Andrea Semplici
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E, all’improvviso, Ryszard, John e Maria…

Forse Giandomenico ha lasciato quel piccolo libro proprio per me. È poggiato, copertina rivolta verso chi vi passa davanti, sullo spigolo di uno scaffale. Libreria Pangea. A un passo dal Duomo di Padova. Conosco il libraio. Fra pochi giorni, qui parleremo di MaterVenezia.

Esploro distrattamente i libri, avanti e indietro. Al solito penso: ‘Come fare a leggerli tutti?’. E poi: ‘Ma perché scriviamo?’. Davvero per finire su uno scaffale dove nessuno ti noterà fra mille altri libri?

La mia attenzione cade su una copertina con su uno scarabocchio rosso. Una piccolissima nota nel retrocopertina spiega che è un’opera di Olivia Vighi Zaghi, artista milanese. Ed è ‘cortesia’ di Guido Mannucci. Google mi dice che è un ‘teorico dell’arte’.

Titolo del libro: ‘Sul buon giornalismo’. Edizioni Universale Economica Feltrinelli.

Poi ci sono i nomi di due….già di due cosa? Non posso rinchiudere in una definizione né Ryszard Kapuścinski, né, tanto meno, John Berger. Due uomini che ho avuto la fortuna di sfiorare. Privilegio di giornalista. La curatrice del libro è Maria Nadotti. Sta a vedere…prendo il libro, so cosa cercare, guardo l’indice, riconosco il capitolo: ‘Ismaele continua a navigare’…so che è un’intervista, so che è uno dei momenti belli della mia vita, so che…ho scritto queste pagine nel 1999, un quarto di secolo fa. Lo ho scritte, in parte, in un albergo in una cittadina della costa marchigiana. Era Recanati? Forse no. Era Porto San Giorgio (credo). Il mare aveva il colore di un cielo baltico.

Dai, Maria, potevi avvertirmi. No, non sono arrabbiato. La casa editrice e/o mi pagò, credo, trecento euro. No, dovevano essere trecentomila lire, non c’era ancora l’euro, per quella intervista. Il piccolo libro uscì nella primavera del 2000, con il bel titolo, figlio di Ryszard: ‘Il cinico non è adatto a questo mestiere. Conversazioni sul buon giornalismo’. Ero felice di pubblicare qualcosa con la e/o. Non sono arrabbiato, Maria. Per una frazione di secondo mi viene da pensare che avrei potuto essere pagato di nuovo. No, dai…compro il libro, dodici euro, il libraio amico mi fa un piccolo sconto. Esco e sfoglio il libro camminando. Come faccio a spiegarvi che mi salta addosso una minuscola felicità. Devo essere scemo. Mi rileggo la mia intervista. Poi l’introduzione di Maria, riconosco il suo stile nel piccolo titolo delle sue pagine: ‘Avvicinarsi…’. E scopro che adesso vive fra Lisbona e Milano. Le invidio la città portoghese. Mi porti dei pastel de nata?

Maria

 

Maria Nadotti ci provò davvero a trasformarmi in scrittore. Ci conoscemmo alla Baldini & Castoldi. Un quarto di secolo fa, appunto. Io, allora, collaboravo gioiosamente con Linus, allora diretto da OdB. Maria era una collaboratrice della casa editrice. Provò a convincermi a scrivere: io le raccontai della periferia fiorentina delle Piagge. Scrissi dei ragazzi di quel quartiere, del prete che là viveva. Non so dove siano finite quelle pagine, non credo che allora scrivessi su un computer, scrivevo su una Olivetti. Ma forse mi sbaglio (infatti, mi sbaglio: le ho ritrovate, faccio acrobazie per recuperarle da antichi word, le rileggo, oh, cavolo, non erano male, non erano male…dovrò regalare una visibilità cartacea a queste brevi pagine). Maria le lesse e mi scrisse: ‘Vanno molto bene’. Non proseguii, peccato. Perché mi fermai? Paura?

Molti anni io e Maria ci incontrammo, ai piedi di un palcoscenico, lei stava prendendosi cura di John Berger. Mi riconobbe, le dissi: ‘Ricordi quando hai provato a farmi diventare uno scrittore?’. Lei sorrise: ‘E tu non volesti provarci’. Hai ragione, Maria. La mia ansia, fuggire quando qualcosa (un amore, un lavoro bello…) diventa ‘possibile’. Ma da Ryszard ci venni su tuo consiglio e grazie a te riuscii a passare con lui un’intera giornata.

Ricordo quella spiaggia adriatica, Kapu con il cappello e lungo cappotto, pensai: ‘Allora non è il superuomo che pensavo che fosse! Sembrava, lo aveva scritto Rumiz, un curato di campagna. Si stava bene con lui, con la sua tranquillità’. Andammo assieme al mercato, parlammo con le ragazza dietro le bancarelle, ci sedemmo in un caffè, andammo in camera e lui si stese sul letto e continuò a parare di Afriche, uscimmo di nuovo. Non ricordo come ci salutammo.

Alcune settimane dopo scrissi trenta pagine attorno a Kapu. Le mandai a Miriam, che allora dirigeva Terre di Mezzo. E le ne volle fare un piccolo libro: ‘In viaggio con Kapuścinski’. Ne ho ancora poche copie. Oggi rileggo: ‘Violai ogni regola del giornalismo (e del viaggiatore contemporaneo?) e rimasi con lui tre giorni. A non far niente: non fu un’intervista. Seguii la conferenza per la quale era stato invitato, mangiammo assieme, camminammo sulla spiaggia in cerca di legni dalle strane forme, passammo del tempo seduti al bar, andammo al mercato. Non so bene come avvenne, ma andò così. Ogni tanto parlavamo di quanto ci veniva in mente. Molto di Africa, è vero. È vero ci fu un momento nel quale tirai fuori anche il registratore, ma, se non ricordo male, non funzionò. Immaginavo di trovarmi di fronte Indiana Jones e, invece, ero assieme ad un signore timido e gentile. Dagli occhi sorridenti. Capii che se fosse stato diverso non avrebbe mai potuto scrivere quanto ha scritto: bisogna essere umili per raccontare’.

John

John Berger l’ho davvero solo sfiorato, gli ho stretto la mano, l’ho guardato sentendo crescere il mio amore per lui. Eravamo a Ferrara, al festival di Internazionale. Dialogava con lo scrittore nigeriano Teju Cole. Guardavo i loro piedi: John aveva degli splendidi calzini a righe orizzontali. Teju aveva lacci arancione per le sue scarpe nere. Teju lo fotografava sorridendo.

Ecco alcuni appunti di quanto disse John:

Sono vecchio. Molta gente attorno a me è morta. Io incontro queste persone che se ne sono andate. Scrivo con la voce degli altri. Sono andato a vivere in un piccolo villaggio perché volevo scrivere del mondo dei contadini’.

E ancora: ‘La speranza è la fiamma di una candela. È più visibile nel buio più profondo… Guardate l’abominevole crudeltà di cui l’umanità è stata capace. Tutto è cominciato quando siamo diventati incapace di considerare gli altri come noi. E abbiamo deciso che c’era un ‘loro’ e un ‘noi. Them and us.

In un solo momento John alzò la voce, c’era rabbia nel tuono che uscì dalla sua bocca: ‘Non è possibile che da sessanta anni si commettano ingiustizie contro il popolo della Palestina’.

Ryszard è morto il 23 gennaio del 2007. Quanto tempo! Il mio computer lampeggiò nella notte. Un messaggio, tre parole. Arrivava da Algeri. Da Laura, un’amica giornalista. ‘È morto Kapu’. Era notte, la campagna attorno alla mia casa era buia e silenziosa. Alle mie spalle, attaccato con una puntina, c’era il suo biglietto da visita. Uscii nel freddo.

Anche John Berger è morto di gennaio. Dieci anni dopo. Il 2 gennaio del 2017.

Maria, in questo libro, riprende una frase scritta da John: ‘…le nostre candele continueranno a bruciare, facendo quel che possono, senza di noi’.

 

 

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