Appunti per una tournèe
Questo libro, partito da Matera e da Venezia, mi ha portato per dieci giorni nel Nord-Est italiano.
Mi piacciono le tournée. Forse perché, in tempi recenti, ne ho fatte due, e mi sono divertito molto. Una era ‘vera’: viaggiavo dentro un’orchestra sinfonica, e cambiavamo palcoscenici e letti ogni notte. Durò oltre un mese. E i musicisti erano tutti ragazzi sotto i diciotto anni. Fu straordinario. L’altra tournée era come questa: intermittente e lenta. Serate qua e là. Ci sono sempre sorprese durante questi viaggi. Ho in mente lost in presentation di Antonio Manzini.
Ci impregniamo di baccalà a Spilimbergo. Osteria ‘Al bachero’. Fagioli e cipolle. Amo questo posto. ‘Il paese è di destra’, mi avvertono. Mi smarrisco nella distesa che conduce al Duomo. C’è un gregge di pecore luminose di lato alla meraviglia della Cattedrale. Sono pecore risplendenti, pecore-mosaico.


Pordenone è casa. Ci arrivai cinque anni fa per Gioconda Belli e per un festival strano, bello e ‘diverso’. Si chiama ‘Dedica’ e il prossimo anno, trentunesima edizione, sarà a fine marzo, venite. Ci sono tornato più volte. C’è un divano rosso al centro della libreria QuoVadis? (con il punto interrogativo). Mi piace il punzecchiarmi con Claudio: potremmo fare una piccola compagnia di giro. Pratica e sogno. Pettinatore di nuvole e, di fronte, piedi ben piantati in terra friulana. Con Claudio dovremmo metterci d’accordo sui ‘tempi’. Amici da Udine, gli amici di Pordenone, la sorpresa è un materano che arriva a Portogruaro. C’è Luca. E tre ragazze sorridenti quasi in prima fila. Ci scambiamo promesse.
La nostra camera a Porcìa. Scopro un paese di acqua e pietra. Bello, molto.

Tour turistico. Scorro l’agenda dei ‘luoghi che vorrei vedere’ prima di morire. Certo, c’è Tristan da Cunha (avete qualche suggerimento?) e la Nuova Zelanda; il Paraguay e le terre di Misiones in Argentina. Non siamo mai stati ad Aquileia. Tempo di andarci. Giornata lucente. Quasi soli. Con il guardiano della basilica: mi chiedo cosa penserà in tutte queste ore gelide che passa in piedi all’ingresso della cattedrale. Ecco i mosaici, inseguo i pesci e i pavoni, accarezzo la luce che gioca con le colonne. Imponente. Troppo.
Passeggio per il cimitero militare, si trova alle spalle della chiesa. Ad Aquileia ci sono le pietre romane, le tracce di Attila, i longobardi (non so chi viene prima) e poi il balzo della prima guerra mondiale. Fu un ecatombe, rimangono croci di ferro. Valeva la pena? Ora ci sono i turisti e un bar dove si fabbrica cioccolato. Ne compriamo due tavolette. Provengono dal Perù e dal Nicaragua. Segnali di memoria irrimediabile.
La tournée si trasforma. A sera, il ristorante ‘Raggio di sole’. Nome cinese, ma in realtà si torna in Etiopia, in Eritrea. Ogni chilometro di questo andare è un varco verso il passato. Rimane lì, noi sappiamo che c’è anche un ‘domani’. Ottima cena abesha, kitfò, ‘njera, shirò…le dita che sanno di salsa, di Africa orientale, di altopiano. Le unghie unte. Nemmeno una forchetta in tavola, le mani hanno cinque dita, una in più. Riesco a far entrare Matera, Venezia e Addis Abeba in un tavolo africano a Udine. Sincretismi. Gratitudine per Marina.



Da Pordenone trasferta verso il Trentino. Val di Sella. Ho pensieri di malinconia. Giornata che risplende. Cielo azzurro e neve che cerca di resistere il più a lungo possibile. Realizzo uno dei miei desideri costanti: pranzare a Cima12, luogo di resistenza in/consapevole. locanda, taverna di Olle. Il suo menù è una pagina di taccuino scritto con la penna Bic. Oggi: risotto al teroldego…i due fratelli superano i settanta anni, tavoli affollati, operai della valle, vecchi dei dintorni, un quadro che raffigura Tex Willer dietro il bancone del bar e Clint Eastwood che occhieggia su una parete. Un pittore pagava così le sue cene, almeno questo immagino. Ho sempre la voglia di scrivere una guida ai ristoranti con il menù scritto a mano. È buono il risotto, insalata di cavolo verza, dolce alla ricotta. Dieci euro a testa. Felicità.

Meno otto gradi a Sella, camino accesso, la nuova caldaia funziona. Non ci sono tracce di Ginger. Le case della piccola valle di Prà dei Lenzi sono deserte, nessuna luce, silenzio assoluto, stelle nel cielo. Scricchiolio di neve sotto i piedi. Fruscio di foglie, cielo immobile. La perfezione.
Alba di nuvole rosse, il sole non si fa vedere, non riesce a scavalcare il crinale di Cima12 (questa volta intesa come montagna) ma lancia i suoi raggi. Cielo che vira sull’azzurro intenso e nuvole di fuoco. Generosa, questa mattina la valle.

Trento. La scoperta di via San Martino. Via che mai avevo percorso. È un luogo di tesori. Gioiosa la libreria Due Punti, un labirintico gioco di incastri, un cruciverba aereo e i libri…diciamo che non conosco l’80% degli autori che popolano la ragnatela degli scaffali, ti viene voglia di sederti e leggerli tutti, di esplorare cataloghi di case editrici minuscole, coraggiose, a me sconosciute. Ritrovo Lydie Salvayre che avevo incrociato il giorno prima a casa di Valeria, i libri di Passaggio in Dogana e di 66than02nd, se ho copiato bene. Compro un libro veneziano, sulle isole della laguna. Facile riempire la piccola libreria, gli amici trentini, Maya in prima fila, Dafne sempre più grande e bella, Gabriella discesa dalla sua valle, i magroni, Claudio e la sua Dancalia, il figlio di Gianremo è una sorpresa, Stefania e Danilo, sapevo che erano qui, ma non che fossero a un passo e lei comincia l’incontro, Beniamino con la sua macchinetta fotografica, grande. Arrivano Veronica e Dolly, dall’Emilia. Ne ho dimenticati molti, scusatemi. Già, Laura…Federico ha davvero letto il libro ed è superbravo. Mi diverto. Mi viene voglia di scrivere di questa libreria.

La mattinata di Trento prosegue sorprendente. Non so a chi sia venuta l’idea. A Laura, credo. Non mi aveva mai detto niente di questo luogo, eppure questa è una delle sue strade. Ecco, appare nella mia vita il Circolo dei Ridicoi, Reversi e Policarpi. Come? Tanti anni che vengo a Trento e nessuno mi aveva mai portato qui. Questa è la mia terra, la mia patria. Non vi traduco il nome, solo un indizio: i Policarpi hanno a che vedere con San Policarpo, santo di Smirne e infaticabile raccoglitore di storie bibliche. Non ho idea perché e come sia arrivato a Trento. Ma lo scoprirò. Insomma, un bel po’ di sgangherati, fra cui Jessica Rabbit che ormai ha ben più che cinquant’anni e c’è, grande protagonista, Franckestein Junior di Mel Brooks (voglio vedere i cuochi) dietro il bancone. A volte si avvicina ai tavoli. Oggi è giorno di baccalà. Arriviamo tardi. Forse è finito. Forse no. Ci sono tre porzioni. Poi gnocchi. Una polenta divina, un caos da mandrie al galoppo, qualche vecchio crepato, ragazzi con l’aria spavalda, clienti aficionados ed esperti che hanno conquistato il menù. Un buon numero di bevitori. Una meraviglia che mi commuove. Resistenza e resilienza. È felicità essere qui. Mi dicono di tornare ad ascoltare buona musica e a ballare.
Ecco, adrenalina e baccalà finiscono il loro effetto. I chilometri per tornare a Sella, la neve come paesaggio, la salita a tornanti fanno il loro dondolio. Come un bambino, in auto mi addormento. E cado in un altro mondo, dal quale vanamente Veronica, Daniela e Dolly cercano di svegliarmi. La mia svogliatezza è tranquilla. Il fuoco, il camino, il riscaldamento che funziona. Convinco perfino le tre donne a sedersi (e addormentarsi) per guardare ‘Casa Russia’, era da trent’anni che volevo rivedere Sean e il suo incontro di magia con Michelle. Già tre decenni orsono per me significava la possibilità di un futuro, dei miracoli. Già, un giorno arriverà una nave a Lisbona.

ArteSella con la neve. La donna invisibile diventa davvero trasparente. Vorrei raggiungerla. Sfiorarla. Mi piace l’inverno di Sella. Incoraggia la mia lievitazione. Mi devo preoccupare. Vanno via Veronica y Dolly, peccato, arriva Cesare, un colpo di bora. Ci sono i canederli. L’Italia vince la coppa Davis. Mi lascio andare, cammino.
Poi la tournée ha la sua fine. Ogni volta ogni gioco, ogni tentazione, finisce, cerco il suo sapore fra i miei denti e dietro ai miei occhi. Il sole domattina sorgerà ancora e a Sella non è mai un’alba come tante. Con fatica andiamo verso Verona. Città opulenta. Un tempo ero spesso qui, passeggiavo lungo l’Adige, salivo al convento dei Comboniani, mangiavo alla loro mensa. Una storia cominciata negli ’80 e finita negli anni Duemila. E non so ancora perché. Accade e quando te ne accorgi è troppo tardi per rimediare. Poi apparve anche Luigi, non ricordo come lo conobbi, forse erano le antiche guide all’Eritrea e all’Etiopia. Ecco, di quel libro attorno all’Eritrea dovrei davvero raccontare, credo che sia stato un inizio inatteso.

Torniamo qui alla libreria Gulliver. Un onore essere fra chi ne inaugura il salotto. Non sono in grande forma, c’è Luca, appare a sorpresa Stefania, questo è importante e poi si presenta Ginevra con Harry e anche questo è un regalo della tournée: Ginevra e Harry furono compagni di viaggio di un antico andare in Dancalia. Quanto tempo! E Verona mi ha aiutato a ritrovare, dopo quarant’anni, Gabriele e Giuseppe. Grazie, MaterVenezia.

Formaggio e una piccola salsiccia, nella cucina-libreria-salotto-ingresso della casa di Luigi. Trasgressioni in via del Pallone. Devo riprendere il mio diario ‘alimentare’, devo riacciuffare Marianna. Chiacchieriamo a notte, di fronte al vino. Una volta abbiamo dormito qui. Guardo la foto con le sue ragazze sui balconi di piazza del Campo durante il Palio di Siena. Quanti incroci: Africa, Nicaragua, Eritrea, alberi della Basilicata, MaterVenezia. Questa libreria è la mia memoria. La tournée è una macchina che trasforma il passato in un presente lento e dal buon sapore.
Nella notte non avrei dovuto dormire, ma lasciarmi cullare.



