Il senso della Groenlandia per il ghiaccio
Lo strato di ghiaccio si è formato l’anno scorso nel mar Glaciale. Da lì è stato spinto fra le Svalbard e la costa orientale della Groenlandia, poi verso sud intorno a Capo Farvel e su lungo la costa occidentale. E’ stato creato in bellezza. Un giorno di ottobre la temperatura si è abbassata di 30 gradi Celsius in quattro ore e il mare è diventato uno specchio. Aspetta di riflettere il miracolo della creazione. Le nubi e il mare si uniscono in una cortina di seta grigia e spessa. L’acqua si addensa e diventa rossastra, come un liquido di bacche selvatiche. Una nebbia azzurra di gelo si stacca dalla superficie e vaga sull’acqua. Poi l’acqua si rapprende. Dal mare scuro di freddo fa spuntare un giardino di rose, un tappeto bianco di fiori di ghiaccio formati da gocce d’acqua salata congelate.
Peter Hoeg ‘Il senso di Smilla per la neve’.

La casa è vecchia, sbilenca, inclinata dalla furia del piteraq, il vento della calotta polare, il terribile ‘vento degli uomini’. La vernice color porpora è corrosa da troppi inverni artici. L’ingresso è come un tunnel, lungo e stretto, ingombro di corde, latte vuote, matasse di reti da pesca: il gelo, il freddo impossibile deve rimanere lontano dalla stanza della stufa di ghisa e dei materassi stesi per terra. Una doppia porta sigilla il basso corridoio. Trent’anni fa, qui a Tiniteqilaaq, insediamento sperduto sulle sponde ghiacciate del fiordo di Sermilik, nella Groenlandia orientale, costruirono così le prime case di legno: numero 527 di una via che non c’è, là sotto la collina del cimitero, l’abitazione di Tarqisimat Tarqisimat, vecchio cacciatore, ha davvero una singolare numerazione civica. Tarqisimat ha 71 anni, sorride come un bambino agitando le braccia come un mimo dei mari artici. Non va più a caccia, i suoi occhi non vedono più: il ghiaccio è troppo pericoloso e lui non potrebbe più colpire la foca che scivola ai confini della banchisa. Vive di sussidi e dell’aiuto di parenti. Tarqisimat è una leggenda nella Groenlandia orientale. Andava a caccia da solo, ostinato, testardo, orgoglioso: con una slitta e un cane, un arpione e un fucile da antiquariato. Lo ricordano ancora negli anni della sua gloria: immobile per ore, come una statua scolpita sull’orizzonte delle zolle di ghiaccio, in attesa della sua preda. Con l’arpione in mano, a 13 gradi sotto zero: non muoveva un muscolo, ma il suo braccio era pronto a scattare. Era abile e scaltro come un orso bianco. Credeva ai demoni e agli spiriti della natura. Parlava con loro. Ne invocava l’aiuto e ne temeva la potenza. Tarqisimat lasciò con dolore la sua ‘casa di torba’, la sua ‘casa da inverno’, caverna sotterranea in cui rinchiudersi, nei mesi delle infinite notti invernali, assieme ad altre quattro famiglie, caverna costruita con pietre e terra, con le finestre modellate con le budella di foca, dove ci si scaldava solo stando gli uni accanto agli altri. Odori, sudori e fiato per sfidare il freddo. Il governo danese decise, trent’anni fa, di raggruppare la gente dei fiordi più isolati, di cancellare gli insediamenti più lontani, di riunire gli ivi (così si chiamano gli Inuit della costa orientale della più grande isola del mondo) in villaggi, in centri più grandi. Trent’anni fa finirono i tempi nomadi della gente della Groenlandia, finì la solitudine del cacciatore, finì ‘l’età della pietra’. Doveva cominciare l’epoca della modernità. Anche sul fiordo di ghiaccio di Sermilik, anche per la vita di Tarqisimat. Oggi il vecchio si siede davanti alla finestra della sua casa protetta da autentici vetri, il tetto è coperto da fogli di catrame, una stufa a olio scalda la stanza. Gli occhi di Tarqisimat sono fessure: fuori, nel tepore sorprendente di una primavera boreale, gli iceberg, figli dei ghiacciai, oscillano, come elefanti bianchi, sulle prime crepe della banchisa. Sono impazienti di cominciare il loro viaggio verso Sud, seguendo la scia della corrente polare.
Il cacciatore con il Gps. Tobias Ignatiussen è giovane, ha 34 anni, è grande e forte. I capelli ispidi, la pelle scura. Si protegge gli occhi con lenti buie da ghiacciaio. I suoi cani mangiano carne di foca e hanno il pelo splendente. Tobias è nato in una ‘casa di torba’ a Umiivik, un insediamento, di due, tre case, non di più, perso nel Nord inabitabile della Groenlandia. Non è andato a scuola, ha vissuto di caccia e solitudine fino a 19 anni. Poi è arrivato in ‘città’, ad Angmagssalik, vecchia stazione commerciale dei danesi, e ha scoperto la televisione, ha imparato l’inglese guardando, con testardaggine, film americani. Tobias, uomo dei ghiacci, è un ivi in bilico: “Io sono un cacciatore, mi sento cacciatore, ma so che non riuscirò a sopravvivere solo di caccia. Adesso ho troppe esigenze, troppi bisogni. Cerco di lavorare anche con i turisti. Per i soldi, per vivere, per un futuro”. Tobias sa che non può permettersi di perdere l’istinto della caccia, sa che non può dimenticare gli appostamenti alla foca. Tobias sa bene che la sua vita dipende anche dalla caccia. Tobias saetta con la sua slitta e urla a singulti dietro ai cani, afferra le tirelle in nylon (mai più in pelle di foca) ed incita, con il fiato che si congela nell’aria, la muta degli animali dalla lingua penzolante e i muscoli tesi in uno sforzo poderoso. La slitta di Tobias arranca su valichi di nevischio senza peso, precipita da discese di neve fresca e polverizzata, scansa con movimenti bruschi le rocce affioranti, segue le piste dei pattini lasciate da altri viaggiatori sulle lastre del ghiaccio vecchio e scuro dei laghi d’acqua dolce, scivola sulla patina gelata, color turchese, di un braccio di mare immobilizzato da temperature da mesi bloccate a dieci gradi sotto zero: bisogna avere occhi groenlandesi per capire il ghiaccio. Ma, alla fine della corsa inebriante, Tobias è uomo di silenzi improvvisi: lascia i suoi compagni di viaggio, turisti occasionali, e lo vedi che annusa l’aria, osserva la distesa del ghiaccio e il maremoto dei banchi che si sono schiantati l’uno contro l’altro. Tobias sparisce all’orizzonte, verso i confini della banchisa: tornerà a sera, con la sua foca. Farà bollire la carne in una pentola e getterà gli intestini ai cani. Berrà thè caldo e forte. Per svagarsi farà una corsa da brividi sul mare gelato a cavalcioni di una motoslitta Yamaha. Il suo thaqqit, il kayak di questo distretto groenlandese, è in vetroresina: da decenni nessuno costruisce più le barche da caccia in pelle di foca. In una tasca dei pantaloni Tobias ha un moderno Gps, rilevatore satellitare di posizioni terrestri: Tobias ha annotato, con esattezza, latitudine e longitudine della sua ultima caccia fortunata. Le foche, spesso, sono abitudinarie e il cacciatore potrà tornare a dare un’occhiata.
Anna è nata su una roccia. Ha 41 anni. E’ bella. Parla inglese perfettamente. Ha viaggiato. Suo figlio studia in Danimarca. E’ collegata con il mondo attraverso Internet. Lei, Anna Kuko, donna ivi, è nata su una roccia, durante una migrazione stagionale verso i campi estivi di Ikateq, insediamento estremo dell’isola di Angmagssalik: sua madre fu colta dalle doglie a bordo di un umiak, la ‘barca delle donne’, fu portata a terra e lì partorì. Ricorda Anna: “Abitavamo in una ‘casa di torba’, non c’era cibo per tutti, eravamo cinque fratelli. Soffrivamo la fame quando mio padre non poteva cacciare. Fu allora che lui prese una decisione coraggiosa: si mise a studiare, si trasferì sulla costa occidentale, prese il brevetto di marinaio e tornò qui, al paese, da capitano di una piccola nave costiera. Si salvò dalla disperazione e dall’alcool”. Anna Kuko insegna alle scuole primarie di Angmagssalik e dirige l’ostello che ospita gli studenti dei villaggi della regione che vengono nelle scuole del capoluogo: “Qui studiano quasi quattrocento ragazzi fra i nove e i sedici anni. La nostra popolazione è giovanissima. Ma quanti saranno cacciatori? Cinque, dieci ragazzi. Non di più. Mio fratello è ancora cacciatore: non riesce a sopravvivere. Questi ragazzi devono avere una istruzione. E’ la sola loro speranza, l’unica salvezza, la sola opportunità di futuro”.
Il nonno di Anna fu fotografato dai primi antropologi che si avventurarono, a cavallo del secolo, nella Groenlandia orientale: è il ritratto di un cacciatore fiero, a torso nudo, dai capelli lunghi, la pelle bruciata dal sole boreale e amuleti, ornati di perline, attorno al collo e alle braccia. Il padre di Anna, Thorvald Kuitse, cacciatore e capitano di scialuppe, oggi ha una bella casa, un lettore di compact disc Sanyo, un televisore Samsung, un telefono Comet e, appeso alla parete, un diploma della Croce Azzurra, l’associazione che lotta contro l’alcolismo. La nipote di Anna, Birthe Poulse, ha 14 anni e un anellino a forare la narice sinistra. Indossa una maglietta degli Stadium, adora le Spice Girls e ascolta musica techno-inuit.
Groenlandia , benvenuta nel ventunesimo secolo. Ma a Tineteqilaaq raccontano di una madre che cacciò a pedate il maestro danese e gettò i libri della scuola fra i rifiuti: “Se mio figlio legge libri, perderà l’istinto della caccia. Se studia non potrà sopravvivere, non avrà da mangiare, non catturerà nessuna foca, dovrà andarsene, non sarà più un groenlandese”. Benvenuti nella bellezza accecante di questa isola di ghiaccio; benvenuti, davvero, nel ventunesimo secolo piombato, come un tornado, sull’isola di Angmagssalik, sul fiordo di Sermilik, sulle case di Kulusuk, sull’ultima donna sciamana di Sermiligaq, sui cacciatori di Isertoq, sugli insediamenti più isolati e solitari della costa orientale della Groenlandia. Chi ha ragione in questo mondo alla fine del mondo: la maestra Anna o la donna di Tineteqilaaq?
Angmagssalik, lillipuziano capoluogo di questa regione, è ‘il luogo dove si trovavano i piccoli salmoni’. Gli ivi conoscono questa baia come Tasiilaq, ‘qualcosa che assomiglia a un lago’. La loro geografia non definisce, racconta. La Groelandia orientale, irraggiungibile, inospitale, separata dal resto del mondo, per nove mesi l’anno, da una banchisa polare invalicabile, era una terra sconosciuta, inesplorata, tagliata fuori dalle prime spedizioni verso il continente di ghiaccio. Un uomo in kayak, sei donne a bordo dei loro umiak doppiarono, alla fine dell’estate del 1884, il capo Farvel e condussero fino al golfo di Angmagssalik, l’ufficiale danese, Gustav Holm. Con lui viaggiavano un interprete, un catechista, un geologo. Solo allora il mondo scoprì 413 ivi, uomini che si ostinavano a vivere in un universo di solo ghiaccio, in completa solitudine. Sei anni dopo il primo sbarco Holm fondò una stazione commerciale, il pastore protestante Carl Peter Ruttel cominciò a convertire ‘i pagani’ e due operai costruirono le prime case di legno della colonia. Nell’autunno del 1895 i primi ivi, la famiglia di Mitsivarnianga, celebre sciamano della regione, vennero ad abitare nel nuovo insediamento. L’uomo rinunciò all’aiuto degli spiriti della natura e a combattere contro i demoni: nel 1901 fu battezzato e il suo nuove nome fu Andreas. Le foto lo ritraggono con in capo un berretto da marinaio. “Una nuova identità”, spiegano gli storici danesi di Angmagssalik. “La mia identità l’ho persa per sempre”, dice Smilla nel più bel romanzo (scritto da un danese) sulla Groenlandia pubblicato in questi anni. La modernità era atterrata fra la bellezza più pura, più prodigiosa e più dura di tutta la terra. Oggi Angmagssalik è una città di mille e cinquecento abitanti, un negozio rifornito dalle navi che spezzano la banchisa solo nei mesi estivi e dove trovi le mele a seimila lire l’una e la carne a sessantamila lire al chilo. C’è un eliporto, un albergo di lusso danese, due taxi (occorrono dodici minuti per percorrere a piedi le salite e le discese del paese!), un ospedale efficiente e numerosi centri sociali (per bambini senza casa – ben ventitré! -, per anziani, per chi ha problemi mentali: è lo stato sociale danese. Perfetto e incriticabile). Alla cartoleria si trova l’ultimo film di Robert Altman, accanto a una scelta accurata di video porno e di compact disc di reggae artico. Nella scuola di Anna vi è un computer in ogni classe e due intere aule informatiche. Fuori dall’unico negozio, cercando sprazzi di sole boreale, gruppi di ivi ubriachi ondeggiano al gelo e alla birra fino a schiantarsi sulla fanghiglia della neve che si scioglie. Stanno in piedi, la lattina in mano e oscillano con visi stravolti ed equilibrio perduto. Nei giorni della riscossione dei sussidi pubblici, decine e decine di ivi non trovano altra via d’uscita alla loro disperazione che l’alcool. Anche il primo ministro groenlandese Jonathan Motzfeldt ha confessato un passato da alcolizzato. La battaglia contro l’alcol, che sembrava perduta negli anni ’80, adesso registra qualche successo: il livello del consumo è sceso a livelli scandinavi. Cioè: altissimi. Ma fino a pochi anni fa era doppio. E allarmante è il numero dei suicidi. 58 nel 1997 in tutta la Groenlandia. 58 su 55mila abitanti. Ad Angmagssalik, due quest’anno. Qualche decennio fa le vecchie inuit si schiantavano dalle rupi e i cacciatori senza più destrezza si smarrivano volontariamente fra i ghiacci della banchisa. Un groenlandese non sopporta di essere un peso per la società. Le campagne ambientaliste contro gli eccidi delle foche da parte dei bracconieri norvegesi o canadesi hanno demolito anche l’economia di sopravvivenza dei groenlandesi: senza foca la famiglia di un cacciatore non mangia, senza la pelle di foca quella famiglia è nella miseria più totale.
Il paesaggio di Angmagssalik è da incanto boreale, le case dai mille colori sono come una surreale Legoland; le navi, giù al porto, hanno la chiglia rossa incastrata nel ghiaccio che serra il mare in una stretta invincibile. Cacciatori stremati tornano con la foca sulle spalle e cercano di venderne la carne o la pelle ai negozi dello stato. Giovani scivolano con le moto slitte attorno agli iceberg inchiodati nella baia gelata. Ragazzini con il cappello alla Jovanotti giocano a baseball davanti allo spiazzo del comune. Modernità e tradizione. Gunda Kuitze, 19 anni, commessa nell’unica libreria-bar del paese, si toglie i jeans, indossa di nuovo gli abiti della sua vecchia gente e calza i kamik, gli stivali di pelle bianca: ogni settimana, prende lezioni di tamburo tradizionale, vuole suonare ancora i riti delle sue immobili danze antiche. E il figlio del vecchio cacciatore James Koongi è fiero della foca appena catturata. Lui, 16 anni, vuole restare cacciatore. E allora, Groenlandia, dove stai andando? Cos’è, qui a cento chilometri dal circolo polare artico, il futuro? Nicholas Petersen, giovane studente danese dai capelli a spazzola biondi e gli occhi innocenti, si guarda attorno: “Il futuro è solo un’incognita, questa gente è disorientata, confusa. Sono entrati nell’era moderna alla velocità di un animale al galoppo. In una generazione sono passati dall’età della pietra a Internet. E non saranno più cacciatori, non avranno un lavoro. Qui ad Angmagssalik puoi sperare di lavorare in ospedale, nella scuola o in comune. Basta, non c’è altro. Quanti posti sono? E i livelli più alti sono occupati solo da danesi”. Dice cose sagge Robert Peroni, alpinista italiano che da anni vive a queste latitudini: “Non si può fermare la modernità. Il vecchio mondo ivi non esiste più. È stato travolto in meno di mezzo secolo. La televisione ha imposto anche qua i suoi modelli. Ma bisogna che questa gente formidabile entri nel futuro con gli occhi ben aperti, con il senso profondo delle proprie radici e della propria identità. Solo così potrà sopravvivere. E, qualunque altro lavoro faccia, dovrà continuare a cacciare la foca: è la sua civiltà, è quanto ha consentito agli ivi di arrivare fino a noi”. Smilla racconta, nel libro di Peter Hoeg, del suo legame con il popolo degli inuit e spiega della ‘loro capacità di sapere, senza ombra di dubbio, che l’esistenza ha un senso’. Gli inuit e gli ivi, ‘gli uomini’, Sono vissuti in una terra di ghiaccio, splendida e terribile, non hanno mai visto un albero, hanno costruito insediamenti là dove nessuno sarebbe sopravvissuto, hanno resistito a inverni senza speranze, hanno ammirato, impietriti dallo stupore, iceberg immensi staccarsi, come castelli naviganti, dai ghiacciai. Hanno osservato, allucinati visionari, la danza dell’aurora boreale in cieli di cristallo. Nei mesi della notte polare, il piteraq urla a quaranta sotto zero: è la natura che comanda, non esistono più pensieri. Il vecchio cacciatore Tarqisimat non rivelerà mai a uno straniero che i demoni e gli spiriti amici vengono ancora a trovarlo. Non lo può fare, ma i suoi occhi tradiscono il suo segreto. La vecchia sciamana Gudrun Taujanik ha superato gli ottanta anni: adesso la gente di Sermiligaq sa che non morirà, che comincerà a ringiovanire, che diventerà sempre più potente. Colossali iceberg avanzano nella corrente polare che muove un continente di ghiaccio alla velocità di trenta, quaranta chilometri ogni giorno. Ha ragione Smilla: qui, tra questa gente, in questo mondo alla fine del mondo, l’esistenza ha un senso. Ma non esistono parole per spiegarlo. Solo loro, solo gli inuit le conoscono.

