Andrea Semplici
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I tempi di Linus/Il mercato dei benzinai

Dovevano essere gli anni ’90, c’erano ancora le lire. Chissà quando ho scritto questo ‘raccontino’? Erano i tempi felici di #linus (sono felici ancor oggi, Linus è ben vivo, solo che non collaboro più, sigh). Beh, non ero male a scrivere piccole storielle (dove mi sono perso? Capita con gli anni). E ora che i #benzinai stanno per chiudere le pompe (la mia Punto238 si riposa molto e non è preoccupata), ora che i benzinai serrano i distributori (in fondo come taxisti e balneari. Ho amici cari fanno i benzinai, i taxisti, no, non credo di conoscere nessun balneario), mi viene in mente quando, quasi trent’anni fa, scrissi di #viasenese. A Linus #stefaniarumor era talmente folle da aprirmi le sue pagine. (viva il Mac che conserva e nasconde, oddio, che contraddizione, ce l’ho con #Tamoil – esiste ancora – e non con #apple?)
Ecco. ‘Ho visto il mercato’. E mi sono preso paura. Da Linus, in un giorno di fine ‘900.
‘Ho visto il mercato. Da vicino. E mi ha preso un vago senso di angoscia e brividi di stordimento ammirato e impotente. Come davanti a una carica dei marines o a un’orda mongola. Non me n’ero accorto: in realtà lo vedevo tutte le mattine e non sentivo la voce che ripeteva sul sottofondo: ‘E’ il mercato, bellezza’. Che se ne sta lungo via Senese. Avete presente via Senese a Firenze? E’ uno stradone che scivola sotto Porta Romana e porta verso autostrade e superstrade, va verso Sud. Con gli anni, al posto degli alberi hanno piantato distributori di benzina. Ce ne sono 14, uno accanto all’altro, addobbati come se fosse sempre Natale: Tamoil, Esso, Erg, Agip, Ip e non so cos’altro. Percorrete via Senese e chiedetevi quale benzina conviene ai vostri serbatoi boccheggianti? Se ci riuscite siete in corsa per il Nobel dell’economia e Bill Gates vi assumerebbe senza batter ciglio. Per quattro mesi, la scorsa estate, la Tamoil ha sbaragliato la concorrenza: ma solo al venerdì. La sua benzina costava meno 120 lire al litro. La Fina replicava al sabato: meno 90 lire, ma solo per un mese. La Tamoil, invece, è andata avanti per quattro mesi. Tutti tiravamo con i serbatoi in riserva fino alla mezzanotte del giovedì, qualcuno arrivava con le stagnette e, traboccanti di benzina, le parcheggiava soddisfatto in cantina, altri non ce la facevano e rimanevano fermi a mezzo chilometro dalle pompe. ‘Mi entravano da tutte le parti, dieci macchine alla volta, da sinistra, da destra – dice il benzinaio Gianni – Benzina come acqua: clienti quintuplicati. Vendevamo mille litri, siamo arrivati a cinquemila’. La pacchia doveva durare un mese, via via dal comitato centrale della Tamoil sono arrivate le proroghe. In via Senese mettevano un cartellaccio scritto a mano al giovedì sera e la gente sterzava bruscamente. Gianni avrà sessanta anni e fa da sempre il benzinaio e fa sensazione sentirlo parlare di ‘fidelizzazione’: il mercato ha tarlato anche il suo linguaggio. Ammette: ‘La fidelizzazione non ha funzionato poi tanto. Qualche cliente viene ancora, ma gli altri hanno ripreso vecchie abitudini. Il primo venerdì senza sconto è stato un shock’. Poi la Tamoil si è messa regalare il giornale. Dal benzinaio come in edicola. Ma il Manifesto non c’è mai e, francamente, del Giorno, a Firenze, non me ne faccio un granché. E La Nazione finisce subito. Mario fa la spia per la Fina: ogni giorno, via computer, deve comunicare al Grande Fratello della sua compagnia i prezzi dei due distributori più vicini. Le reazioni del mercato devono essere immediate.Finita la sbornia degli sconti d’estate, è partito il festival degli omaggi. Qui si va per bollini per portare a casa valige e zaini. ‘Tremilioni e ottocentomila lire in benzina per avere una valigia’: è Mario, il benzinaio, che fa i conti. Conviene? Alessandro si ferma sempre alla Esso: prezzo pieno, ma altri bollini, quattro regali, ‘magnifici compagni di viaggio’. Mi chiedo cosa possano essere, ma Alessandro obbliga la moglie, i genitori, gli zii a fermarsi alla Esso. E’ scientifico come una talpa. L’Agip dietro l’angolo fa meno quaranta lire (no, oggi è meno cinquanta, tanto per francobollare la Q8), il gestore ci aggiunge altre dieci lire: può convenire? Alla Erg, cento metri più avanti, si fermano a meno 30. Un altro azzarda meno 80, ma non ho capito in quale giorno. I cartelli attirano come calamite: ‘Fiocca il risparmio’, ‘L’isola del risparmio’. ‘L’oasi del risparmio’. Qui il benzinaio regala un panno per pulire il vetro (comodo), là un lavaggio di auto (mi interessa meno), davanti danno delle tessere magnetiche (che si smagnetizzano) per aver un pieno gratis ogni centomila chilometri (questo l’ho sentito dire). La Tamoil dichiara di essere lo sponsor ufficiale di Babbo Natale. Addirittura! Il mercato fa venire il mal di testa: in via Senese, la mattina in cui l’ho guardato negli occhi, sono andato in su e in giù per tre volte senza capire a quale distributore volevo fermarmi, quale mi conveniva, ho tirato fuori anche la calcolatrice, ho anche capito che i prezzi di partenza sono diversi, ho rischiato di rimanere a piedi, ho temuto astuti imbrogli e, alla fine, sono andato dal solito Giovanni, distributore piccolo e dimesso, che non fa sconti ed è simpatico. E mi sono chiesto se avevo nostalgia dei regimi democristiani o dei regni comunisti. Prezzi unici, terapie sovietiche e comitati Cipe che decidevano per noi. Mi sono sentito, all’improvviso, vecchio. E non ero ancora entrato in un negozio di telefoni. E’ stato il colpo finale! Con assoluta naturalezza e con parole saettanti (per non parlare dei sorrisi soddisfatti e degli sguardi determinati) mi hanno raccontato i prodigi di una ventina di tariffe diverse. Se ho capito bene avrei potuto scegliere quattro ore al giorno in cui telefonare alla mia mamma e pagare 195 lire al minuto. Se non ci indovinavo, passavo di botto a 990 lire al minuto. Poi la potevo chiamare dalle sei del pomeriggio in poi. Altrimenti potevo scegliere se pagare 500 lire al minuto sempre, oppure 290 lire se parlavo con cellulari e non ho capito con quali altri numeri. Al di fuori di questi casi, pagavo 990 lire. Mi sono smarrito in tariffe multicolorate: rossa, arancione, gialla, perfino azzurra e blu (che differenza c’è?). D’altra parte capire non serve: dieci minuti dopo che hai firmato contratti e carte bollate, ti cambiano le tariffe. Per fortuna non ho avuto la brillante idea di regalare un telefonino a Natale: avrei sfasciato un amore, mia figlia mi avrebbe rinnegato, la mia nonna non mi avrebbe più preparato le lasagne. Furbi, gli gnomi di Tim e Omnitel: prima ti fanno comprare un camion di cellulari spiegandoti che non sei uno qualunque che regala solo panettoni, poi ti dicono che per telefonare devi dilapidare la tredicesima e ipotecare la casa (già ipotecata, non si può). Sono riusciti a rovinarmi la Befana, questi signori del telefono: bravi, continuate così. Si sono pentiti solo dopo e con una bella faccia da imbonitori hanno riazzerato la giostra dei prezzi. In attesa di ripartire. Non è vero che il mercato è libertà: è roba per gente metodica, abitudinaria, prevedibile, con orari fissi e rigidi, comportamenti sempre uguali tutti i giorni. O meglio: forse la libertà si paga. E cara: 1492 lire al minuto? Oppure 1981 lire? Magari solo 1770 lire. Chissà? Pagina finale dell’opuscoletto Tim: ‘E’ bello avere vicino qualcuno che pensa a te’ con sguardo tenero dell’uomo alla donna afflosciata sulla sua spalla. Ho sentito un fremito di paura percorrere la mia schiena. Nel 2000, fra miseri undici mesi, 25 milioni di italiani avranno il cellulare, metà della popolazione, neonati compresi. L’apocalisse di fine millennio è in un diluvio di onde telefoniche. Nemmeno Noè sarebbe in grado di salvarci. Faccio una domanda malandrina al negoziante dal sorriso pubblicitario: ‘Lei che tariffa sceglierebbe per sé’. Strano, è sorpreso e onesto: ‘Avrei dei dubbi’. Sono rinfrancato dall’animo umano. Ci sono tornato in quel negozio. Dopo il trambusto di fine anno sulle tariffe impazzite. Gli ho restituito il telefonino e ho comprato un tostapane. Più utile. Lui non ha fiatato.Infostrada mi mette sotto il naso le tabelle dei suoi costi: mi perdo fra le percentuali: meno 28% se chiamo da Firenze a New York di venerdì (chiamo New York di venerdì?), meno 34% se da Firenze chiamo Sidney di venerdì (chiamo Sidney di venerdì?). E poi meno 29%, meno 64%, meno 30%, meno 16%, meno 55%, meno 12%, meno 36%. Uno sconto per ogni occasione. Tutto senza canone. Che faccio? Mi abbono? Mi abbono. Come un milione di famiglie in tre mesi. Come i 35mila cittadini che, abbagliati da una splendida pubblicità, chiamano tutti i giorni gli uffici-miraggio di Infostrada. Scatteranno tutti assieme alla stessa ora per telefonare alla mamma. Nessuno telefonerà più perché ne ha voglia o bisogno, ma guarderanno solo l’orologio. Affetti pelosi.Io ho aspettato quaranta giorni l’allacciamento: non si era detto due giorni? Non avrò sbagliato? La Telecom ha replicato, stentatamente, all’offensiva Infostrada: con Formula Tre e Formula Cinque, meno 15% su tre o cinque numeri (se ho capito bene, sia chiaro). Sono qui che sto a pensare a quali numeri telefono più frequentemente. Quasi quasi ci metto il diretto di Stefania a Linus, ma chissà se poi mi conviene parlare con lei via Infostrada? A che ora telefono a Linus? Anche le passioni più tenaci barcollano davanti ai dubbi che ti pone il mercato: Stefania mi aspetterà mentre prendo una difficile decisione? O, offesa, mi manderà al diavolo? Ho la sensazione che la situazione peggiorerà ancora: stanno arrivando altre compagnie, altre tariffe. La concorrenza farà anche bene, io mi sento un po’ scemo e molto preso in giro. Comprerò un pallottoliere e passerò i miei giorni a fare somme e moltiplicazioni, a inseguire promozioni e tabulati. A piegare la mia vita al labirinto degli sconti. A cullare il tarlo di essere diventato solo nostalgico e pigro. Altan, inesorabile, mi perseguita: ‘Mi vengono in mente idee che non condivido’. Io vorrei solo chiudere gli occhi in via Senese. Vorrei non telefonare più.
(Ah, dodici secondi dopo aver postato questo amarcord, mi messaggia Vodafone, mi da del tu, mi dice che le manco – la Vodafone è femminile? – e mi chiede di tornare (dove?).

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