Non si smette di tornare a Genova/’Non fate i bravi’
(‘Se fate i bravi’, un film di Stefano Collizzoli e Daniele Gaglianone)
‘Chi non spera l’insperabile, non lo scoprirà, poiché è introvabile e ad esso non apre nessuna porta’ (Eraclito)
Stefano aveva vent’anni nel luglio del 2001. Vent’anni quando, assieme ad Andrea – che già aveva sempre in mano un telecamerina -, salì, alla stazione di Padova, sul treno che li avrebbe portati a Genova. Per l’ultima manifestazione contro il G8.
La memoria, a volte, come una vecchia cassetta, si interrompe, ma rimane sotto pelle. È sepolta, ma come una vecchia ferita, riappare, duole, si ‘fa sentire’, reclama attenzione, e ‘cura’. E allora le immagini scorrono davanti agli occhi. Bisogna guardarle e ognuno ricorda ‘qualcosa’, ‘qualcosa’ che ha mai raccontato nemmeno a sé stesso. Questa memoria, persistente e fragile, appartiene a chi oggi ha quarant’anni o più. Il film di Stefano, di Giancarlo, di Fabio (che ha avuto l’idea iniziale: tornare a Genova, non per commemorare un anniversario, ma per ‘capire’. E per fare sapere a chi oggi ha trent’anni e niente ne sa) indaga su quella frattura che spazzò via (ne eravamo consapevoli?) i sogni di tanti, troppi ragazzi. Troppe volte, nella mia vita, ho pensato: è lì che abbiamo perso la nostra innocenza. A me, settantenne (che tremore a scriverlo), è capitato altre volte, da ragazzo a giovane: le bombe di piazza Fontana e la fine del ’77 (però fummo bravi a chiudere quella stagione con un grande rave party durato tre giorni). Poi c’è stata Genova. Da ‘adulto’.
Evandro, oggi psicologo torinese, si ritrovò accanto a Stefano sui lungomari di Genova, quel sabato maledetto. Non erano ‘militanti’, non appartenevano a nessun gruppo organizzato, ‘erano lì e basta’, erano ‘il popolo di Genova’ che cullava l’illusione di poter contare nel gioco del mondo. ‘Noi pensavamo che servisse a qualcosa’ andare a Genova. E sarebbe servito: possiamo dire, a vent’anni di distanza, che gli immensi problemi (emergenza climatica, migranti, guerre, disuguaglianza) che ‘il movimento’ annunciava, si sono poi rivelati un tragico futuro? ‘Se solo ci avessero ascoltato’…
I due ragazzi erano distanti pochi metri, camminavano quasi a fianco. Per i casi del destino, Stefano si ‘salvò’, Evandro, invece, finì nell’incubo di Bolzaneto, un quartiere che oggi si ricorda per la caserma della polizia dove furono pestati a sangue i ragazzi arrestati nelle strade di Genova. Che strano, oggi che scrivo queste righe, scopro che quella caserma si chiama Bixio, chissà chi ha scelto il suo nome: una dedica al più sanguinario degli ufficiali di Garibaldi, l’uomo che guidò il massacro di Bronte. Evandro non aveva mai raccontato, per intero, la storia del suo arresto e l’orrore delle ore di Bolzaneto. Venti e più anni dopo, di fronte a due coetanei, che vogliono tornare a Genova con una telecamera, decide di farlo. Le sue parole si rompono, i suoi occhi piangono. Genova, per una generazione, è stata la frattura delle ossa della propria anima. Dolgono ancora. Ma vi è, nel lavoro di Stefano, di Daniele e di Fabio, anche il bisogno di ‘recuperare l’allegria’, che c’era a Genova. Ricordo Saretta che faceva volare le clave davanti ai cordoni dei poliziotti, ricordo le assurde armature delle Tute Bianche, le pizze degli Elfi e le corse a fiato corto di due preti comboniani, ricordo…
C’è Stefano che riuscì a tornare a Padova indenne nel fisico, ma con una cicatrice dentro di sé che ogni tanto si apre. C’è Evandro che mai è riuscito, nel profondo, ricucire le proprie ferite. ‘Se fate i bravi’ è questa storia, racconta questa storia. Riprende un filo che si era interrotto. Forse è vero che ‘bisogna dimenticare prima di ricordare’. E se quel ricordo riaffiora, è come se fosse avvenuto ieri. E c’è sempre un’urgenza di raccontare, di ritrovarsi. È stato troppo ‘grande’ quel che è accaduto a Genova.
Nel film c’è il tentativo (potrebbe riuscire) di unire la generazione di chi ha vissuto Genova e i ragazzi di oggi. Che niente sanno di quei giorni. Ho pensato: io sono nato otto anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, otto anni dopo la Resistenza. Eppure, per anni e anni, ho quasi ignorato questa ‘vicinanza’: sì, c’erano stati, ci sono, i partigiani, ma la memoria mi sembrava un ricordo ‘vecchio’, dei nostri padri (non del mio).
Nel film, c’è l’incontro venti e più anni dopo fra Evandro e Angelo Sabella, allora responsabile del ‘carcere’ di Bolzaneto. Non riesco a raccontarvelo.
Io sono tornato a Genova a settembre del 2001: una rivista, Altreconomia, mi chiese di andare a ripercorrere le tracce di quanto era accaduto, di incontrare i ragazzi dei carrugi, di capire chi fosse Carlo Giuliani e, ma non ci sono riuscito, chi fosse il carabiniere che lo uccise. Passai giornate in piazza Alimonda, guardando l’incessante pellegrinaggio dei ragazzi.
Stefano invita a raccontare quello che ci siamo tenuti dentro per vent’anni, a rivelare un episodio che non abbiamo mai detto a nessuno (lui, dice, che, negli anni, non è riuscito a raccontare la sua Genova nemmeno a sua moglie). Mi è venuto in mente solo qualcosa di ‘trascurabile’: il giorno prima, alla manifestazione giocosa dei migranti, camminavo di lato al corteo, c’era allegria nell’aria, si confondeva con una tensione sottotraccia. Avevo la macchina fotografica appesa al collo e ben visibile l’accredito stampa. Un carabiniere, un uomo di mezza età, corpulento, massiccio, viene in senso contrario al corteo, io cammino su uno spartitraffico, quando ci incrociamo lui piega verso di me, alza la spalla sinistra, rafforza le mani sui suoi fianchi e mi colpisce con forza con il corpo. Mi fa cadere dallo spartitraffico: in realtà non sono caduto, ho perso l’equilibrio e mi sono ripreso. Mi sono voltato un metro più avanti, lui proseguiva il suo cammino. Un gesto gratuito, stupido, cattivo, direi. Avrei dovuto prenderlo come un avvertimento. Mi è sempre rimasto impresso, forse più della violenza dei giorni successivi.
Una delle colpe più gravi che rimprovero a chi ha guidato lo Stato nei giorni di Genova è questa: da allora, e per mesi e mesi, e ancora oggi, aver fatto perdere fiducia in chiunque indossi una divisa. Vedere un carabiniere, un poliziotto, un finanziere, per anni, mi ha dato ‘fastidio’. E paura.
Un altro ricordo. Testa del corteo delle Tute Bianche, davanti alle armature, con un amico incontrato casualmente, siamo distratti. Via Tolemaide. Ci fermiamo, ricordo il silenzio, la scena si ammutolì davvero? I carabinieri schierati all’altro lato dello slargo. Le barriere, come una frontiera che spezzava la Terra. Attorno a noi, i giornalisti, tutti inviati di guerra. Sapevamo che l’accordo era di concedere al corteo di arrivare fino alle barriere, un gruppetto di poche persone, si stacca dal corteo, vuole parlamentare, ribadire gli accordi. All’improvviso, un botto ovattato, vola un candelotto lacrimogeno. La sua scia disegna un arco bianco nell’aria. Nel ricordo, è anche una bella immagine, sembrava il tratto di un pennello. Era il segnale? La carica fu violenta. Rapidissima. Spuntarono decine e decine di carabinieri, manganelli nell’aria, la loro corsa pesante. Il corteo ne fu travolto, venne spazzato via., le armature di plastica vennero calpestate. Io me la cavai, rincattucciandomi in un portone. La carica mi sorpassò senza curarsi di me.
Il resto lo sapete. Questo film ve lo racconta un’altra volta. Da un punto di vista finora trascurato.
Stefano ci invita: ‘Non fate i bravi’



