Negombo, l’odore del pesce
La pigrizia ti avvolge come il caldo. Ti tocchi la pelle ed è rovente. Eppure 98% di umidità, sono in una mia terra. Se solo la capissi. Vengo da un Occidente troppo lontano, posso solo guardare, forse scattare qualche foto. Niente di più. Per raccontare mancano le parole. Non c’è tempo.
Un’ora e mezzo di volo. Traballante, sopra le nuvole. Ero convinto che fossero mondi simili, che davvero l’Isola fosse una lacrima esitante scivolata via dal volto di una donna immensa. Non è così, non mi appare così. O almeno io credo che non sia così. Il mondo sembra rallentare, l’atterraggio avviene con una strana lentezza, come se volesse rimanere ancora un po’ a mezzo cielo. Forse è solo un vecchio aereo, con i segni del tempo. Anche l’aeroporto mostra l’usura, mi ricorda la mia prima Africa. Ci vuole tempo prima che i bagagli riescano a raggiungere i nastri. I doganieri fermano coppie che arrivano con immensi borsoni. Hanno comprato vestiti. Commerci di fortuna, forse un piccolo contrabbando. Devo passare sotto i raggi. E i doganiere devono fingere severità. Noi scivoliamo via nell’indifferenza, nessuno ci ferma, nessuno ci chiede. S. è in attesa, fuori. Assieme un frate che sarà il nostro autista principale.
Nemmeno un’ora e mezzo di volo e, come sempre accade, il mondo cambia. E la religione guida l’identità dell’Isola. Non so niente dello Sri Lanka e non imparerò. Gabriella avrà una pessima opinione di me, non dovrei scriverne. So che qui la fede ha i colori accesi del buddhismo. Il sorriso enigmatico, da Gioconda mi viene in mente, di Buddha. Che comincia ad apparire agli incroci delle strade, protetto da vetri spessi, di cui, immagino, vorrebbe liberarsi. Il cielo sa di pioggia, la vegetazione è ‘brulicante e gremita’, questo lo ha scritto Moravia, ma lui aveva in mente l’India. Sarà stato anche qui. Mi piacerebbe sapere cosa vedono gli occhi di un contadino di Sri Lanka guardando lo stesso paesaggio. Per lui appare immutabile, senza lo sbalzo delle stagioni. Mi affascina questo disordine che non è tale, piante che si aggrovigliano l’una con l’altra, il verde che si fa beffe delle 256 sfumature di Photoshop, le foglie che si fanno largo nella follia vegetale, i tronchi che ammuffiscono e risorgono. È strano: la foresta (è una foresta?) mi appare silenziosa, in attesa, pronta. Solo al mattino gli uccelli intonano la loro libertà. Capisci perché gli europei, soprattutto i nord-europei, si innamorarono dell’isola. Perchè in mille provarono a vivere in una terra che non era loro. Troppo facile, in fondo. Paul Bowles si comprò addirittura una microisola nel Sud di Sri Lanka e nella vecchiaia di Tangeri rimpianse sempre la sua gioventù e quella casa. Qualche ‘scoiattolo’ passa velocissimo. Uccelli neri si alzano quando arriviamo al ‘Seminary’. Qui sono in missione per Sant’Antonio, non posso dimenticarlo.

Mi dicono di fare attenzione: qui Nicholas Bouvier, al termine di un viaggio senza fine, si incagliò e non riuscì più a ripartire per mesi e mesi. Poi scrisse il più bel libro di viaggio che sia mai stato scritto. E, credo, che anche lui ebbe nostalgie. Oggi i bianchi che sfioro sono tutti miei coetanei, pelli bianchissime e rughe a segnare il tempo, pantaloncini da cui escono muscoli-marmellata, cappello in testa e schiena curva: l’isola della gioventù è diventato un paradiso immaginato per vecchi occidentali. Un tempo (anche io ho nostalgie?) era terra e mare di giovani, ragazzi con addosso un sogno bellissimo e ingenuo, il punto finale dell’epica hippie. Paul e Nicholas, così diversi, allora erano due ragazzini.
Ha cambiato di nome spesso l’Isola. Oggi devo ricordarmi che Sri Lanka, se devo fidarmi, sta per ‘Splendente’. Da bambino, conoscevo Ceylon. Dico sul serio, sapevo dov’era, ammesso che sapessi cosa fosse il mondo. Mi incuriosiva, le isole mi hanno sempre attratto. Ne ho viste troppo poche. Nome dato da conquistatori. Da colonizzatori. La prima migrazione è smarrita in una mitologia, gli arî, provenienti da terre iraniche, la chiamarono Ceilão. I portoghesi storpiarono il nome. Nel 1972, indipendenza reale, venne scelto, come per cancellare il passato, il nome di Sri Lanka. Il problema era il brand del té, che rimase ‘Ceylon. Da quindici anni, le autorità cercano di far dimenticare questa denominazione.
Viviamo in una grande casa, dall’aria di antichi padroni coloniali. Portoghesi, inglesi, olandesi: a chi sarà appartenuto? Ha un secolo di vita, mi informano. Allora erano inglesi. Questo tratto di costa è un frammento di terra cristiana nell’isola buddhista. I cristiani, a Sri Lanka, sono poco pochi, attorno al 6% della popolazione. Induisti (12%) e musulmani (10%) sono più numerosi. I buddhisti sono la grande maggioranza, oltre il 70%. Qui a Negombo i cristiani sono la maggioranza. Maria e San Sebastiano appaiono anche loro agli incroci delle strade e si guardano con Buddha accovacciato in posizione yogi e benedicente. Trovo poche tracce di Sant’Antonio, anche se sto scrivendo sotto una sua piccola statua. Negombo è conosciuta come ‘Piccola Roma’ per la sua urbanistica di chiese e cappelle.
Ci portano subito a vedere la chiesa di San Sebastiano. Qui, nella Pasqua di sangue del 2019, un attentatore suicida fece esplodere una delle bombe che sconvolsero l’isola. Una piccola statua di Cristo è schizzato del sangue vero di chi morì in quella esplosione. Era la ‘fine di un sogno’ di pace e unità nelle differenze? Molti lo pensarono, molti lo pensano ancor oggi. Sant’Antonio aveva forse cercato di diventare un simbolo di convivenza. Quelle bombe hanno marcato una generazione. L’isola dolcissima ha conosciuto troppe tragedie nel ‘900.
Beviamo un tè in una baracchetta colorata. C’è Babbo Natale che ruota su se stesso. Ma poi c’è tutta la fila: Sant’Antonio, Gesù, Maria, San Tommaso, San Giuseppe, San sebastiano…

Voglio distrarmi: seguo con gli occhi due bambine dai lunghi capelli, cercano di comprare una frittella in una sorta di autogrill srilankese. I giovani commessi le ascoltano divertite. Loro corrono fuori, mentre si scatena una tempesta, e tornano con cento rupie, meno di 50 centesimi, e con orgoglio, afferrano la frittella. Nel parcheggio riappaiono con il loro sorriso: offrono piccolo artigianato. Compriamo due mestoli di legno e cocco. Piove a dirotto su una piccola felicità.
I cani hanno imparato a vivere ai bordi delle strade. Che qui sono strette come piste di bob e sembra di andare alla stessa velocità di una Formula Uno. È solo un’impressione, in realtà le curve a slalom rendono impossibile andare oltre i trenta all’ora, ma il gioco è a sfiorarsi di continuo. Un bus occupa tutta la carreggiata, i drivers si guardano negli occhi e calcolano al millimetro lo spazio possibile. Incontrare un bus, un camion, in curva è un videogioco da batticuore. I cani sono dei bastardi silenziosi, dall’aria afflitta, sembrano indifferenti alle auto che li sfiorano, a notte dormono sull’asfalto con una rassegnazione beata, mostrano le costole della loro magrezza.
Gli spaghetti, i noodles, in realtà, cercano di contendere i piatti al riso. Niente male, niente male. Conditi con spezie e verdure. Questa sera ho mangiato perfino la pasta al forno. Come se fossi a Matera. Ma la prelibatezza è il curd, latte cagliato dal succo di limone. Su questa delizia versiamo un liquido denso, scuro e dolce: lo confondo con il miele, in realtà è treacle, linfa della palma kitul.
Trovo una copia del Piccolo Principe in singalese. Devo già possederla, ma questa ha la copertina diversa. Scopro che c’è un collezionista che ne possiede 426 traduzioni.
Negombo è una agiata città mercantile. I gioiellieri hanno palazzine a due piani, nelle vetrine espongono collane, bracciali corpetti, pendagli, corpetti. All’interno lunga fila di sedie davanti al bancone, le trattative sono lunghe. Seguo con gli occhi una ragazza in jeans e maglietta che entra nel negozio con sua madre. Lei si siede da imperatrice e invita la figlia a fare altrettanto. Il gioielliere arriva con studiata velocità. Se non ci sono clienti, i gioielleri stanno a braccia conserte, appoggiati allo stipite della porta. Serissimi. Tutti mi sembrano più seri in questo mio primo giorno sull’Isola. Ero abituato alla gente del Kerala. C’è qualcosa che non afferro. Si incrociano decine di tuk-tuk. Non si vedono abiti della tradizione. Qui si è ‘occidentali’. Qualche sari, niente mundu. Era solo la mia stoltezza a immaginare similitudini.
E poi si arriva al mercato del pesce. Si avvertono le grida dei venditori e l’odore insolente del pesce. Bancarelle tremanti di umidità. Mannaie che si abbattono sui poveri pesci. Pesci grassi, pesci invisibili, pesci lunghi, pesci con gli occhi sbarrati. I pescatori arrivano a tutta velocità con le loro barche sulla spiaggia, prendono velocità, mettono il turbo e atterranno sulla sabbia, alzano il motore, scendono in fretta, si scuotono le camicie zuppe e cominciano subito a scuotere le reti. Vengono sorvegliati da garzette e gazze, rapidissime ad afferrare i pescetti che schizzano via. Nessuno si cura di loro. Sembrano piccoli fantasmi affamati. Inghiottono il pesce intero e il collo prende la forma di quanto hanno ingoiato. Le grida continuano. Una donna offre una montagnola di viscere, sono le uova. Un uomo selvatico alza la scure, la mostra come se fosse Sandokan, ha cappelli lunghi e ricciuti e un sorriso di gioia feroce: decapita un pesce e gli toglie pinne e code. Credo di aver capito che si va comprarsi un pesce e poi si va da questi squartatori per farselo ripulire. Sandokan cerca il resto per un cliente in un taschino lurido, deve contorcersi per vedere cosa tirando fuori, ha mani grondanti di umori, estrae una banconota e appallottola quella che gli è stata appena data e la spinge in fondo allo stesso taschino. Più che Sandokan, Bud Spencer con i capelli lunghi e inestricabili. A suo fianco, uno squartatore sembra un rajah sporco dei liquidi dei pesci sventrati. Il suo stile è impeccabile, baffi a manubrio degni di Vittorio Emanuele, barba curatissima e gesti veloci con il suo coltello-sciabola. Un lord in mezzo ai letami. Terence Hill, ecco.

La spiaggia è un tappeto di pesci ad essiccare. Pesci quasi invisibili, poggiati su teli neri, donne sfinite che mai più si alzeranno, raggomitolate a costruire linee rette di pesci. Stracci a coprire ogni centimetro di pelle, va protetta dal sole e dal sale. Mani che sono una crepa. Pesci aperti in due e sistemati in grande rettangoli sulla sabbia. Lavoro da robot, geometrico. Vorrei chiedere: e la pioggia a torrenti che sta per arrivare? Come fate a proteggere questa immane fatica, questa geometria di rettangoli immensi di pesci di sabbia?
Un uomo ha il viso devastato, gli occhi sono due macchie bianche, le mani sono state mangiate. Le allunga verso la gente che passa.
A frotte arrivano i compratori. Chi è arrivato in motoretta gira fra i banchi con il casco in testa. Come è possibile con questo caldo? Il mercato è una bellezza, non possiamo lasciarlo a chi lo vuole rinchiuso in un computer, provate a commerciare a questa maniera derivati e future, vi divertireste di più. Le grida sono le stesse che si ascoltano a Wall Street, sono più bagnate, insabbiate, roventi. Immaginate trafficare in criptovalute su banchetti di legno marcio. Fate scambio, almeno una volta: pescivendoli al posto degli analisti.
C’è una donna silenziosa, con le mani sulla pancia, ha un banchetto di pesci che sembrano allegri di trovarsi stesi su un’asse di legno. Si ferma un’altra donna, come se già sapesse tutto, ha una borsa di plastica, la riempie con i pesci e paga con diverse banconote. Le due donne non hanno scambiato una sola parola. Attorno il coro delle grida è rock duro.






