Andrea Semplici
A piediRacconti a piediRacconti italianiSud

La Rotta dei Due Mari/Il primo cammino, da Polignano a Castellana

Domenico cerca nuovamente di volare (girate quella statua verso il mare)

Beppino mi riconcilia con Polignano a Mare. La sera prima il paese di Domenico Modugno, trenta chilometri a Sud di Bari, mi aveva deluso. Immalinconito. E un po’ di rabbia senile. Geografia di b&b, pub e ristoranti che tendono al lusso. Prezzi alti. Le luci natalizie fanno cornice di tristezza. Perfino le scritte illuminate e le poesie scritte in ogni angolo appaiono fasulle. Scotellaro si sarebbe infuriato. Fasulli anche i versi di ‘Volare’ sospesi in via Roma. Mi aveva preso male, insomma. Troppo vecchio, ho pensato. Non c’è un’osteria a Polignano? Va beh, chiedo scusa. Ora mi passa. Le baguette di Giampé mi hanno aiutato.

Beppino (devo mandargli le foto)

 

La mattina a fari spenti

 

In cammino alle otto del mattino

Per fortuna è apparso Beppino con la sua cravatta regimental a strisce verdi e rosse e la sua giacca rossa da ferroviere. E il suo sorriso e il suo bar senza trucchi. Ritagli di giornale, manifesti di concerti, cartoline appese dovunque. Un museo cartaceo degli ultimi cinquantotto anni di Polignano. E un biglietto che avverte: ‘Cellulare fra poco’. L’orgoglio di stare fuori dai palcoscenici superaffollati. Un po’ di sano snobismo popolare. Ecco, ora non partirei più. Rimango qui a passare un giorno di gennaio con Beppino a ricucire un amore che deve ancora sbocciare con Polignano. Che merita la mia emozione: era da tempo che volevo venire qui.

Al mattino, con il cielo di nuvole basse, mi passa del tutto il malumore: Polignano con luci spente è molto più bella dello sfavillio disneyano della notte. Andiamo a guardare il mare.

Giornata grigia, la prima dopo venti giorni di sole smagliante. Credo che fosse ora, mi mancava un cielo color latta. Salutiamo Beppino, andiamo a trovare Domenico. Sta là, in fondo a una piazza oltre la celebre spiaggia. Statua a braccia aperte. Chissà a chi è venuto in mente di lasciarlo così, con le spalle al mare e gli occhi verso i condomini. Domenico, io mi sarei arrabbiato. Come si fa a ‘volare’ verso la linea delle palazzine? La statua è bella. Un uomo delle pulizie spara nuvole di acqua sul selciato orfano della notte. Vorrei convincerlo a passarmi davanti per scattare una fotografia. Panino al caciocavallo e focaccia al pomodoro. Un buon inizio. Al bar Clipper timbriamo la credenziale della ‘Rotta dei due mari’. C’è un altro viandante, uno solo solitario e serissimo, ma perfetto nel suo abbigliamento, nella sua barba, la sua mappa, l’aria da camminatore esperto. Lo indico a Chiara ed Erika: ‘Ecco, lui è vestito con decenza’. Mica come noi: due ragazze (i loro genitori sono più giovani di me) e io con un ferro a tenermi su il femore. E borse da passeggio, scarpe da città, nessuna difesa. Comincio ad avere qualche timore. Per la mia gamba. Questo cammino va fatto.

Si comincia da via Martiri di Dogali. Vorrei raccontare come andò a Dogali, vorrei dire di quel ponte, su un wadi eritreo, che più volte ho percorso. Vorrei leggere in pubblico, a voce alta, ‘Tempo di uccidere’. Vorrei dirvi: io a Dogali ci sono stato e so cosa è successo laggiù. Eravamo noi gli invasori. Camminiamo verso la periferia di Polignano. Qui dovrebbero venire i turisti, per vedere pezzi di Puglia. Usciamo dalla città, ruotando attorno a un grande magazzino. Via Conversano, scavalchiamo un viadotto, pericoloso per chi cammina. E subito dopo giriamo a sinistra per la strada comunale Marinesca. Le indicazioni blu e rosso (i colori del Taranto) della ‘Rotta dei due mari’ci hanno condotto, senza incertezze, nelle campagne di Polignano. Una freccia a onda, simile al simbolo di uno spermatozoo, risolve ogni indecisione. Hanno fatto un buon lavoro i creatori di questo cammino. Devono essersi divertiti.

Dopo il viadotto, giriamo a sinistra. Lasciamo il traffico, ecco gli stradelli della Puglia rurale. Le strada ‘comunali’. Sfioriamo piccoli campi coltivati a insalata verdissima. Disegni geometrici perfetti, rettifili paralleli. Olivi sontuosi formano sculture bellissime. Sono come giganti di legno con fronde scapigliate. Ci sono piccoli vigneti e alberi di ciliegio. Terra fertile, paese contadino. Voglia di mangiare un cesto di insalata. Troviamo, abbandonati, piatti bellissimi. Ce ne portiamo dietro qualcuno. I muretti a secco sono sempre una meraviglia di land-art.

La freccia a mo’ di spermatozoo e i colori del Taranto

 

Il lupo peloso

 

Orti e biciclette

 

La rosa bellissima

 

I campi di insalate

Cani gentili, un bellissimo lupo peloso, e cani arrabbiati e diffidenti. Il lupo gioca con le mani di Erika e i dobermann sul tetto di villa Ginevra scatenano la loro frustrazione. Ci posso solo minacciare abbaiando al cielo. Gli altri cani ci osservano dietro ai recinti delle masserie e delle ville della campagna. Il cielo è sempre grigio, ma fiori e piante avvertono il caldo di questo inverno fuori dagli schemi. ‘Se questa è la fine del mondo (e probabilmente lo è), è molto piacevole’. Siamo troppo vestiti. Narcisi e fiori di campo ci fanno compagnia nel nostro cammino. Gli iris risplendono. Assaggio perfino asparagi selvatici in anticipo di almeno due mesi. Bellissima villa Di Grassi, con il suo rosso pugliese.

Strada comunale Marinesca, più avanti a un trivio, diventerà per noi la strada comunale San Cosimo.

In un campo oltre una rete, c’è un forno semovente per pizze. Non sa raccontarmi la sua storia, l’ultima volta l’ho visto in funzione a Genova, su quel maledetto lungomare (ma le pizze degli Elfi erano niente male). Nemmeno l’abito da sposa, la tulle dell’abito, appoggiato su un olivo, sa spiegarmi come mai è lì. Usato come telo per raccogliere le olive? Gli olivi sono contorti, aperti, storditi dai loro anni. Alcuni olivi, nei decenni, si sono avvicinati gli uni agli altri, per poi invecchiare assieme. Una vecchia poltrona imperiale è stata lasciata a bordo strada e invita a sedersi.

Dobbiamo lanciare una campagna per ripulire questi cammini, per liberare gli oliveti, dalle discariche di frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, televisori, forni, pneumatici, poltrone…dai, bisogna provare a ripulire.

Passiamo davanti a una comunità terapeutica. La bellezza come terapia. Un grande recinto per gli asini.

Una fila di uomini raccoglie prezzemolo. Ci sono due camion, una collina di cassette di legno e una decina di raccoglitori. Ci salutiamo.

Piccoli vigneti. Protezioni contro la grandine.

In cammino
Il cammino
Che sia la Masseria Sasso Farano (correggetemi…)
I muretti a secco

Sono le una. Dieci chilometri, metà percorso. Tempo del panino sotto gli olivi. Sediamo su un muretto, la loro architettura è bellissima.

Arriviamo alla Masseria Sasso Farano (credo…), due grandi maremmani spuntano da dietro un cancello. E abbaiano. Un antico pozzo. Una Madonnina in gesso. Un bel posto. Segni bianchi e azzurri raddoppiano quelli rossi e blu. Strada comunale San Cosimo, curva viale Soccorso Monopoli (nome che mi incuriosisce), finalmente via Castellana. Il sole adesso riesce a scacciare il cielo grigio. I trulli si fanno imponenti, imperiosi, architetture dagli equilibri coraggiosi. Alcune curve secche nel cammino, deviazioni ben segnalate. Le masserie cambiano nome e diventano resort, uno si chiama ‘Il letto di alloro’. Bivio: stiamo avvicinandosi a Castellana, insegne di fabbriche, via Bellasora. Una mimosa è certa che sia già marzo.

L’antico pozzo
L’altare di pietra
Il grande trullo
Ci proviamo

Si attraversa la provinciale 120, i nomi delle strade comunale diventano una fantasia: Serra dei Grassi e poi Monte della Vecchia, Masseria della Zingara. Sono già le quattro, ecco Castellana.

Qualcuno li avverta: non è primavera
Dai, non è stagione

 

Decidiamo di tornare indietro, di recuperare la macchina. Ultimo bus alle cinque e dieci. Fermata davanti al bar Pineta. Ai tavolini deve essersi seduto Klimt: è un’esplosione di colori, come fuochi d’artificio. I manichini cercano di camuffarsi da Arlecchini. Libri da leggere, buoni libri. Non ho nemmeno il tempo di controllare se si possono comprare. Bevo una birra (niente Raffo, peccato). Chiedo: ‘E i manichini?’. Il barista: ‘Mio figlio’. Devo tornarci qui, a parlare con il figlio. I suoi colori mi piacciono.

Una ragazza, fasciata in pelle nera, ogni giorno, viaggia fra Castellana e Conversano: ci aiuta a prendere il bus al volo. Perché  tutti i giorni: ‘Per il mio ragazzo’. Che l’aspetta alla fermata, un lungo abbraccio.

Ritorno a Polignano: il bar Beppino

Triangolazione e in meno di mezz’ora ripercorriamo le sette ore del nostro cammino lento. E a Polignano torniamo da Beppino. Felici di rivederci. Bar pieno. Di gente del paese. Giocano a carte. Chiacchiere ad alta voce. Birra e patatine, la nostra alimentazione è uno schifo: però buone le patatine. Beppino in forma smagliante. A un certo punto credo che voglia mettersi a danzare. ‘Se torno quando c’è Juve Fiorentina e così litighiamo un po’?’. ‘Non guardo più le partite, il calcio è diventato solo soldi’. Mi racconta quando cominciò la ‘mutazione’ del paese. ‘Il ritorno di Modugno, i tuffi dei RedBull’. Mi siedo fra i giocatori a carte e ascolto Beppino.

Il primo cammino dopo due anni…grazie a Chiara
E grazie a Erika

 

 

2 pensieri riguardo “La Rotta dei Due Mari/Il primo cammino, da Polignano a Castellana

  • Ciao ,
    Vedo il tuo sito web https://www.andreasemplici.it ed è impressionante. Mi chiedo se sul tuo sito siano disponibili opzioni pubblicitarie come guest post e contenuti pubblicitari?

    Qual è il prezzo se vogliamo fare pubblicità sul tuo sito?

    Nota: l’articolo non deve essere alcun segno come sponsorizzato o pubblicizzato.

    Saluti
    Lina Huber

    Rispondi
    • Andrea SempliciAutore articolo

      What? Spiegami

      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.