Andrea Semplici
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Ritorno a Firenze. Manco da giugno.

Sull’angolo di Piazza Tasso, i ragazzi della casa occupata (sospetto) hanno stampigliato, per me?, le indicazioni per Rialto e per la Gondola, per attraversare l’Arno. Maligni, mandano in direzione opposta.

 

Mi fa sempre una ‘stranezza’ tornare nella mia città. Devo ammetterlo: questa è la mia città. La trovo bella. Ieri notte guardavo, assieme a Luca, Porta Romana, ero capace di cancellare le auto, e mi appariva solida e leggera, un’architettura ammirevole. Ho pensato: quaranta anni fa scrissi un articolo che annunciava l’apertura dei passaggi sopra le mura di Firenze, là dove sopravvivono come in Oltrarno. Non è mai accaduto. Ma io, lassù, sopra la Porta ci sono stato. E c’era già ‘la squilibrata’ nella rotonda del piazzale di Porta Romana. L’altra notte mi è sembrata bella anche lei. Ma quante storie hai disseminato per il mondo, caro Pistoletto.

Cosa offre un ‘madre concept library reburger’. Mi intriga. Troppo caro

 

Sono andato al Torrino, sull’Arno. Fantastico ‘circolo’ sulla sponda del fiume. Là, al ponte della Carraia (ricordo bene?). E c’erano un uomo e una donna, 77 anni lui, a lei non ho chiesto, che fermavano chiunque entrasse nell’area di tavolini: ‘Ha la tessera?’. Campagna di sostegno a una delle più belle storie fiorentine. Due euro. Non ricordo se ho la tessera 2023, ma due euro in cambio della felicità che il Torrino mi ha dato per anni e anni, non si negano certo. Mi fermo un po’: aiuto  con lo spagnolo e l’inglese, con il mio povero spagnolo e inglese, a chiedere a turisti di passaggio. L’uomo dice: ‘Ai miei tempi – che sono i miei – si studiava il francese’. Mi rivela anche che il Torrino ha più di diecimila soci. Guardo la mia tessera: numero 9283.

Il circolino

 

Cammino per il quartiere. Via del Leone, Borgo San Frediano, via del Campuccio, la vecchia scuola media di Greta. Cambia la geografia dei locali: sì, ma con delicatezza, la libreria-cibo dell’Orintorinco al posto del trippaio (così, dice la targhetta in alto). Uno strano luogo che offre ‘reburger’, tutto in inglese, e ancora libri. Mi dice che è ‘Madre Concept Library’. Se avessi coraggio chiederei a Peter. Anche in via dei Serragli, c’è un’osteria (con giardino) che propone libri e arte. L’antica fiaschetteria ha conservato, orgogliosa, la sua insegna di pietra: nasconde un piccola trattoria troppo popolar-raffinata, ma, insomma, va bene…e poi, se attraversassi la piazza c’è ‘Il Conventino’, con  le sue ‘pinse’, la ragazza uruguagia dietro a cui avevo perso i sensi e che ancora mi ricorda (mi dicono gli amici). Il fast-food cinese ha ceduto il passo a un indiano. Alle poste, il 22 di agosto, siamo io, una donna peruviana che deve mandare soldi a casa, un inserviente sempre peruviano che pulisce l’ufficio e un giovanotto salvadoregno che deve versare dei soldi. Io devo fare una raccomandata. Per errore scelgo la Raccomandata 1. ‘Può fare quella ‘e basta’’’, mi dice l’impiegato allo sportello. Mi graffia un po’, appena un po’, che a me dal lei e alla donna peruviana dava del tu. Lo perdono. Ha un’aria simpatica e anche lui ha un tatuaggio appena nascosto dalla maglietta. Dovrei riscrivere il modulo per fare la ‘raccomandata e basta’. Mi fa fatica, va bene, la 1. Quattro euro in più scoprirò poi. ‘Non si mandano più raccomandate’, mi dice ancora l’impiegato. Mentre io non soffro tanto per i quattro euro. Si vede che me lo posso permettere.

 

Sulle panchine di piazza Tasso stazionano, sgangherati e disfatti, a torso nudo, pance che debordano dai pantaloni, gambe gonfie, pinzature di insetti, occhi febbricitante, da rapaci sconfitti dalla vecchiaia e dalla povertà, guance cadenti, denti marci, uomini di sfiga e che spesso hanno inseguito le loro disgrazie, ma spesso sono semplicemente nati dalla parte sbagliata. Loro possono solo aspettare che l’Albergo Popolare apra le sue porte per buttarsi come cenci sulla branda e vociare contro i vicini. Apprensione nel passare fra le panchine dove questi uomini (dove stanno le donne?) si accasciano con sguardo vuoto. Non c’è più nemmeno il Tavarnello, vino diventato figo.

 

Ecco sono a casa. Ho visto, invisibile perché troppo alta, la targa dedicata a Giulio Bencini, pioniere della fotografia e maestro del ‘saper vedere’. Non me ne ero mai accorto. Cosa hai visto?

Ho smarrito l’agenda. Questo è un guaio.

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