettino. Come un invito a leggere. Mi avvicino con cautela, non dovrei essere qui, là sotto c’è il vuoto e l’oceano oggi è accogliente. Vedo il mio corpo volare, spezzarsi sulle pietre, ne vedo la libertà. La testa che arriva fino alle onde e ha un sorriso. Chiudo gli occhi per scacciare le vertigini. Il biglietto è in italiano. Mi sento indiscreto. Leggetelo voi. E’ firmato, è un messaggio diretto. Viaggiavano in due? Oppure l’uomo a cui Lorella si rivolge era da solo e doveva trovare quel messaggio? Non lo so. Ho la sfrontatezza, priva di pudore, di leggere anche io, di fotografarlo perfino, di scegliere questa foto da mettere qui invece della infinitezza dell’oceano. ‘La strada ti riporterà da noi’.

Me ne vado prima del tramonto. Non voglio vedere il tramonto. Però mi sono addormentato al sole.

Mi sono incamminato prima che il sole sorgesse: facile, alle otto e mezza è ancora buio. Un chilometro e mezzo (i primi passi) per raggiungere la stazione degli autobus. I bar chiusi. Un po’ di affanno. Pesa lo zaino. Una suora in attesa.

Poi le scogliere dell’Europa. Davvero, qui l’Europa comincia. Ed è una meraviglia. Il sole si alza con lentezza, cerca l’ammirazione.

Non dico una parola. Non chiedo. Mi allontano dai camminatori, loro fanno mucchio. Giro a caso per il piccolo paese. Avverto il peso delle zaino. Domani sarà tredici chili. E più. Alla fine, vedo un piccolo cartello giallo: Sonia…da lei devo andare.

E poi vado verso l’inizio del mondo. Il faro. Da quanto tempo volevo venire qui? Un tempo sognavo di raccogliere i luoghi dove la terra comincia. Un tempo sognavo molte cose, idee su idee, storie su storie. Cammino sul passo di un tizio della mia età. Tre chilometri e mezzo dal porto. Pini, eucalipti, scogli, piccole barche che passano lasciando una scia. So tutto di questo posto. C’è il giocoliere e l’uomo grasso con la chitarra, il cane, gli spiccioli lasciati nella custodia. Ci sono le ragazze belle come il mondo. Serissime. Sognanti. Guardano il mare. Mi piace essere qui.

Non è un diario. Ho questo pensiero: devo aver sbagliato festa. Sono tutti vestiti perfetti i ragazzi. Pantaloni ‘tecnici’, maglioncini termici,calzini variopinti, zaini leggeri (da 45 litri, ho scoperto in ritardo), aria ‘figa’, hanno cellulari che compulsano a ogni pensiero. Che ci faccio qui, vestito come nel Corso di Matera? In più sono belli. In più hanno regole. Distorgo il pensiero, fino a inventar parole: credo che guardino con commiserazione i ‘pellegrini’ che arrivano in autobus fino a questa bellezza. Insomma, pensano di aver ragione…

Io mi sento fuori posto. Aspetto la luna, mangio formaggio e pere su una panchina. Bevo un’altra birra.

Faccio qualcosa che non ho mai fatto: compro un ricordo (e penso: cinquanta grammi in più domattina). Per solidarietà con il pullman di pellegrini. Quante piccole felicità mi sono negato.

Non voglio andare via da questo sole. Cammino sul precipizio e prendo in giro le vertigini che sobbalzano dentro il mio cuore. Mi tolgo il maglione e cammino in maglietta. Mi tolgo le scarpe e salto di pietra in pietra. Guardo una ragazza, le sue gambe, la sua pelle. Occhi impigliati.

Saluto O Canario, il più sbilenco, solitario fra i bar perfettini. Sei tu il Canario? No, era il mio avo. Dai un soprannome, vuol dire ‘Canarino’, e quello rimane addosso alla famiglia. Mi piace il Canario, ci salutiamo tre volte oggi. Ha la barba disfatta e una camicia lercia. Non ho il coraggio di chiedergli: ci beviamo un bicchiere di vino. Però gli ordino i calamari e lui ne è contento. Una leccornia.

Sono stati dodici chilometri e mezzo e ventitremila e trecento passi.

Siamo in tre da Sonia, ma gli altri due se ne stanno silenziosi. Ma questo non è un diario. E’ un modo per nascondere i graffi. Chissà dov’è Lorella? Che non mi perdonerà.

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