Metti, una mattina, in via Gagarin, la Punto238 non c’è più…
Non mi ero accorto che sul lato sinistro di via Gagarin, strada-precipizio di Matera, non si potesse parcheggiare. I cartelli di divieto di sosta erano in senso contrario da dove venivo io. E quindi non li avevo visti. E poi la strada è sempre stata piena di macchine. Quella sera avevo usato la macchina, qui a Matera non lo faccio mai. C’è un solo posto libero, faccio una manovra in discesa (non facile per le mie ossa malmesse) e parcheggio. Avrei dovuto avere un sospetto e dare retta a una premonizione che mi ronzava per la testa. Ho pensato: domattina presto la tolgo da qui. Mi preoccupava il fatto che fosse in discesa. Non posso giurare che il freno a mano regga.
Mi piace che una strada di Matera, molto secondaria, sia dedicata a Gagarin. A quale giunta sovietica sarà venuto in mente? Simpatico, Gagarin.
Alle sette del mattino, vado a spostare la macchina. Ho un appuntamento alle otto.
Il lato sinistro di via Gagarin è vuoto. Nemmeno una macchina. Sparite tutte. Anche la mia. Oh, cavolo. Finalmente mi accorgo dei cartelli di divieto di sosta. Chiedo a Saverio che ha una drogheria dietro l’angolo: ‘Strano che te l’abbiano portata via i vigili’. A memoria di abitante, se accade che passino i vigili, fanno le multe, non chiamano certo il carroattrezzi.
Ma…
Ma ci sono le tecnologie. E i vigili venuti per il divieto di sosta svelano la storia della mia gloriosa Punto238: è senza assicurazione. Oh, cazzo. Come è possibile? Quando scadeva? Io ho passato mesi e mesi in ospedale, durante i quali la mia patente era scaduta. Che cosa ho fatto? A Firenze, poi, non me l’avevano rinnovata. Sono salito in macchina, per la prima volta dopo i naufragi, due mesi fa.
I vigili non rispondono al telefono. Matera è città piccola, il comune è a un passo. Mi incammino.
Che brutto edificio è il comune di Matera. Ma chi l’ha progettato? Il suo ingresso è contorto. Entro, supero il primo vigilante, mi aggiro nel corridoio dei vigili. Sono le otto del mattino. Sbaglio un paio di uffici prima di aprire la porta dei ‘verbali’. Mi danno il numero del ‘deposito’ delle auto. Chiamo. E scopro che non ho riattivato l’assicurazione sospesa da luglio. Ho riavuto la patente a settembre. Ho ricominciato a guidare a fine novembre. A metà dicembre, sono sceso a Matera. Tutto senza assicurazione. Comincio a pensare di essere grato ai vigili che hanno scoperto la mia dimenticanza.
Il vigile mi dice che apre l’ufficio alla nove. Situazione stravagante: l’ufficio è chiuso, manca mezz’ora alla sua apertura, ma siamo lì entrambi, quasi uno di fronte all’altro, mi siedo e aspetto che scatti la campanella.
L’auto è sequestrata. Orca.
Il vigile mi spiega: 606,20. Mi incuriosiscono quei venti centesimi: perché? ‘È la norma’. ‘Ah…’.
Penso: addio a molti desideri, addio a piccoli viaggi, addio alle cene in osteria o al birrificio (calcolo: almeno trenta), addio a lavori che volevo fare in casa, addio al quadro che volevo comprare, al nuovo computer, addio ai regali per i ragazzi, addio allo speaker che sogno da anni (l’altra volta venni fermato a un passo dall’acquisto). Addio a un biglietto di aereo per il Cile. Addio alle lezioni di sax, alla fisioterapia in piscina e alle ginnastiche per stare in piedi. Gioco di vasi comunicanti, si toglie da una parte, cala il livello. Addio ai libri che volevo comprare: tantissimi…
Dai, non la fare tragica.
Il vigile mi dice che non mi notifica l’atto, altrimenti scatta un limite di cinque giorni, in cui dovrei fare troppe cose. Gli sono grato. Intanto bisogna rinnovare l’assicurazione. La mia è online, da sempre, da trent’anni (ero all’avanguardia?). Comincio a telefonare. Numeretti, voci registrate, difficili da comprendere al volo, due volte cade la linea, alla fine un’altra voce registrata mi avverte: ‘La sua chiamata è stata presa in carico, la ricontattiamo noi’. Storco il naso di fronte alla ‘presa in carico’: la lingua batte, direbbero alla radio. La voce registrata è premurosa come un aspide: spiegano che lo fanno per non farmi aspettare invano. E dai, assumete più gente, siete un colosso finanziario, distribuite un po’ della vostra ricchezza, assumete qualcuno in più ai call-center. Aspetto per cinque ore (facendo altro, sia ben inteso). La linea cade ancora. Perdo così Daniela, che magari risponde dalla sua cucina. Solo alle 13 (grosso modo) Francesca riesce ad afferrarmi. Voce gentile, deve essere bella, Francesca. Se la sbriga bene. Riattiva la polizza e mi spedisce i documenti via mail. Al solito, li spediscono a mia figlia, che ha un motorino assicurato con loro. Così le carte vanno (sono tante) in Argentina. Per fortuna, Greta se ne accorge e le obbliga a riattraversare l’oceano. Le ho in mano. Ora devo stamparle. Vado in cartoleria, occasione per chiacchierare con Mario.
Oramai sono tre del pomeriggio. L’assicurazione scatterà a mezzanotte, non se ne parla di recuperare l’auto.
Torno comunque in comune. L’ufficio è chiuso, cercano di fermarmi, ma il vigile mi aveva detto: lei entri lo stesso. Non ritrovo lui, ma ha lasciato le carte: ora ho in mano il PagoPa (Pagopa?). Ci sono due euro e cinquanta in più, per ‘commissioni d’incasso’. Vado dal tabaccaio, di fronte al comune. C’è una donna con l’aria del commerciante che-è-tempo-che-cambi-lavoro: ne è stufa, è diffidente, triste, arrabbiata. Non sopporta stare in questo sgabuzzino fra enalotto e sigarette. O, forse, è solamente una giornata storta. Pago, che fortuna avere una carta di credito ‘coperta’.
Così finisce il primo giorno, non posso fare altro.
Mattina del sabato. L’ufficio dei vigili è ovviamente ‘chiuso’, ma aperto (ci sono i vigili dentro). Un vigile con una grande pancia cerca di fermarmi: ‘Lei dove va?’. ‘Mi hanno detto di venire’, invento, ma è vero. ‘Qui dentro ognuno fa per conto suo’, replica rassegnato. Entro, ci sono tre vigili, fra di loro quello ho imparato a conoscere. Guardo i calendari dei carabinieri, della tipografia Antezza, del molino Dell’Acqua. La piccola immagine della Madonna appesa a una parete. Il crocifisso con un rametto di olivo. C’è un pacchetto di biscotti.
Scopro che mi toglieranno cinque punti dalla patente. Quanti punti ho? ‘Era lei alla guida?’. ‘La macchina era parcheggiata’. ‘Ma è sua?’. Sì, con orgoglio: la Punto238 è mia. Posso andare a riprenderla? ‘Saranno chiusi?’. ‘I carri attrezzi sono chiusi al sabato?’. ‘Gli uffici, forse sì’. L’Ascaro non risponde al telefono. Scopro subito che è officine Lascaro, non è un ascaro, che subito aveva fatto riemergere nostalgie etiopiche. ‘Beh, ci vado lo stesso’. ‘Dobbiamo mandare una pattuglia a portare i documenti’. ‘Posso avere un passaggio?’. ‘No’. Vado a piedi, sotto una piccola pioggia gelida. L’edicolante mi vede, racconto quanto mi è accaduto: ‘Ti presto l’ombrello, è lontano quel posto. Prendi il bus’. ‘Vado a piedi’. Cavolo, non ho preso il bastoncino e le chianchie di Matera sono una minaccia per la mia gamba.
Mezz’ora per via Montescaglioso. Lascaro è dietro il distributore. Sta uscendo un accenno di sole invernale.
I ragazzi dell’officina mi dicono di salire al primo piano degli uffici. C’è una ragazza gentile dietro la scrivania. Sa già tutto, i vigili sono appena passati, mi aspettava. Seduta alla scrivania accanto c’è un’altra ragazzina. Sua figlia, intuisco. Ha appena appeso al vetro della finestra un foglio con su una scritta: Labirinto Mentale. Mi disinteresso dell’assicurazione, la mia attenzione è per quel che foglio. Lei è C., e chiedo. Risposta: ‘Un compito di scuola’ e prosegue in un disegno di linee che si intrecciano. Niente altro?
Altri soldi: 62 euro. Per il carroattrezzi. Più ventinove euro di multa per divieto di sosta. E per fortuna se lo ricordano i vigili: altrimenti il verbale sarebbe arrivato a Firenze e mi sarei dimenticato di pagare anche questa multa
L’uomo del carroattrezzi è simpatico. Mi chiede se avevo abbandonato l’auto. Dai, non è così malridotta. Gli spiego che ha venti anni e merita un po’ di comprensione. Lui mi racconta che anche sua moglie si è dimenticato di pagare l’assicurazione. Conosce l’importo della multa. Quindi è vero. ‘Ha le chiavi?’. Mi frugo in tasca. Metto in moto, l’uomo alza il pollice.
Il verbale che mi hanno consegnato dice che la mia auto è danneggiata. Ma come si permettono. Direbbero che è ‘danneggiata’ la loro nonna? Ha i segni dell’età e ne va orgogliosa. Ma sapete fin dove è arrivata questa macchina?
Si avvicina un bambino. Avrà dieci anni. ‘Sei tu Andrea Semplici?’.
Oh, cavolo: ho già vissuto questa scena. Molti anni fa (tutto accade sempre molti anni fa), in Etiopia, un bambino si sedette accanto a me su una pietra ai bordi della strada di Lalibela. Stette un po’in silenzio, poi, guardando l’orizzonte, chiese: ‘Posso farti da guida?’. E aggiunse: ‘Io conosco Andrea Semplici’. Mi girai e, con un sorriso, feci un gesto di assenso. ‘Ok’.
E ora chi sei ragazzino che mi cerchi?
(perché non scatto più foto? E la grande Punto238 ha davvero una nuova cicatrice: una botta all’altezza della ruota anteriore destra, il carroattrezzi?. Parcheggio di lato al distributore e seguo il bambino…).
(può andare come sceneggiatura?)


