Andrea Semplici
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Kerala/Non è successo niente

Le cucine del seminario maggiore. 250 pasti ogni giorno

Mi affaccio alla finestrella di un piccolo e tranquillo ufficio postale di Aluva, c’è l’indicazione stamps. Una scritta bianca su sfondo rosso. Dopo tanti anni cerco ancora francobolli. Questa volta ho barato, invece di cercare più o meno a caso, ho lasciato fare a un ragazzo. Mi ha condotto per mano, era facile, non eravamo distanti: cento metri da dove mi trovavo e dove mi ero messo in testa che poteva essere il momento di comprare dei francobolli.

La ragazza dell’ufficio postale

Più complicato trovare cartoline. Esisteranno da qualche parte? Devo tornare nelle terre dei turisti per trovarle?

Mi distraggo con la ragazza dietro alla finestrella. Ci sono alcune sbarre a proteggerla, a farmela vedere dentro una sorta di cornice di ferro, c’è una fessura in cui far passare le mani, ma la vedo bene. E mi incanto, mi incanto, mi incanto. Mi piace lasciarmi incantare. Un po’ di gioia, un po’ di malinconia. Mi ricordo sempre Autogrill di Guccini. ‘Bella di una sua bellezza acerba…’, non non posso aggiungere ‘bionda senza averne l’aria’. Sorrido, sorride. Appoggio la macchina fotografica su una sbarra, lei sorride e piega la testa a contare i francobolli che le ho chiesto. Ricompone un mosaico di frammenti gommosi, piccoli e colorati di verde e di rosso. Me li porge. E già ne avverto l’assenza. Sì, oramai sono fuori di testa. Ma sono quasi felice di aver provato un brivido. Di un sorriso scambiato.

Nel prato di fronte all’ingresso del nostro ashram francescano, ci sono due bufali neri dall’aria soddisfatta. Brucano e tengono in ordine il campo di palme dei frati. I ragazzi giocano a palla-a-volo con accanimento. Scopro un Cristo dentro una ghirlanda-cerchio: è seduto in posizione Om, come a terminare una pratica yoga, sorrido, non so niente, ma sorrido di questa statua che cerca uno stare assieme…

Lo stradone, autostrada 544, è un’ondata di piena di auto, moto, scooter, autobus arrugginiti, rumore di metalli che ruggiscono. Il rischio di attraversarla, aspettiamo scudi umani più esperti di noi. Immenso cartellone pubblicitario.  ‘Innerwears’ or ‘Underwears’

Oggi visita a grandi biblioteche. Odore di carta e di umido. Mobili scuri. Suore bibliotecarie. Seminario maggiore. Penso al seminario di Santiago de Compostela: era ‘maggiore’ anche quello, centinaia e centinaia di stanze. Vuote. Affollate oggi di viandanti, camminatori contemporanee. Chiesa immensa, facoltà di filosofia e di teologia. Architettura degna di Harry Potter, voluta da francescano spagnolo che ha vissuto in India per mezzo secolo senza mai tornare nella sua terra. È questa la sua terra.

Un operaio strappa la gramigna con le mani, accucciato sui talloni.

I frati mi raccontano di parrocchie italiane: a Cerreto Guidi o a Paola. I cammini dei missionari verso Occidente.

La chiesa del seminario maggiore

 

Corridoio

Finalmente un po’ di chilometri di fuga. Il territorio di Almagany. Qui, alle spalle dell’ashram, non è un paese, non è campagna. Mi ricorda le case in pineta al Forte dei Marmi. C’è opulenza. Ragazzi con la divisa tornano a casa. Bananeti come giardini. Ogni casa ha il suo albero di noce moscata. Una donna anziana, vestita di rosa, mi saluta con un gesto della mano. Due uomini sono seduti su un gradino con il mundu fra le gambe. Il caldo comincia ad allentarsi. Le case sono ville. Opera della vanità degli architetti. Sono ville di sfarzo geometrico. Ogni tanto una casupola. Nessuno in giro. Ragazzi in bicicletta con la maglia di Messi. Ho uno strano desiderio di un bar. Ma qui bar sta per un luogo dove c’è alcool, birra e vino. E lungo questi stradelli non ce ne sono.

A sera, festa di compleanno. M. compie i suoi 32 anni. È stato tre mesi in Italia, ma non ha imparato che poche parole. Sono venuti i suoi genitori a festeggiarlo. C’è una torta superdolce. Un mazzo di fiori, un’allegria da compagni di corso, di seminario, di gruppo. J. Ci aveva detto: ‘Ho scelto di essere frate perché si vive in comunità’. Questi ragazzi hanno già percorso un cammino più lungo di una decina d’anni. Sono giovani, belli, allegri. Sono già sacerdoti. Le dita cercano la panna montata della torta: il primo boccone è per M. Poi il padre, la madre, incrocio di braccia che cercano la bocca. Occhi luccicanti. E poi le stesse dita spalmano crema e panna sulle guance di M., sul naso, sui capelli. Lui si divincola, ma si diverte come un ragazzino. Cena speciale, arriva un grosso pesce arrostito con sapienza e buone dose di spezia. Mangiano tutti con le mani, le tengono unte a palmo in alto, poi le ruotano, le chiudono a presa di gru e fanno un boccone con il riso e il pesce.

A notte cammino fino a dei ragazzi che, nel campo di calcio, hanno acceso un fuoco e tre donne sembrano recitare. Credo di stare sognando.

Amalgany, 21 febbraio

 

 

 

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