Dancalia.2/Alalo-bed, un respiro ardente

Lentamente.
A un mese di distanza. Non sono più un cronista. Deve ancora terminare il giorno, le stelle stanno preparandosi. Il cielo cerca la luce del tramonto. Tracce di antichi passaggi. La pagina wikipedia non ha aggiornato la voce ‘Gewane’: sono sempre undicimila abitanti da oltre venti anni, è sempre un paesone sorto lungo la strada del Rift che un autore inglese di guide, Philip Brigg, ha inchiodato all’aggettivo ‘unremarkable’, insignificante. Non deve essersi seduto al bar dietro al distributore di benzina e non ha assaggiato il loro uovo fir fir. Avrebbe cambiato idea. Anche perché io sono passato di qui trecento anni fa e ho fatto benzina con i buoni Agip che mi avevano donato ad Addis Abeba. Allora avevo una vaga idea di dove fossi, ignoravo perfino dove fosse la Dancalia. Ecco, oggi sono di nuovo qui: e io so da dove viene il nome del motel Ajip. Devo trovare il libro degli ospiti e scorrerlo fino al 1996.

Come sempre: non voglio più andare via, in questo bar scorre la vita del Rift. Deve essersi fermata qui anche Lucy, nonna Lucy, prima di andarsi a riposare, con i suoi nipoti, nel vallone di Hadar.
A Gewane dovrebbe ancora esserci la sede del parco che vorrebbe proteggere gli asini selvatici. Una volta, uno scout mi disse di fotografarli se mai ne avessi incontrato uno. Questa volta non c’è tempo. Steppa, acacie spinose, brughiera. E il grande profilo del vulcano Ayelu ad attirare l’attenzione. Questa è la Dancalia. Una passerella di fuoco scalpitante.
Fiocchi di cotone si impigliano nei cespugli spinosi che si ribellano alla strada per Assab.


Un tempo per raggiunge Alalo-bed dovevano avere permessi e timbri e affrontare le guardie della diga che sbarra il cammino del fiume Awash. Oggi, i viaggiatori della Dancalia, passano con tranquillità davanti agli occhi di soldati-ragazzini. E lanciano uno sguardo al lago Tendaho: sono certi di intravedere un coccodrillo. La diga doveva essere al servizio delle piantagioni di canna di zucchero che hanno cambiato le geografie di questo fiume e della sua valle. Una storia come mille altre: capitali indiani e etiopici, magnati delle agricolture, spostamento di villaggi, cacciati i pastori transumanti e i contadini, rimane uno zuccherificio. Salari da venti dollari al mese per cinquantamila lavoratori invisibili, fino a quando c’è stato lavoro. Così raccontano, io so solo che Mulu è stato licenziato dopo l’illusione di aver trovato un lavoro. Ho visto spuntare i cilindri della fabbrica di zucchero sopra la vegetazione dell’Awash, come se fosse atterrata una astronave. Ma questa è già storia invecchiata: leggo nei siti ufficiali dell’Ethiopian Sugar Company che ogni progetto si è spento come conseguenza di ricorrenti siccità, leggo che tutto si è fermato nel 2019. Lasciando pastori e contadini senza terre.


Ho fatto resistenza a chi, la prima volta, mi suggerì di andare ad Alalo-bed. Senza alcuna ragione, avevo fretta quando passavo di qua. Volevo andare alla mia stamberga di Asayta. Mentre adesso ci accampiamo sulle sponde delle pozzanghere roventi che si aprono in una piana desolata. Non ho mai dormito qui prima d’ora. Acqua che sfiora l’ebollizione. 99 gradi. Il fumo avvolge questi laghi dai colori che cambiano. Anteprima della Dancalia Pura. Avrei dovuto farmi tradurre il nome già a anni fa. Alalo-bed sta per ‘il luogo che ribolle’. O, forse, a dar retta agli abili cantastorie è il ‘campo del respiro ardente’. Per scrivere questo diario seguo la pista delle favole, delle leggende, che pochi vi raccontano ancora. La divinità del fuoco nell’universo degli afar è Alo: ha scelto come suo letto il sottosuolo di questa piana, e quando respira possiamo avvertire il petto della Terra sollevarsi. Quando sospira, il fumo ci avvolge. Quando la sua mente attraversa un sogno, la terra ribolle. Adesso si che ha senso una notte ad Alalo-bed. Alcuni afar coraggiosi hanno capito che qui arrivano, a gruppi, le diverse etnie dei turisti e allora hanno disobbedito a ordini divini che vietavano di costruire case in questa piana. Ora ci sono un paio di eleganti burra dalle forme ovali. Le hanno fatte eleganti e, forse, hanno un lavoro come guardiani di queste pozzanghere. C’è perfino una malmessa costruzione che cerca di assomigliare alla fermata di un bus.

E ci sono uomini e donne seduti sulle sponde di queste acque. Sono certi che i vapori di questi laghetti ribollenti siano un toccasana per il proprio corpo. Possono curare malattie della pella. E poi è piacevole, nonostante il caldo estremo, essere avvolti da questa sensazione di un’immensa sauna. I corpi diventano ombre, gli uomini cambiano posizioni, alcuni camminano fra le nebbie.

Abbiamo un altro personaggio nel nostro cast, Nati è andato a prenderlo a Logya. Da anni, Anfré è la nostra guida, il nostro sbroglia-problemi, il nostro passaporto ogni volta che incontriamo un posto di blocco. Anfrè ha poco meno di cinquant’anni, lo conosco da quasi venti anni, io ho imparato tre parole di lingua afar e lui tre parole di italiano. Ce le diciamo in continuazione: gheddegè, nagá, maisini…e lui risponde: grazie, domani, buon giorno. Anfrè è uno dei pochi afar con una nascosta pancia. Insomma, non è magro come un chiodo. Era merito suo se riuscivamo a raggiungere Alalo-bed: convinceva i soldati di guardia alla diga. Oggi basta un leggero saluto ai ragazzi che, in divisa, fanno finta di controllare chi chiede di andare ai laghi bollenti. Vi devo far conoscere Anfré.

Alalo-bed, spiegano i vulcanologi, conferma la geologa che viaggia con noi, è un ‘campo idrotermale’, il magma è a poca distanza sotto i nostri piedi, contribuisce a spezzare l’Africa in due, e qui, crea fanghi ribollenti che si sciolgono in fosse aperte nella terra. Raccontano se, se ci fermassimo qui per qualche milione di anni, vedremmo nascere un nuovo oceano, vedremmo il Corno d’Africa diventare isola. ‘Se Allah vorrà’, mi rispose una volta un vecchio afar. Lo zolfo usa vernici gialle, i sali di ferro prediligono il rosso ruggine, alghe e batteri capaci di sopravvivere a queste temperature regalano striature verdi. Li chiamano ‘microrganismi estremofili’. Gente dura, insomma.


Piccoli geyser gonfiano le labbra e provano a lanciare getti d’acqua. Non ottengono grandi risultati, pochi centimetri al più. Ma fanno sapere che la terra è viva. Si è calmato invece il grande geyser sprouter che, ogni tre minuti, si arrampicava nel cielo. Adesso sono anni che non si agita più. Si aprono fratture nella coltre bianca, un tappeto fragile di cloruri e fosfati scricchiola sui nostri passi. Anfré prende la testa del piccolo corto. Alcune donne siedono accanto alla pozza che fuma. Il cielo è grigio, una piccola voragine di fango che sobbolle, un uomo invisibile cammina nella nebbia di un fuoco che non vediamo. Lo sentiamo: uno sfrigolio, un soffio rumoroso, un sospiro.

Bruk ha preparato la sua scenografia. Tende a cerchio montate dagli autisti. Tavola apparecchiata. È il primo campo e Bruk, calzoncini corti bandana, ha messo su pancetta, conosce l’arte di sorprendere. Un fennec viene a visitarci nella notte.


