Teatro/ A chi serve Filottete?
Abbiamo dimenticato Filottete. Io lo so. Lo sapevo prima ancora che cominciasse a raccontare. Ne ho anche le prove. Hanno abbandonato sull’isola di Lemno un uomo ferito gravemente a una gamba. Tranne poi accorgersi, dieci anni dopo, che l’arco di Eracle che lui possedeva era necessario per vincere la guerra di Troia. Fu quel so-tutto-io di Ulisse a cercare di recuperarlo. ‘Ma dall’Abbandono non si torna indietro’.
Ho vissuto mesi in ospedali e centri di riabilitazione con i ‘vecchi’, in gran parte feriti gravemente a una gamba. E spesso Abbandonati. La tua gamba forse non marcisce come quella di Filottete, ma la tua mente, si; il tuo corpo, sì. Il vecchio, la vecchia che varca, con un osso spezzato, il portone di un ospedale, di una clinica, di una rsa, si troverà in una terra sconosciuta; sa solo che la sua gamba è spezzata; che medici, infermieri, oss, gente delle pulizie, eroi omerici della nostra contemporaneità, sono assediati e stremati; sa che sono pochi. E lui è solo.
Il Teatro dei Borgia ha fatto rivivere il dramma di Filottete in un luogo inusuale. Non in un teatro, non c’erano comode poltrone di velluto rosso, ma scomode sedie di plastica (sempre rosse). C’è un televisore perennemente accesso. C’è un’ortensia di plastica. Una brutta poltrona grigia. Un tavolino. E c’è Bill, un piccolo pesce rosso. Il solo compagno di Filottete. Un vecchio attore che, colpito da una crudele malattia neurodegenerativa, è stato abbandonato dai suoi compagni di scena, da sua moglie, dai suoi figli. Nessuno è in grado di aiutarlo. Assisterlo è un peso troppo grande da portare a lungo, è insopportabile osservarlo mentre scivola nella demenza e si caca addosso (è capitato anche a me e so che cosa vuol dire: è l’umiliazione, il degrado).
Il Teatro dei Borgia costringe Filottete a viaggiare per l’Italia. Per narrare, per far sapere. Ci conduce nei luoghi invisibili dei ‘margini’: il Centro Diurno di Trani o l’ambulatorio della clinica neurologica di Chieti. Qui, a Padova, Daniele Nuccetelli, attore dei Borgia, ha messo in scena la contemporaneità del dramma di Sofocle, in una stanza disadorna della mensa delle Cucine Economiche Popolari, un centro gestito dalle suore terziarie francescane. Un luogo dove ogni giorno approdano decine e decine di uomini e donne per un pasto caldo, per una doccia, per una visita medica. Il teatro ti conduce nei luoghi della vita. Anche di quella che non vuoi vedere.
Tre spettacoli avvengono in contemporanea, non avevo capito i manifesti appesi per la strada, davano tutti lo stesso orario per palcoscenici diversi. All’ingresso nelle Cucine, dobbiamo scegliere: Medea, Eracle o Filottete? Per caso e per destino, finisco per volere conoscere quest’ultimo: forse perché non ne ho memoria nelle mie inesistenti letture classiche. La raggiungiamo nell’ultima stanza.
Dice Filottete: ‘È da tanto che stiamo qui; non è un granché come posto ma almeno è sicuro. Conosco tutto qui, è la mia tana, la mia isola. So come funzionano le cose qui, non ci sono imprevisti, questo è il mio palcoscenico’. Il palcoscenico della solitudine. Dove ho messo il pappagallo? Non riesco a raggiungerlo e io devo pisciare. La malattia cancella tutto. ‘Tutto! O me sciagurato! Gli dei mi odiano!/E i maledetti che mi hanno cacciato se la ridono in silenzio,/Mentre la mia piaga germoglia, cresce sempre di più’.
‘Hai paura di tutto, non ti fidi più di nessuno, così anche gli altri non ti cercano più, ti abbandonano’. È quello che ho visto accadere. Non è successo a me. Gli amici sono rimasti. Come gli affetti. Come faccio a spiegare l’indicibile? Come faccio a spiegare le notti? Come racconto l’irraccontabile? Come posso dirvi della quiete spossata dei pensieri? Osservo Filottete come uno specchio distorto. Siamo in pochi in questa piccola stanza. Stiamo in silenzio. Impotenti. Siamo solo spettatori. Ti sale l’amarezza verso ‘i sani’, sfiora l’invidia, a volte perfino il rancore, cerchi di sfuggire a sentimenti inaccettabile. Poi senti Filottete gridare: ‘Ma che ne sapete del dolore? Passate il tempo a lamentarvi per i soldi, le ambizioni fallite. Vivete tutti nell’isteria della sopravvivenza. E chi non riesce a morire al momento giusto è costretto a morire in quello sbagliato.
Che ne sapete del dolore vero?’. Ma io sto bene, io sono spettatore, ho pagato un biglietto, e, in più, conosco questo luogo, ero già stato alla Cucine, per un articolo. Un refettorio dalle tinte anni sessanta. Conosco chi si mette in fila per un pasto. Vedo i ragazzi neri, i bianchi aggrinziti, gli arabi dallo sguardo di catrame, i giovani pallidissimi, dai gesti a scatti. Ho dimenticato Kamel, Vito, Gigliola, Emma, gli altri di cui non ricordo più nemmeno il nome. Ho dimenticato. Quando sei ‘fuori’, dimentichi. Ora sono dalla parte di chi abbandona. Sul confine, pronto a cadere di nuovo. So, come tutti, cosa accade dall’altra parte del palcoscenico. Siamo esperti nell’arte di girare il capo dall’altra parte.
Quando lo spettacolo finisce, quando Filottete esce e rimane solo il pesce, c’è un minuto di silenzio. Frastornati, incapaci di muoverci. Chi farà la prima mossa? Duemila anni dopo Sofocle, continuiamo ad abbandonare l’uomo ferito, prigioniero, demente, vecchio…
Poi arriva il teatro e conduce noi, ‘normali’, e noi, ‘ex-sani’, nell’isola che non vogliamo vedere.
(Per saperne di più su ‘La città dei Miti’, trilogia del Teatro dei Borgia è su Teatrodeiborgia.it)



