Sri Lanka/La clavicola di Buddha
Ho fatto di tutto per evitare di scrivere. Ho lasciato scaricare il Mac. Ho accresciuto la mia stanchezza. Dormire mi è facile, il caldo è il mio lenzuolo, mi piace questo corpo che sembra cosparso di una sostanza che si appiccica. Trovo erotica l’umidità della pelle. Ma costruisco alibi per non scrivere. Guardo i libri: Pasolini, Tabucchi e Arundhati. Poi un austriaco che comincia ogni racconto con due parole: ‘Ho visto…’. Come si chiama: Ransmayer? Sbaglio tutti i nomi. E a Sri Lanka ho scuse per continuare nei miei errori. Sono dei nuovi battasimi, spero che non se ne abbiano a male. Nelle pagine del’austriaco trovo una semplice via di accesso all’Isola, un po’ troppo astuta, forse. Mi chiedo se sia vera?
Ne sa qualcosa il cameriere che sta aspettando che io mi decida? Ne sa qualcosa il ragazzo con il ciuffo nerissimo che mi porta su un piattino di metallo dolcetti al pistacchio e un samosa con dentro un uovo? Ne sa qualcosa il suo padrone che, come tutti i padroni, sorveglia accigliato i movimenti dei suoi camerieri? Quanti sono? Escono in quattro da uno sgabuzzino che non deve essere più grande di una cella senza finestre. I dolcetti di questa ‘pasticceria’ sono squisiti: provenendo da Saint Mary, si scavalca il ponte su un canale e i dolcetti stanno sulla sinistra, dopo una stradella. I sambosa sono il richiamo.
Lo saprà il ragazzetto con l’aria sfacciata che, dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre, Adamo avrebbe raggiunto la terra più vicina? E questa è la vetta del monte a cui, millenni dopo, qualche geografo colonialista darà il nome di Adam’s Peak? In fondo, come dimostrano i nostri tempi, è facile cambiare i nomi e farli diventare simboli di una nuova narrazione. Lo scrittore austriaco, che è bravo davvero, dice che Adamo pianse per mille anni la perdita del Paradiso. Non c’è traccia di Eva nella leggenda di una Bibbia srilankese e nel suo racconto. La sua assenza è la radice del potere maschile. Adamo non voleva dividere la sua fama con una donna. Si tenga la sua gloria, gli srilankesi chiamano questa montagna Sri Pada, ‘la montagna delle farfalle’, in singalese, ‘piede sacro’, in sanscrito. Sono i cristiani e i musulmani ad aver voluto che quella impronta fosse di Adamo. Ma quassù è salito anche Tommaso, l’apostolo che aveva diffidato di Cristo, il primo a predicare il cristianesimo in questa terra d’Asia: salì per vedere con i suoi occhi (al solito, non gli era bastata la figuraccia fatta nel non credere alla Resurrezione) se il Paradiso Terrestre esisteva per davvero. Ed era ed è sotto gli occhi di tutti, la natura dell’Isola è lì a testimoniarlo. Come avrà fatto Tommaso a spiegare alla gente di un Dio che è ‘trinitario’, quando, se ho ho ben capito, qui si cerca di riportare tutto a ‘uno’? Non so niente di tutto questo, l’Oriente mi appare insondabile. Le sue religioni sono un intrico di simboli. Affascinanti, e pericolose allo stesso tempo. Non si sfugge al loro misticismo. Ma io ritorno a chiedermi se il guidatore di tuk-tuk conosce questi pensieri: intanto ha legato allo sportello una bandiera bianca. C’è un lutto fra i guidatori di tuk-tuk di Negambo.
Shiva venne in vetta al monte Sri Pada. Per danzare: primo passo per un nuovo Universo. Lasciò la sua impronta a testimoniare il suo ruolo nella costruzione del mondo. Anche Buddha, non so se prima o dopo, lasciò la sua orma nella roccia e non volle ridiscendere a valle senza un dono per gli uomini e le donne: trasportò con cura una goccia di rugiada per alleviare la sete dei campi e della gente dell’Isola durante la stagione secca. Dicono che ci siano cinquemila e duecento gradini da salire per raggiungere la traccia di questa impronta. Bisogna crederci.
Non sono salito. Non c’era tempo. Daniela si era arrampicata lungo questa scala di roccia mezzo secolo fa. Dice che non lo rifarebbe. Io vorrei provarci, anche con le gambe che non vanno. Ma lascio sempre qualcosa da fare. Non finisco mai niente, così ho ragioni per tornare, per ricominciare, per tornare sui miei passi.
Questa è una buona scusa. Ma, forse, è anche vera. Seguo Saramago: ‘Il viaggio non è mai finito. Bisogna tornare con altri occhi e vedere ciò che non si visto, vedere di notte, ciò che abbiamo guardato di giorno’.
La strada per rientrare a Negombo appare infinita. Il sole, logorato dal suo stesso calore (questo è Pasolini), decide che non ci segue. La notte arriva in un rosa sbiadito del cielo che ci avvolge come una cupola o, forse, un sudario. Poi, all’improvviso, il buio.
Mi dispiace lasciare Jaffna. Una città normale, anche se questa sua tranquillità è figlia di una catastrofe che non è stata dimenticata. Se ne parla sottovoce. C’è stata troppa guerra nel Paradiso. Nadna (scrivo come mi ha sussurrato il suo nome, devo chiedere a N.) non vuole essere portata via da qui. Ha due figli in Canada. Il Canada amatissimo dai ragazzi srilankesi: lasciano i trenta gradi di ogni giorno per andare in una terra del freddo. Nadna non li ha seguiti, ha resistito ai loro inviti pressanti, è troppo vecchia, preferisce la solitudine in questa punta dell’Isola. È la sua vita, la sua terra, i suoi suoni. Ha un sorriso dolcissimo, Nadna, e gli occhi che, per un istante, brillano. A sera viene a mangiare dai frati, che hanno aperto una breccia nel muro per consentirle di passare dalla sua casa al Seminario. Di giorno, sono i ragazzi che le portano da mangiare e chiedono se ha bisogno di qualcosa. Lei, oramai anni e anni fa, fece in modo che quei due figli fuggissero prima di imbracciare le armi.
Lasciamo tutto questo. E io, come sempre, vorrei fermarmi, rimanere qui, dormire, lasciare che il lenzuolo di un caldo potente e privo di morale riesca ad avvolgerti fino al Nirvana in cui si dimentica il desiderio. È l’aspirazione di ogni Buddhista, leggo. L’Illuminazione. Penso che io non sono felice ora che non ho più desideri. Anzi, li ho nascosti così bene che non so ritrovarli. Non voglio più sapere di loro perché non possono essere più raggiunti? A sera mi illudo che non sia così.
Nove ore di auto. Guida P., con la sua aria da gatto beffardo e furbissimo. Mi piace P, scopro che si chiama Joseph. N., da parte sua, ci rende più allegri e lui si chiama Thomas. È un giovane frate sorridente, a cui dobbiamo la sorpresa di deviare verso Anuradhapura. Speravo e sapevo che sarebbe accaduto. Avevo letto di questa area archeologica nella stringata guida del Touring che Rita, venuta qua vent’anni fa, ci ha prestato. Anuradhapura (ma il film che ha vinto l’Oscar non si chiama Anora?) è il cerchio immenso dei templi del buddismo antico. Contiamo gli anni ufficiali dalla presunta nascita di Cristo e qui siamo ben prima dell’anno Zero della storia occidentale.
Mi appare di fronte l’immensa campana rovesciata di uno stupa bianchissimo, si alza sopra le palme, si arrotonda nell’azzurro dello sfondo celeste, è una colossale e bellissima ‘balena bianca’ che cerca il contatto con il cielo. Numerose persone camminano verso il santuario. In mano hanno fiori di loto, cibo, fiori arancioni e viola. Li offrono Buddha, come i cattolici li offrono a Maria. C’è anche la storia della clavicola di Buddha: questo stupa custodisce la reliquia dell’Illuminato. Devo andare a leggere Marino Niola: cosa scrive di questi frammenti di corpo dispersi in mille luoghi sacri da ogni religione e credo?
Per raggiungere lo stupa bisogna soffrire. Il sole dell’Isola non lascia scampo. Ha arroventato le pietre e i mattoni del lungo ingresso al santuario sono come la piastra di un forno. Dobbiamo toglierci i sandali e i piedi si arroventano. Carboni ardenti. Cerco l’ombra delle colonne, ma c’è brace sotto la pianta dei piedi. Per fortuna a un certo punto comincia un tappeto di iuta che tiene lontano il calore. Ci sono le scale, le saliamo con gemiti soffocati. Poi una concessione: un passaggio sotto getti d’acqua ad altezza dei piedi, che rinascono, si godono un momento di pace prima di proseguire la dolorosa camminata.
Arriviamo davanti a Buddha. I pellegrini depositano i loro fiori, offrono i loro doni, pregano, portano le mani giunte alla fronte e chinano la testa. Ho già visto questa stessa devozione: davanti a Sant’Antonio, davanti a Maria, come davanti a una divinità a me sconosciuta degli induisti. Ho visto monaci buddisti corpulenti, la spalla nuda, la testa rasata. Ho visto monaci induisti a torso nudo, con il viso truccato, i capelli stretti a crocchia sulla testa: lasciavano una loro traccia, un bindi, un rigo di cenere, sulla fronte dei fedeli in fila davanti a loro. Ho visto compiere lo stesso uomini e donne cattolici sussurrare parole negli orecchi dei sacerdoti che chinano la testa verso la loro bocca. E poi spruzzano acqua santa sulla loro testa. Ho visto i musulmani nella baraonda sacra del Ramadan appena cominciato pregustare la festa e il cibo della notte. C’è frenesia nei vicoli attorno alla moschea moschea di Jami Ul-Alfar a Colombo.
Non ho pensieri, non una mia idea, forse nemmeno una mia fede. Guardo. E cerco di raccontare quello che sto vedendo. Perché? Non c’è una ragione, se c’è io non la conosco.
Due operai acrobati sono su un’impalcatura di legno, appesi alla parete dello stupa come se fossero lucertole. Stanno reimbiancando l’immensa campana. I fedeli donano i sacchi di calce. Un piccolo corteo di persone arriva accompagnato da trombe e tamburi: aprono la strada a una striscia di tela rossa lunga decine di metri. È un altro dono a Buddha: verrà steso a cerchio alla base dello stupa. Senso della scenografia: uomini vestiti di bianco formano coreografia sulla stoffa rossa.
A poco distanza, un’altra collina-stupa. È in mattoni rossi, dalla punta spezzata. Arcaica. Dicono che abbia più di duemila anni. Circondati da una cerchia di alberi. Appare come un colossale animali accucciato nel sonno. È più umana della stupa bianca. E forse la clavicola di Buddha è qui.
Ad Anuradhapura ci vuole tempo. È una città sacra scomparsa. Che Buddha ci conceda una seconda opportunità.
Poi sono solo chilometri. La foresta riconquista i confini della strada. I villaggi si allineano con le loro file di banchi per friggere cibi e offrire succhi di papaya. Una fila ininterrotta di lampade di luce bianca e cibi fritti. Banchetti di frutta e ortaggi, meccanici avvolti dal nero di catrami e morchia, ristoranti che cominciano ad accendere le luci, un neon tricolore, verde, giallo e azzurro, dichiara che ci sono piatti cucinati, via vai perenne di tuk-tuk. I soliti cani dal manto slavato dormono distesi facendosi beffe della minaccia delle auto. Diffondo rogna, ma non è colpa loro, nessuno li tocca o li minaccia, ma nemmeno ne prende cura. Non visto nessuno investito da un auto, e eppure dormono sull’asfalto. La stradone che unisce Nord a Sud dell’Isola è un formicaio che non conosce soste. Per noi è anche una sfida: ogni moto e auto in senso contrario sul lato destro della strada sembra venirci addosso. Il gioco di chi è al volante è abilità di sfiorarsi, di guardarsi negli occhi, in un colpo di volante all’ultimo secondo. La cortesia è nel segnalare la presenza della polizia a chi viene in senso contrario.
A Negambo una donna esce da un negozio di stoffe. Ci sente parlare italiano. Anche lei lo parla. Ha un orecchino alla narice destra, è bella. Ha una figlia di tredici anni, nata in Italia. Ha vissuto dieci anni fra Milano, Verona e Napoli. Poi è tornata. Voleva che la figlia conoscesse il suo paese e che imparasse bene l’inglese. È tornata. In Italia è rimasto il marito. Verrà nei prossimi mesi e vogliono inaugurare una piccola pensione di cinque camere.
Due ragazzi vengono a salutarci, li ricordo: uno indossa una maglietta gialla, l’altro è il più alto, una camicia a scacchi. So che sono novizi. Si avvicinano e portano le mani giunte all’altezza del petto. Un inchino leggero, timido. Mi alzo, contraccambio il saluto. Li guardo allontanarsi. Per loro è tempo di andare a letto. Sento un balzo dentro lo stomaco. Un frammento di felicità, uno di malinconia.









