Andrea Semplici
CinemaIn evidenzaItalia

‘Il tempo che ci vuole’

 

Il tempo che ci vuole

per Lorenza (Frenze)

Nei giorni della Mostra del Cinema di Venezia ho letto che l’ultimo film di Francesca Comencini raccontava del rapporto con suo padre Luigi. Ho subito pensato: questo è il mio film, io che i conti con mio padre non li ho mai veramente chiusi. Dovevo vederlo, ma come fare con un ginocchio spezzato e una ingombrante ‘steccatura’ della gamba sinistra. Sono venute in soccorso tre amiche cinefile. Così sono riuscita ad andare al cinema.

Incantata. Commossa. Affascinata. Colpita dentro via via che si dipana sullo schermo la storia di questo rapporto forte tra i due.

Qualche flash. Lei bambina (una ragazzina deliziosa) che ha paura del pescecane di Pinocchio e sbatte in terra il libro con le pregevoli illustrazioni di un’edizione superrilegata, e il padre (Fabrizio Gifuni) che cerca di fargliela passare. Lei, comparsa insieme ad altri bambini, sul set delle “Avventure di Pinocchio”, che resta abbacinata dalla fascinosa e affollata macchina-cinema guidata sempre con gentilezza e umanità dal padre, macchina-cinema che le entrerà da allora nel sangue.

Poi gli anni difficili della giovinezza di Francesca (con una bravissima Romana Maggiora Vergano), gli anni settanta che culminano col rapimento e delitto Moro, e per lei coincidono, come per tanti di quella generazione, con l’eroina. Una discesa agli inferi a cui il padre riesce a porre uno stop deciso, portando “di peso” la figlia a Parigi, e allontanandola da quella china distruttiva per “il tempo che ci vuole”.

“Prima la vita, poi il cinema”. Anche se detto in un altro contesto, è questo il principio che lui mette in atto e che salva la figlia, insieme naturalmente al cinema consumato negli studios parigini, come ha salvato lui, ragazzo infelice figlio di emigrati italiani in Francia che col cinema ha trovato la libertà. E qui si ribaltano i ruoli.

Lei ritrova sé stessa e rifiorisce, lui inizia a invecchiare e ad ammalarsi, ma è tempo anche di confessioni alla figlia. Se lei dice di non avere nessun talento, lui le confessa di aver combattuto film dopo film con un senso di inadeguatezza, di fallimento, ma se si fallisce, bisogna andare avanti e magari fallire meglio. E lei sceglie a questo punto la strada della regia, collaborando col padre, ma poi buttandosi sull’autobiografia, filone che invece il padre ha sempre evitato. “Tiprego di non chiedermi di vedere un film del genere”, dirà.

Quando si sono accese le luci, dentro di me pensavo con commozione, che bello sarebbe aver avuto un rapporto così con mio padre. Lui che la segue, da dietro la porta del suo studio, nell’andirivieni insoddisfatto di ragazza alla ricerca di sé, che capisce il suo cedimento al “buco”, e interviene immediatamente, anteponendo il recupero della figlia a qualsiasi altra cosa. Questo l’ho trovato davvero emozionante.  Ma le amiche cinefile non condividevano. Sintetizzo: “Figurati, un rapporto soffocante, non avrei potuto fare le mie scelte. E poi dov’era il resto della famiglia, la madre, le tre sorelle? Sappiamo bene che c’erano ed erano anche legate tra loro. Questoappartamento con solo loro due, perché?”.

Io cerco di controbattere che Francesca voleva “distillare”il suo rapporto col padre, per andare alla sua essenza, ripulendolo da interferenze. Non le convinco. “E poi, diciamo la verità – aggiunge un’altra – Gifuni ricorda più Aldo Moro che Comencini”. Stop.

Prendo la mia stampella e mi tengo per me le emozioni con cui il film mi ha avvolto.

 

**********************************************

 

Il tempo che ci vuole

per Donato (ho chiesto di poterlo ri/pubblicare, è apparso nel suo fb)

Altamura

Ieri sera ero appena rincasato, dopo una faticosa giornata passata davanti a un’opera di Gianni Roppo che Leonardo Santoro, mi ha fotografato, quando mi telefona Antonio Uàir Lomurno chiedendomi se ho voglia di uscire et andare al cinema gli dico subito: SI. E, dopo cinque minuti, sono in macchina con lui. Andiamo a prendere la “giapponesina” Agnese Fatou Giordano e ci rechiamo al Mangiatordi l’unico cinema rimasto ad Altamura.

IL TEMPO CHE CI VUOLE. Avevo sentito parlare della Francesca Comencini, una ‘bilancia’ come me. Il titolo parla da solo.

Ambientato nel periodo che mi porto addosso degli anni di piombo, (caratterizzato da lotte politiche e sociali, un padre e una figlia condividono la passione per il cinema.)La parte iniziale mi ha coinvolto, ma subito dopo inizio ad avvertire mal di stomaco mi manca aria vorrei scappare. Invece resto.

La Comencini Francesca è molto brava a tenere gli arnesi della droga pesante lontana dai primi piani. Come Rainer Werner Fassbinder mette un velo, un filtro tra il reale et il guardato. Empatica la scena dove il padre si dichiara suo angelo custode, ah se lo facessero tutti i padri dei ragazzi che si drogano, ah che salvezza.

Mi fermo et Vi invito a proiettare questo film nelle scuole perchè di droga si muore, si crea disagio sociale, le droghe vanno legalizzate, trimoni.

Mi sono sentito male con lo stomaco in rivolta così lascio alle parole di Gabriele Lingiardi, critico, la presentazione di questa carezza di una figlia al padre, una pagina che appare sul portale della diocesi ambrosiana:

” Seguiamo Luigi Comencini con gli occhi della figlia e, grazie a lei, arriviamo sul set di Pinocchio. La bambina si ritrova per sbaglio “in campo” e quando le viene chiesto di uscire dall’immagine corre verso l’orizzonte, ma sempre all’interno dello sguardo della cinepresa. Non le resta che nascondersi nel set, in una splendida sequenza che racconta bene il rapporto tra la regista e il cinema che la assorbe.

Luigi è l’autore della fantasia e un padre che crede nei bambini, nel loro pensare senza arzigogoli. Proprio per via della loro sincerità, lui li prende sul serio, quasi mettendosi al loro servizio.

Il film cambia racconta i difficili anni della giovinezza di Francesca, trascorsi nell’inquietudine, in una solitudine esistenziale che ha portato alla sofferenza delle dipendenze. La prospettiva si ribalta e la regista lascia che sia il padre a prendere la scena. Fabrizio Gifuni interpreta bene un uomo ora incapace di entrare in contatto con la figlia, nonostante ogni sforzo. La vita, che viene sempre prima del cinema (come dice Luigi in una scena), colpisce duro. Sarà poi il cinema a fare sintesi.

Senza anticipare un finale forse troppo pieno di simboli, ma anche deliziosamente sovraccarico di emozioni, sarà la visione di un bel film e il ricordo di quando Luigi salvava le bobine prendendole dalle Sale della Comunità a dare il senso: la bellezza unisce, è vita. La fantasia non resta in cielo, ma migliora il cammino sulla terra.”

 

******************************

 

Il tempo che ci vuole

per Rita (Matera)

Ho visto “Il tempo che ci vuole” di martedì sera, dopo un pomeriggio passato a salutare per l’ultima volta Saverio Petruzzelli, insieme ad amici e compagni ritrovati per l’occasione, e dopo aver addentato un panzerotto fritto e bevuto una birra, inno risarcitorio e banale alla vita che continua.

In quattro, con Rosa, Argenzia e Giovanna, amiche storiche, entriamo al Guerrieri (ex Cinema comunale) e comincia il film. Mi piace il set di Pinocchio del 1972, mi piace come si muove la bambina, la figlia del regista, mi piace il rapporto esclusivo tra padre e figlia, non mi interessa chi sia e dove sia il resto della famiglia. Più andiamo avanti e inizia il fastidio per quel racconto così privato di un rapporto esclusivo, che gli attori non sanno rendere; comincio a non credere a quello che vedo, provo fastidio per Gifuni che a tratti sembra Aldo Moro, per lei che trovo inespressiva e distante dallo spettatore. Cresce il fastidio, credo sempre meno a quello che vedo, il volo finale dei due protagonisti mi conferma che c’è un problema di regia in questo film, malgrado gli sforzi degli attori

Insomma, a questo film io non ho ” creduto”.

***********************************

Questo invece lo ricopio (e spero che non sia una colpa) dalla pagina Instagram di Marco Bellocchio. L’ho trovata condivisa sul fb di un amico.

In queste settimane seguendo da lontano per ragioni di lavoro il film di Francesca Comencini “Il tempo che ci vuole” (che invece avevo seguito molto da vicino in tutte le sue fasi di lavorazione) ho capito perché l’ho amato così profondamente. Un altro perché.

Perché “Il tempo che ci vuole” dà una risposta, a me personalmente, che nella mia vita non ho saputo dare. Nel film di Francesca il padre sa rispondere alla figlia mentre io non ho saputo rispondere a mio fratello gemello. E così la figlia si salva, mio fratello si uccide. È terribilmente semplice. Il padre, pur malato, si è opposto alla figlia che voleva uccidersi amandola, agendo nei fatti. Io non ho agito, non sono intervenuto per una mancanza di amore (con tutte le scusanti, questo ora non mi interessa). Perciò la geniale tragica risposta di mio fratello: “Marx può aspettare”. Il padre ha resistito all’odio della figlia, non l’ha affidata a una comunità, non l’ha fatta rinchiudere, non ha pagato uno psichiatra, le ha detto semplicemente: stai con me, non ti mollo più neanche un istante. E la figlia di fronte a una determinazione così affettuosa e severa (e priva di qualsiasi teatralità) si arrende e si salva. È un movimento raro senza ragionamenti che Francesca Comencini ha saputo rappresentare con originalità.

Ho visto tanti film nella mia lunga vita col lieto fine (nella mia giovinezza il lieto fine era sinonimo di falsità, di retorica. Una forma di propaganda di chi comandava. Il film doveva finire bene. La speranza, la positività ecc. ecc.). E “Il tempo che ci vuole” finisce bene ma è vero, è bello, non ha nessuna retorica. Ed è (miracolosamente?) positivo. Riabilita, ma non è il solo film che lo fa, il “buon messaggio”.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.