Andrea Semplici
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Metti una domenica, il fragno

 

L’ultimo fragno (?) verso Occidente

La finestra della cucina si apre sul paesaggio della Murgia Materana. Territorio di pietra e antichi pascoli. È la pseudosteppa. Il nome scientifico mi appare ingeneroso: è un paesaggio ruvido e bello, ti accoglie e pretende rispetto.

Ignoranza: non immaginavo che su questo pianoro roccioso ci potessero essere grandi alberi. Forse qualche quercia superstite al centro di radure. E invece, grazie al Tam, il Tower Art Museum, prezioso museo materano, ci incamminiamo nella steppa murgiana alla ricerca di ‘cortecce monumentali’ e, appena scesi dalle macchine, ci fermiamo sotto una quercia, sotto un fragno. Una delle migliaia di specie di querce disseminate per la Terra. È l’avamposto del bosco di Lucignano.

 

‘Le querce abitano il nostro pianeta da 55milioni di anni – spiega Vito, nostra guida in questa mattina di dicembre – Ci hanno preceduto di oltre 54milioni di anni. Queste piante rappresentano la Terra’.  La Murgia è un confine per il fragno: qui si ferma la sua geografia, questo è il punto più a occidente della sua diffusione. Albero originario della Turchia e del meridione della penisola balcanica, è stato capace di attraversare l’Adriatico e trovare il terreno calcareo adatto alla sua vita italiana solo in Puglia e in Basilicata. Il viaggio degli alberi in una domenica che assomiglia a una domenica-domenica. Non accadeva da tempo. Cielo generoso, sole che scalda, fioriture degne di una primavera. Animo combattuto: camminare è piacevole con questo clima, ma i crocchi e le margherite lo sanno che è metà dicembre?

Sotto il fragno

Due cani allegri ci accompagnano nel cammino.

La masseria Selva Malvezzi

Leggo che il fragno (ma sarà maschile o femminile? Cosa vorrà dire?) non perderà le foglie. Non è vero in assoluto, ma così sembra. Hanno cambiato colore, questo sì: ora hanno il riflesso della ruggine, le foglie sono oblunghe, margini seghettati, mi appaiono diverse dalle querce che ho in mente, una questione di lobi. Due frango una accanto all’altra: le foglie della più piccola si ostinano a essere verdi; la più grande ha già scelto le vesti invernali.

Cammino agevole, antico stradello. Conduce alla imponente masseria di Selva Malvezzi. Questa famiglia materana ne divenne proprietaria nel 1683 e lo rimase per due secoli e mezzo. È una costruzione coraggiosa, una masseria-villaggio come ne sorgono molte nelle Murgie. Una storia antica. Un tempo finito. Cosa possiamo fare oggi con questi immensi edifici rurali? Selva Malvezzi è stata depredata, vandalizzata, ma è capace di conservare una sua bella austerità. Vasche da bagno metalliche fanno da abbeveratoio per vacche che ancora si aggirano per questo bosco. Apriamo il cancello, saliamo una rampa di scale esterne. Mi piace molto l’apiario, l’avucchiara: decine di rifugi per api, ne ricordo di simili in Maremma.

Abbeveratoi

Eccola, ai limiti di un campo arato, l’ultima fragno (di nuovo: maschile o femminile?) dell’occidente. Lo sa, questo albero? Ha provato a discendere verso la valle del Basento, ma i suoi semi hanno subito capito che non avrebbero trovato un terreno adatto a germogliare. Rimangono su questa linea di frontiera. Si affacciano. E aspettano. I contadini lasciavano alcuni fragni nelle radure arate: avevano bisogno di ombra per la loro fatica.

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