Andrea Semplici
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Molto tempo fa/Dove sarà Yakub oggi?

 

Yakub ha camminato per quattro giorni. Una lunga marcia fra colline di pietre, acacie spinose stremate dalla stagione secca, fiumi disseccati e baobab maestosi come antiche divinità. Camminare è la sola possibilità di muoversi fra le montagne dove vivono i popoli Nuba, frammento meridionale della regione del Kordofan, primo cuore africano del Sudan: qui non ci sono fuoristrada o camion, nemmeno asini o animali da soma; qui, in una regione vasta oltre 50mila chilometri quadrati, si può solo camminare lungo sentieri che si inerpicano fra rocce grigie e roventi sfiorando capanne solitarie e contadini dalla schiena piegata su orti disperati. La tua vita, in questa straordinaria e drammatica frontiera dell’Africa nera, è affidata alla forza delle tue gambe e alla disperata tenacia delle donne che, magrissime, con fronte imperlata dalla fatica, si caricano di pesi impossibili. Una marcia difficile, faticosa, pericolosa: la gente di Yakub, il più forte lottatore della tribù dei Korongo, ha dovuto spedire staffette per evitare le imboscate del nemico. Vi è la guerra sui monti Nuba, avamposto remoto di un conflitto che dura da sedici anni, che divide, in una tragedia, il governo integralista di Khartoum dalle ansie di libertà dei popoli neri del Sud Sudan. Ma Yakub, la pelle nera coperta di un velo di cenere bianca, perline colorate appese al collo, una cintura di cuoio intrecciata alla vita, una zucca sospesa sul fondo della schiena, non poteva mancare, nonostante la guerra, l’appuntamento con la lotta. Ben si capisce: la lotta è il centro dell’esistenza fra le popolazioni Nuba, il rito più importante, la consacrazione di un possibile, grande destino. Yakub marcia in testa al suo piccolo corteo, i suoi compagni a tratti improvvisano una danza, qualcuno soffia in un fischietto rauco, le donne hanno sulla testa grandi otri ripiene di marissa, birra schiumosa fermentata dal miglio.

I Korongo, dopo i giorni di cammino, irrompono correndo  nell’arena della grande sfida. Il raduno per la festa e la lotta è fra le colline di al-Ghidel, quartier generale della ribellione nuba, quadrato di capanne protette da kalashnikov e vecchie mitragliatrici cinesi. Tutti i  popoli Nuba, cinquantadue tribù, cinquantadue dialetti appartenenti a dieci ceppi linguistici diversi, una incredibile ricchezza antropologica, si ritrovano, in questo angolo di Sudan, per ricordare, in un pomeriggio di splendida luce africana, l’anniversario della ribellione nera contro il potere dispotico di Khartoum.

Donne Tira, dal seno nudo e dalla pelle intarsiata di affreschi dipinti con polvere bianca, ballano da ore e ore sotto un sole che non concede tregua. Uomini altissimi inalberano, conficcate fra i capelli, corna puntute che li trasformano in divine creature-toro. Gente Kowalib ha infilato piume grigie di uccelli su zucche-copricapo. Un vecchio Laro alza uno scudo di pelle ricordando antiche cerimonie ancestrali. Danzatori saltellano su trampoli come cicogne dandosi spallate l’uno con l’altro. Uno sciamano Toro, vestito con la pelle di leopardo, si nasconde il viso dietro una maschera-zucca. Suoni ossessivi di tamburi, di corni ricurvi, di tric-trac, di sonagli appesi alle caviglie infiammano l’atmosfera. L’uomo imita, in un’estasi frenetica, i suoni della natura. Cerchi impazziti di Nuba ruotano su sé stessi al ritmo di altri tamburi dal suono sordo.

La lotta di Yakub

Yakub, nel boato della sua gente, scivola nell’arena. E guarda negli occhi il suo avversario, un gigante nero, dall’aria sfottente, che agita le mani come un serpente, come un immenso insetto. La folla, duemila Nuba entusiasti, lo conoscono come ‘il Cobra’. Il brusio degli spettatori è assordante e ansioso. Yakub si china, sbatte la mano contro la terra, afferra la polvere e la lascia filtrare fra le dita. Le sue donne percuotono, con un ramo, il suolo tentando di scacciare gli spiriti avversari. Yakub e il Cobra sembrano due galli da battaglia. Si sfiorano le mani, mugghiano uno contro l’altro, cercano di afferrarsi la testa. Una lotta nuba può durare pochi secondi come qualche minuto: non si vince con la forza, ma con la destrezza. Un arbitro vigila sul combattimento. Yakub infila la gamba dietro il piede dell’avversario. Il Cobra scivola via come una farfalla imprendibile. Vince il duello chi riesce a mettere a terra, di schiena, il rivale. La zucca appesa ai pantaloncini è un simbolo di superbia irridente e sta a significare: ‘non mi vincerai, non romperai la mia zucca’. Il lottatore sconfitto dovrebbe esibire (ed esibirà) per ore i frammenti della sua zucca fracassata penzoloni dal sedere.

La distrazione di Yakub, in un’immobilità carica di tensione, dura solo una frazione di secondo, ma il Cobra lo capisce con istinto da leone. Yakub viene afferrato ai fianchi, sollevato e girato su sé stesso. Yakub annaspa vanamente nell’aria, cerca di recuperare l’equilibrio perduto, ma vola, come un angelo nero caduto, in un tornado di polvere. Le mani colossali del Cobra non lo mollano e la schiena del lottatore Korongo piomba a terra. Yakub ha perso. Una folla urlante si precipita sul Cobra e adesso tocca a lui volare: viene alzato verso il cielo, si arrampica sulle spalle di un compagno, alza le braccia in fremiti di giubili e urla la felicità, senza premi, del vincitore. Ma nell’arena si schierano subito altri lottatori e i combattimenti si ripeteranno per ore. Fino al tramonto. Senza brutalità, senza umiliazioni, con la gioia di un’impresa comune. Yakub, dimenticata la prima sconfitta, vincerà altre sfide. E la tribù dei Korongo festeggerà, alla sera, con colossali bevute di marissa il giorno della lotta. All’alba, dopo una notte di parole infinite per rivivere le emozioni del giorno, il piccolo corteo riprenderà l’impossibile cammino verso i propri, lontanissimi villaggi. Tamburi sommessi accompagneranno di nuovo di viaggio di ritorno di Yakub.

Gli eredi di Kush

Festa africana incredibile, questa del popolo Nuba. Incredibile per dove ci troviamo. Qui siamo nella prima terra nera del Sudan, lo stato più vasto dell’Africa, due milioni e mezzo di chilometri quadrati  rinchiusi dentro assurdi confini coloniali che vollero unire un paese arabo e islamico a terre africane. Inevitabile la guerra fra il Nord del Sudan, desertico, arabo, potente, intollerante, e il Sud, nero, fertile, cristiano ed animista: da una parte i regimi fondamentalisti di Khartoum, dall’altra le armate rissose del Spla, il Southern People Liberation Army. E’ una delle mille guerre crudeli e ignorate. Va avanti, a fasi alterne, fra tregue inesistenti e massacri che non meritano nemmeno un rigo sui giornali, dal 1983 con il suo corollario di numeri irreali che non stupiscono più nessuno: un milione di morti, due milioni di profughi, infamie commesse da cinici signori della guerra e gigantesche e vane operazioni di soccorso internazionale trasformate in colossali business umanitari . I monti dei Nuba, colline che scavalcano i mille metri di quota, confine settentrionale di questa guerra, sono la prima terra fertile che incontra chi dai deserti che circondano Khartoum scende verso Sud, sono davvero la frontiera fra il Sudan arabo e il Sudan nero. Terra remota, inaccessibile, Africa profonda e bellissima. Quanti misteri sulle origini di questo popolo: i Nuba di oggi sono, forse, i discendenti delle grandiose civiltà nilotiche che costruirono gli imperi nubiani fra le sabbie del Sahara e le acque del Nilo. I Nuba sono davvero i leggendari eredi dei regni di Kush e degli splendori di Meroe? Oppure i monti Nuba furono il rifugio estremo dei popoli neri che sono sfuggiti, dal medioevo africano ai giorni nostri, ai razziatori di schiavi arabi?  Qui antropologi visionari hanno creduto di trovare tracce di culture dei Dogon del Mali, degli Ashanti del Ghana, perfino degli Shona dello Zimbabwe. Si spiega così il formidabile mosaico di lingue e tribù, il più sorprendente di tutta l’Africa a Sud del Sahara, racchiuso in questa piccola regione? Quel che è certo è che i Nuba rivendicano, con forza e caparbietà, la loro identità. Dice Yusef Kuwa, capo della rivolta nuba: “Noi siamo i primi sudanesi. Gli arabi vennero secoli dopo di noi. Noi lottiamo perché vogliamo essere noi stessi. Non siamo arabi, siamo africani neri e chiediamo solo che la nostra cultura rimanga in vita. Noi vogliamo essere Nuba in un Sudan tollerante, unito, multirazziale, multiculturale e multireligioso”. E I Nuba ne sono un esempio, un buon esempio: sono musulmani e cristiani. Kuwa è un musulmano e una delle sue quattro mogli è cristiana. Lui, nella notte della festa, danza frementi balli africani e, al mattino, si inginocchia in preghiere verso la Mecca. Capanne-chiesa e capanne-moschee si sfiorano nei villaggi nubani. Negli anni ’20 fu Leo Frobenius, grande antropologo tedesco, a scrivere che sui monti Nuba si trovavano ‘uomini calorosi, dai sentimenti profondi, timorosi di Dio e morigerati”. La fotografa Leni Riefenstahl, cinquant’anni dopo, raccontò, con immagini appassionate, la bellezza e la dolcezza dei Nuba: “Sono uomini di un altro pianeta”, disse. Heinrich Sawea lavora in un ospedale organizzato fra i monti Nuba, con lucida follia, dai medici di German Emergency Doctor: è un infermiere coraggioso, uno dei tre bianchi che oggi vive in questa regione perduta e accerchiata. E’ lui a confermare, nei nostri giorni,  le parole di Frobenius e le fotografie della Riefenstahl: “Non ho mai incontrato nel mondo gente così mite. Qua, fra i Nuba, non ci sono mai litigi o risse. Questa è una grande società tollerante”. Frobenius li definì ‘uomini trasognati, splendori scomparsi’. Nessuno sa quanti siano oggi i Nuba. Due milioni, forse. Dispersi nella fuga dai villaggi distrutti, cacciati dalle loro vallate più fertili, rifugiati nelle bidonville di  Khartoum, rinchiusi in campi di concentramento nelle città del Kordofan in mano al governo sudanese, morti in battaglie che nessuno ricorderà mai:. Forse solo un milione di nubani è sopravvissuto, nella regione, a quindici anni di guerre e migrazioni. Quattrocentomila vivono nelle terre controllate dal movimento di liberazione guidato da Yusef Kuwa.

L’atterraggio fra i monti Nuba

Queste montagne, sponda occidentale del Nilo Bianco, sono isolate, irraggiungibili, accerchiate da eserciti nemici, allacciate con il mondo solo da una precaria e clandestina airstrip, pista di terra battuta ritagliata, come un graffio nella savana, fra le acacie e i baobab, conosciuta dai soldati nubani come Fox-trot. Si arriva sui Nuba sorvolando mezzo Sudan squassato dalla guerra, si decolla dal Kenya su un folle bimotore che conobbe tempi di splendore come aereo della regina Elisabetta e si naviga a vista seguendo le tortuosità del Nilo. Ore di volo sopra un bush sterminato. Nei mesi della pioggia, nemmeno a parlarne di arrivare da queste parti. La carcassa di un altro aereo è accartocciata fra sterpi spinosi: è ancora lì, memoria inquietante di un atterraggio fallito. Soldati con kalashnikov sorretti da tracolle rappezzate sorvegliano l’arrivo del nostro aereo, colpi di una battaglia con armi pesanti risuonano oltre la linea delle colline: il bimotore viene scaricato in un battibaleno da pattuglie di donne dai piedi scalzi e decolla nuovamente per evitare di rimanere intrappolato a terra. Per noi, occidentali piovuti sui monti Nuba per raccontare di questo popolo, vi è solo l’ordine di sparire in fretta lungo i sentieri che conducono ai primi villaggi, lontani quattro ore a piedi dalla pista. Le donne si caricano in testa i nostri bagagli senza una parola, gli uomini guardano con indifferenza.

Le donne dell’Africa

Già, le donne. Architrave di questa Africa rurale. “Sono loro che producono l’80% del cibo, sono loro che zappano la terra, scavano i canali per l’irrigazione, trasportano le merci. Sono loro a tenere in piedi questa società – spiega Suzanne Samson Jambo, una donna sudanese laureata in Inghilterra che cerca di organizzare le donne Nuba – Non devono essere più trattate come asini. Non ci sarà un Nuovo Sudan senza di loro”. Impresa da disperazione. Ma le donne sono davvero la fatica che fa sopravvivere questa gente, sono l’anello indispensabile della loro resistenza. Alla festa dei lottatori gridano, per un giorno, la realtà della loro esistenza. Sono rimaste quasi solo donne nei villaggi dei Nuba: gli uomini se ne sono andati e non sono tornati, sono soldati, sono prigionieri o sono morti. A Ker Ker, il nostro primo villaggio, le donne ci accolgono sventolando rami frondosi, trasportano,  per noi, gli angareb, i letti sui quali dormiremo in capanne dal tetto conico. A sera mama Lidia impasterà, sempre per noi, farina di durra, bollirà pugni di riso e arrostirà fegato di capra. I bambini, a Ker Ker, si affollano in classi prive di maestro. Renato Kizito Sesana, il missionario comboniano che ci ha guidato fra i monti Nuba, uomo che dal 1995 affronta viaggi di speranza in questa terra, ci mostra la chiesa e la distribuzione di aiuti alla gente del villaggio: un sacchetto di sale, due pezzi di sapone, un pacco di sementi. “Non vogliamo cibo – dice Yusef Kuwa – Produrrebbe solo dipendenza. Ci servono attrezzi per coltivare, strumenti per scavare pozzi, istruzione per educare i nostri figli”. Altre donne, profili lontani sul confine delle colline, preparano i terreni all’arrivo delle piogge, gli uomini rinforzano i tetti di paglia delle capanne. Ker Ker, duecento abitanti, capanne sparse fra le rocce e baobab: due dromedari, magri come scheletri, fanno muovere, con cerchi di lentezza, la macina di legno di un mulino che trasforma in farina le ultime riserve di miglio e sorgo; una donna setaccia altri chicchi capovolgendo ciotole ricolme su teli anneriti mentre la sua compagna pesta poltiglie di durra in mortai di legno. E’ un’Africa lontana, immobile, solitaria. Una Madre Africa. E’ un’Africa che, sottovoce, inudibile, grida la sua grandezza, la sua forza, la sua saggezza. Qualcuno, al riparo di una staccionata di canne, suona una sorta di antica cetra. La musica, per i Nuba, è come la lotta: senza non si potrebbe vivere. Più lontano, oltre la linea delle colline, cammineremo, per ore e ore, fino a Kauda, l’unica ‘città’ (in realtà: sei case in muratura distrutte da bombardamenti) in mano ai Nuba ribelli: è una vallata splendente di alberi dai grandi fiori rossi e da piantagioni di mango dalle foglie verde cupo. Kauda è un Eden africano di rara bellezza. Qui si capisce quanto era ricca questa terra, quanto è coinvolgente e struggente. E quanto è assurda questa guerra. Un aereo Antonov sudanese sorvola l’arena dei lottatori: è un attimo di panico, i bambini fuggono, la gente cerca un riparo impossibile. Traccianti saettano nel cielo verso quel nemico inafferrabile. A noi, bianchi intrusi, per un momento, tutto appare come un videogioco. Per loro, la paura è vita quotidiana. L’Antonov, questa volta, non sgancia nessuna bomba e se ne va. I tamburi della grande festa africana riprendono a rullare, la gente ricomincia a danzare. Il popolo dei Nuba, braccato e gettato ai margini della storia, chiede solo di vivere.

 

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