Andrea Semplici
A piediIn evidenzaItaliaRaccontiRacconti di viaggio

Pocekaij – Montone.3/ La via del fiume

Panorama del mattino

 

Vediamo: fastidiosa ferita sulla spalla sinistra, provocata da uno spallaccio che non riusciamo a regolare. Rischia di interrompere il viaggio. Zaino troppo pesante, immagino. E storto.

Tre vesciche sotto i piedi. Le ignoro e so che non è saggio.

Ogni parte del corpo duole, le gambe sono di legno.

Posso aggiungere: guai a Remo e Mara, speravo ci raggiungessero e invece non potranno arrivare.

E ora devo anche scrivere. Perché? Il corpo reclama il sonno e Montone, gran bel paese, è come Disneyland. Ci sono persino i tornelli. Ha ragione Paolo, già undici anni fa il paese aveva dimenticato sia il croato e l’italiano, parla solo inglese e tedesco. Ogni casa è un b&b. Dobbiamo arrenderci? È più affollata di Matera. Una piccola targa, in fondo alla piazza ricorda Andrea Antico. Chi è? Un editore musicale e compositore. Per i suoi libri usava la xilografia, eccellente miniaturista. Gloria antica, cinquecentesca, di Montone. Aveva come rivale un editore di Fossombrone, il mondo era già globalizzato. Cerco di immaginare Andrea Antico chino sulle sue carte. Non credo che ci siano più italiani a Montone. Smentitemi, per favore.

Gli olivi dell’Istria

 

Giornata magnifica. Cambia il paesaggio, abbandoniamo il Carso, scendiamo nella valle, i prati risplendono, fiori ovunque, attorno alle case appaiono tulipani, uomini e donne in carca di asparagi, pungitopo, tarassaco. Leccornie. Campagne ben coltivate. Le tre case di Perci, una donna appare alla finestra e applaude. Ha dipinto tre vasi con facce di famiglia e anche loro salutano il nostro passaggio.

Tappa lunga, oramai oltre i venti chilometri ogni muscolo protesta e i pezzi cominciano a rompersi. È tempo di smettere? Mi vengono pensieri foschi. Mi consolo con il sole. Alla chiesa dello Spirito Santo arrivano Cesare e Maddalena, appena conosciuti a Trieste, hanno deciso di unirsi a noi per qualche ora. Cesare è un provetto cartografo, abituato a maratone islandesi, e Maddalena organizza un festival di ‘corti’ a Cortina. Andiamo.

I vasi-famiglia di Perci

Un cammino può essere bello e monotono?

Puntiamo sul castello di PietraPelosa. ‘Non so perché si chiami così’, dice Cesare. Baluardo franante, imperioso, abbandonato, sorveglia il fiume Quieto, questo deve fare: un tempo questo era una strettoia dalla quale si doveva passare e queste acque erano navigabili. Dicono che appartenne alla gente di Aquileia e ai Veneziani e che deve il suo nome ai muschi che crescono sulle sue mura. Regione di piogge, immagino. Vorrei fermarmi qui, c’è una konoba, un’osteria, anche Paolo pensò ad una sosta e noi, come lui, proseguiamo. Altra prova di poca saggezza. Ci infiliamo in una stretta valle, il fiume saltella allegro ed erode le sponde. Questo sarà un cammino sulle sponde dei fiumi. Per fortuna c’è un bar (finalmente) alla fine della valle: The old river. Un po’ troppo elegante per i miei gusti. È un buon posto, una ragazza corre ad accarezzare i fiori bianchi sulla sponda del fiume. Ora giusta: per una zuppa istriana, i nostri amici non badano a spese: pasta con i tartufi. Questa è terra di tartufi.

Il fiume Quieto

 

Scegliamo di camminare sulla sponda del fiume Quieto (che è abbastanza agitato e corre coma una furia). Ci sono strani cumuli di terra provocati da legioni di lombrichi. Un airone grigio si invola, grazie Herzog, mi piacerebbe seguirlo. I miei amici mi strattonano. La spalla duole, lo zaino sbanda.

 

Ecco, monotonia e bellezza. Chilometri infiniti, fiume, prateria, strada sulla destra. Non si arriva mai. Al ponte decidiamo ai cambiare sponda. Con i senno di poi, una sciocchezza. Ora sono chilometri di fango scivoloso, pozze di acqua, melma che arpiona le scarpe. Daniela, Carla e Cesare non si fanno intimorire, sono su un altro pianeta, meglio: io sono su un pianeta più antico e rugginoso. Io e Maddalena ci impantaniamo di continuo. E, alla fine, oscillo sul solco di un trattore e mi ritrovo per terra. A rotoloni nel fango, una gamba incastrata sotto il culo. Non mi viene in mente che è quella rotta. In fondo il femore me lo sono rotto a questa maniera. Invece mi rialzo. Cesare e Daniela mi soccorrono, mi sciolgono dai legacci, dall’imbroglio della macchina fotografica, sono una statua di fango. Ma sono in piedi. Rifiuto le offerte di portarmi lo zaino. A ognuno i suoi pesi. Montona è là in fondo, paese bellissimo, aggrappato una collina aguzza, irraggiungibile. A ogni passo è come se si allontanasse. Credo che si faccia beffe di noi.

PietraPelosa

 

Tracce di caduta

Un taxi arriva a recuperare Cesare e Maddalena. Lo prendiamo anche noi? No, certo che no. Che stolti. Ancora chilometri, fino a un altro ponte. Montona sopra di noi, lassù in cima. Oltre chilometri, il nostro albergo è proprio in vetta. Rassegnato. Capo chino, bastoncini a sorreggere lo zaino, un passo dopo l’altro. Non penso. Paolo ha scritto che anche per lui fu uno ‘strazio’. Lo è. Tornanti. Auto. Pendenze. Però che bellezza i panorami che si colorano con tinte forti e dolcissime.

L’arco di Montona

 

Stremato mi fermo in una piazzola, punto panoramico, le campagne a vigna, il vino di Montana è celebre in Croazia. E qui viene prodotto il 70% della frutta. Ma il nostro rifugio è irraggiungibile: cartello che annuncia il paese e il nostro letto e cibo è ancora a venti minuti. Tagliamo per una scalinata di pietra sconnessa. Sembra non finire mai. Ogni finestra un apartment, un touristic, chi abita a Montona?

Salire

Sommità, i tavoli di un bar affacciato sulla valle, inglesi, tedeschi, una bella piazza, alberi illuminati da cento lampadina. Un appartamento per noi. Non chiedo quanto costa. Accendo i termosifoni: scarpe, pantaloni, zaino, pantaloni da lavare. Vorrei dormire. E invece mangio una ‘zuppa quotidiana’ e guardo il prezzo degli altri piatti. Cesare ci ha lasciato del formaggio.

Una passeggiata notturna sugli spalti dell’antico paese-fortificato. Qui scopro la piccola lapide ad Andrea Antico. Mi commuovo e guardo la notte.

Riuscirò a rimettermi in cammino?

Non apro le mail che premono una sull’altra. Sogno il letto. La betadine brucia la ferita sulla spalla. Sono contento di essere qui. Vorrei scendere con dei ragazzi che siedono ai bar all’aperto. Ci sono solo loro. Sono i giovani camerieri finalmente padroni del palcoscenico. I turisti sono scomparsi

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.