Il primo passo.5, Dumbria-Santa Mariña/Un sassolino nelle mie tasche

Che sia un messaggio di Julio? Un sassolino da usare? Per il Gioco del Mondo?
Al bivio per Oliveroa, un camminante accenna un saluto, anche io mi preparo al rito di sorriderci, ma lui devia verso di me, allunga una mano e mi passa un sassolino. Con su dipinto un fiore. Non dice una parola e sparisce come è apparso. Rimango con il mio gracias nelle labbra e guardo affascinato questa pietruzza. Le cerco un luogo sicuro nei pantaloni.

All’inizio della giornata, mi sorpassano tre donne del paese che chiacchierano come comari. Su un muretto di muschio, qualcuno ha lasciato un mosaico di conchiglie e legnetti dipinti e una cassettina per offerte. Bambini in gioco? Progetto? Vendita di stelle? La casa accanto è come quella dei Sette Nani. Sulla cassetta vi è il disegno di Samira e di Kasz. Lascio un soldo. Prendo una conchiglia con gli occhi.

Umidità nell’aria, muschio ovunque, sentieri di pietra. E sbaglio strada. Spunta, imprevisto, il solito angelo: ‘Ho messo la freccia, ma nessuno la vede, l’acqua la cancella’. Manuel mi corre dietro per rimettermi sul cammino giusto. Non so da dove sia spuntato. Ne approfitto per un rapida lezione di galleco.



Sono sul cammino che va a Finisterre. I camminanti riappaiono in fila indiana. Il solo ad andare all’indietro (ma io dico che è avanti). I camminanti sono uno dopo l’altro. Un ragazzo con barba profetica si fa tirare da due cani. I giapponesi appaiono senza zaini. Gli irlandesi sembrano cento. Ragazze solitarie e ragazze in gruppo. Si alza l’età media. Bei vecchi. Il mio ciuffo mi va sugli occhi. Sono tutti coperti di giacche a vento, io sudo troppo, piove a sprazzi, alla fine sono in maglietta, come uno scozzese.
Adoro i caffè del cammino. Marina ha il pan chocolat e mi leggo in giornale.

Poi è tutto un saliscendi. Annaspo nelle salite, mi chiedo se oltre il confine del cielo, ci sia un terreno piano, scavalco fiumi, ombre nere in cammino mi vengono incontro. Una ragazza mi sventola dietro una bandiera brasiliana. Io le dico: ‘Suerte’ e penso ai fascisti al potere nel suo paese.

Come si fotografano i fiumi?


Giorno di brasiliane. Da dodici anni, lei vive a Oliveiro. E parla uno spagnolo brasilianizzato. Delle elezioni dice: ‘Vedremo’. Questa volta non fotografo. Non chiedo il nome. Mangio hamburgher e mi chiedo, come sempre, perché non mi fermo in questo paese di pietra. Perché non mi fermo a Lago, che ha sapore pungente di letame e l’aria da gatto addormentato? No, salgo verso praterie, mi affatico, le spalle si fanno pesanti e questi continuano a dirmi: ‘Buen camino’. Solo il solo che va in senso contrario, pensano che sia di ritorno e invece sto andando. Un giapponese mi sorride: ‘Congratulations’. A cosa? Ai miei anni? Vado su come un tapiro sbilenco. Alla fine c’è il crinale e la vallata di un fiume. Verdissimo e quattro irlandesi sedute a godersi il panorama. Mi offrono cioccolata.




Albergue cerrado a Ponte Oliveiro. Ecco, il timore di ogni camminante. Perché andare ancora avanti? Mi hanno detto che Casa de Pepa è un buon posto. Là devo arrivare, ogni cento metri controllo la distanza. I cinque chilometri non finiscono mai: una ragazza si trascina dietro una gamba intirizzita. E sorride dietro un sipario di lana a proteggerle il viso.

Chiedo a due ragazze inglese che trottano come puledre da dove vengono? ‘No idea’. Dove avete dormito stanotte? ‘No idea’. Il cammino è di là? Mi guardano come lo scemo del villaggio. Mi arrendo. Dicono: ‘We go to Finisterre’. Adesso le fermo. No, le guardo correre come il vento con le loro gambe nude.
Mi rivesto, ho freddo, ho una crisi di freddo. Tremo come una spiga di grano sotto la tempesta. Mi metto addosso il pile di riserva. Una ragazza con gli occhiali mi dice: ‘Sei arrivato’. Ottocento metri. Interminabili.

Casa di Pepa. Camino con fuoco, doccia come un loculo, ma acqua bollente, una coperta, tremo, zuppa di lenticchie, milanesa di porco, mi accosto al camino, bevo vino. E, chi sa, mi sento in pace.

