Kerala/L’incrocio di Puthanchira
A un incrocio lungo Puthanchira Road c’è una bandiera rossa, con una falce e martello che occupa tutto il drappo. Come nelle antiche bandiere degli emme-elle italiani. O del Pci anni ’50, immagino. La falce e martello, in Italia, da tempo l’abbiamo esiliata in un angolino della bandiera, fino a sostituirla con olivi e querce. Times are changing. Qua invece i due attrezzi occupano la scena. Sventolano ovunque o sono disegnate, un po’ defilate, sui muri. Forse perché non conosco i simboli degli ‘altri’, so che ci sono, ma non so riconoscerli.
Una sorta di canna flessibile viene legata a un qualche sostegno, e la bandiera rimane lì, spesso afflosciata, a volte mossa dal vento. Come sarà durante il monsone? Il rosso si nota. Questa volta è su questo incrocio dove siamo diretti e dove si incrociano anche i simboli politici e religiosi. Alle spalle della falce e martello c’è una delle mille chiese dedicate a Sant’Antonio. Di lato, una grande statua, alta più di due metri, che replica il ‘miracolo della mula’ (cercatelo, è avvenuto a Rimini nella prima metà del 1200; Lucio Dalla cantò qui la prima canzone che aveva scritto: Come è profondo il mare, ispirata da un altro miracolo di Antonio).
Di fronte ad Antonio e alla bandiera rossa, c’è il piccolo simbolo di un tempio indù. A poca distanza vi è un tempio.
Nello spazio di un incrocio si trova quasi l’intero pantheon indiano. Laico e religioso.
Beh, non è così, mancano i musulmani e mancano altre mille religioni, che fanno dell’India uno dei paesi più religiosi del mondo (Gallup ha misurato anche questo, ma le sue statistiche mi sembrano azzardate: lo stato più religioso è la Somalia e il meno religioso è l’Estonia). A me questo incrocio dona semplicemente un po’ di leggerezza: vedere tutti questi simboli un accanto all’altro, senza che si siano messi a fare a botte. E che nessuno ha pensato di abbattere.
Tutto è molto più complicato, ma un turista si accontenta di quello in cui vuole credere. La convivenza di religioni in India è fragile, percorsa da tensioni antiche, a volte feroci, ha una storia di sangue e tentativi cocciuti di un riconoscimento reciproco. Una donna musulmana non potrà amare un uomo cristiano. E una donna induista non potrà amare un uomo musulmano. Questi tre simboli a un incrocio sono un piccolo germoglio. Una speranza? Come si scrive adesso per Francesco: ‘speranza contro ogni speranza’.

Vado a trovare i Rogazionisti, congregazione nata a Messina alla fine dell’800. Andare a conoscerli anni fa fu una delle sorprese dei miei viaggi sulle tracce di Antonio. Adesso li ritrovo in Kerala. Forse è stato il mare a condurli fino a qua. Non sono arrivati da molto, da nemmeno quarant’anni. Forse è stato Sant’Antonio a convincerli: in fondo il loro santo prediletto aveva scelto proprio questa Asia oceanica per vivere nella sua ubiquità per il mondo. Incontro attorno al caffè, preparato con una moka. È come un mantra, padre Shagin mi spiega: ‘La gente ha subito avvertito che Sant’Antonio ascolta le loro parole’. E a volte accade che il suo ascolto si trasformi anche in una possibilità di realizzazione.
Fu Annibale, il fondatore dei Rogazionisti, a favorire la sensazione che Antonio aiuti a ritrovare ‘le cose perdute’. Così era accaduto a lui, con un libro prezioso e la fibbia di una scarpa. Santo delle Piccole Cose, nella terra del Dio delle Piccole Cose’.

A sera, festa. I ragazzi con il saio grigio dei Conventuali, vanno a trovare D. Domani celebrerà la sua prima messa. Giorno importante. Come in una vigilia di un matrimonio, si va festeggiare il ragazzo con dolci, preghiere, chiacchiere, cibo. Pentoloni di riso, salse al curry, verdure. Prima mangiano gli ospiti, al tavolo della sala. I familiari stanno in piedi a guardarci. Imbarazzante. Loro sono pronti a intervenire appena intravedono un desiderio. Oscillano la testa e sorridono. Fuori in giardino, un’altra decina di ragazzi, postulanti che guardano il loro futuro. Mangiano con le mani su una foglia di banano.
Torta. Superdolce. Bisogna imboccare il ragazzo e i suoi genitori e parenti. Il primo boccone, che lascia un batuffolo di panna e crema sulle labbra.
Bisogna andare a trovare anche la sorella di uno dei frati. Un altro tavolo di dolci. Gelato strabuono, fior di latte e cetrioli. E la famiglia allargata si schiera a guardarci mangiare. Avere un parente frate è status sociale.
Le giornate scorrono con un ritmo di messe e preghiere. Gli amici mi hanno sempre parlato delle meditazioni, la spiritualità indiana, le divinità naturali, gli abbracci di Amma, i corsi di yoga, le conversioni d’anima, le cure ayurvediche, le spiagge del Kerala…noi assistiamo a messe ‘lunghe’, cantate (ottimi cantanti, grandi voci) e ritualità del sacro: le candele, le ghirlande al collo di Antonio, l’olio versato, la statua da toccare, a volte una coroncina simildorata da poggiare sulla testa del Santo e del Bambino, lasciare le foto dei figli per chiedere protezione.


Alla prima messa di D. c’è la solennità. E un’emozione che attraversa l’aria. Frati con gli abiti della festa religiosa. Metà del rito secondo il ritmo latino, i celebranti rivolti verso la gente. Metà con i tempi siro-malibaresi con gli occhi e le mani all’altare. Accordo liturgico che ci ha messo anni a essere trovato fra dispute con il Vaticano e la chiesa latina.
Ci sono gli ombrelli etiopici (a Lalibela raffigurano la volta celeste), ci sono doni incartati in carta natalizia rossa-splendente, ci sono i sari più eleganti e colorati, ci sono i registi della scenografia attenti a ogni gesto, c’è la luce che, ogni tanto, salta e trasforma il canto in un sussurro impercettibile. C’è la voglia di toccarsi. Ma il segno di pace sono le mani giunte e l’inchino: namasté. Mi spiegano: ‘Mi inchino al divino che tu ora rappresenti’.
C’è una passione per i selfies. Credo, ovunque. Nuova tradizione tecnologica. I ragazzi ci chiedono di farsi un selfie con loro. Ce lo chiedono le famiglie che andiamo a salutare. Pixel che rimarranno nella memoria di una card.

Assaggio il succo di kukkumber. Un cetriolo cresciuto a dismisura. Si trova soltanto vicino al mare. Dolce, salato, speziato. Buono, bancarella ai lati della strada che conduce all’oceano. La foto di Sant’Antonio a proteggere le grandi barche dei pescatori di Chettikar. Non riuscì a proteggere Ajeesh Pink e Valentine Jelastine, due pescatori uccisi, dodici anni fa, dai colpi sparati da due marò italiani. Il peschereccio si chiamava Saint Anthony. Dieci anni dopo ogni processo contro i due marò è stato archiviato. L’Italia ha riconosciuto un risarcimento alle famiglie dei due pescatori.


A sera è un frate del Kerala, appena arrivato dall’Australia, a offrire due grandi pesci arrostiti.

Sul vetro posteriore di un bus, spicca una ritratto di Sant’Antonio e una scritto che chiede la protezione di Lakshmi, divinità induista della ricchezza, dell’abbondanza, della prosperità. Moglie di Vishnu e madre di Kama, il dio dell’Amore.
Sto copiando, di tutto questo niente so. Universo in cui mi sento piccolo.






