La rassegnazione di Messina

Da quanti giorni Messina è senz’acqua?
Oggi, su Repubblica, cercavo un articolo, un commento, un’inchiesta. Il titolo era su Matteo Renzi che, da buon uomo nuovo, non ha resistito al richiamo di Bruno Vespa (non è possibile rottamare un’abitudine a quanto pare) e confessa che a lui il Ponte sullo Stretto piace e che, ‘a medio termine’, si farà. La sola cosa che, a Messina, mi è parsa funzionare con decenza sono i traghetti fra la Sicilia e la Calabria: solo che le auto una volta sbarcate finiscono in ingorghi e strozzature.

Messina è sempre stata senz’acqua, mi dice un giovane messinese. In ogni appartamento, quando era ragazzino, si tenevano le vasche da bagno piene. L’acqua sarebbe mancata.
Questa città non sa ribellarsi, mi raccontano altri amici della città

Per alcuni giorni, qualche settimana fa, ho camminato a lungo per le strade di Messina. 250mila abitanti. Un traffico aggrovigliato e da nervi tesi. Marciapiedi sconnessi. Cumuli di rifiuti. Mi accompagnano nelle periferie di Scala Ritiro, favela di fango e baracche accanto a ville da boss, borgata cresciuta in un vallone, sotto un cruciverba osceno di viadotti e sopra, raccontano, la minaccia di discariche di amianto. Una Messina invisibile e disgraziata. Basta guardarla questa vallate per capire che un’alluvione la porterà via. Ma poi si torna verso il mare: la bellezza e lo stupore dello Stretto, le lunghe barche dei cacciatori di pesce spada, le luci della Calabria. Che città è questa? Nei giorni in cui stavo là si dimise perfino il vescovo. Così, all’improvviso. Il sindaco, Renato Accorinti, un ‘no ponte’ che sempre indossa una maglietta ‘free Tibet’, mi è apparso impotente. Troppo fragile. Come il suo territorio dissestato da frane e abusivismi.

Oggi un giovane archeologo siciliano mi ha spiegato: la città non ha ritrovato sé stessa dopo il terremoto. Non rimase nulla in piedi. Tutto cancellato. All’alba del 28 dicembre del 1908, 37 secondi, scossa del settimo grado. Morirono 80mila persone, metà della popolazione della città.
Non so, nei giorni di Messina, la città, prima di rimanere senz’acqua, mi era apparsa rassegnata, raggomitolata su sé stessa.




Caro Andrea, dopo Matera ci siamo sfiorati a Messina, città dove vivo a singhiozzo da 4 anni. Se sapevo che c’eri ti avrei portato non nei luoghi ma tra la gente che non coltiva speranza ma pratiche di costruzione del presente: la Cantina, la Badiazza, Colapesce, l’Arci Shankara, il Camelot, la Foscolo occupata… Sarà per la prossima!
E ci sfioriamo in un Messico immaginario e per me perduto. Non mi ero ricordato di te a Messina. Mi torni spesso in mente, per il Messico e per le promesse che mi faccio. E’ sempre ‘troppo tardi’. ‘Che cosa stiamo aspettando, Madame? Che sia troppo tardi’. Sabato parto per l’Etiopia, ecco, vedi: io sogno, con paura, il Messico e vado dalla parte opposta…senza desideri. Lascia tracce, Francesco. Magari, come dici, ci sarà davvero una prossima volta. Come mi piacerebbe. Grazie.