Andrea Semplici
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Caminhos.5/Sagres-Vila do Bispo, l’ultimo wurstel prima delle Americhe

Di là…

Questa mattina parto da solo.

Questa sera sono stanco. No, non ho ‘voglia’. Forse è troppo presto per scrivere. Non è la mia ora notturna, quando la fatica si fa largo sotto gli occhi e allora decidi che è il momento di ‘lavorare’ perché da ragazzo hai scritto ‘solo chi è stanco può lavorare’. Prigionieri di momenti antichi.

Poi lo sai che è solo questione di cercare un ritmo, ma per afferrarlo e mantenerlo ci vuole una forza sotto lo zigomo che spesso non riesce a muoversi fra il groviglio delle piccole ossa. Non rileggere, mio caro.

Adios Sagres

 

Questa mattina parto solo. Esco dalla stanza al secondo piano del Tonel, conglomerato di stanze, saluto l’oceano, registro un brevissimo filmato per tenere nella memoria fra un quarto di secolo (qui non tornerò) e mi incammino. Mi aspetta, ma non lo sapevo (ehi, la guida mi sembra sorvoli un po’ sulle caratteristiche del cammino), una falesia-pianoro di pietre aguzze come le lance di un fachiro. Camminarvi sopra è un equilibrio precario e scomodo come delle scarpe strette. Il viaggiatore distratto è incerto come il cielo: le nuvole vorrebbero sgranchirsi le dita e provare a mandare sulla terra un po’ di pioggia. In fondo anche i campi sono d’accordo: da quanto tempo non piove? Il viaggiatore, forse, preferirebbe che no. Per la fatica di rivestirsi con cerate e ponchos. Il mare è indifferente: è solo incuriosito da una barchetta che sfida le sue onde. All’inizio pensava che fosse un nuovo scoglio sorto da chissà dove e invece si muove. Cosa sta cercando il coraggioso navigante? Ho letto di crostacei che si aggrappano alle scogliere e di cacciatori-alpinisti-acrobati che si tuffano nel vuoto e nelle onde pur di catturarli. Si chiamano ‘percebes’ e nemmeno Luca doveva conoscerne i gusto.

Il cammino delle pietre aguzze

 

La costa risale verso Nord

 

Punti di riferimento: l’orizzonte del mare, oggi l’oceano mostra un azzurro più acceso, a volte apre macchie più chiare e poi la schiuma delle onde instancabili.

E poi c’è la guglia rossa del faro, là verso la fine del mondo, il punto più a ovest dell’Europa (mi sa tanto che così non è) e questa fa sempre una certa impressione. Andiamo.

Altri punti di riferimento: camminatori che danzano, come te, sulle pietre. Una coppia di ragazze mi segue dal mio primo passo, uomini solitari e di mezza età marciano sbuffando verso di me. Qui non ci si saluta con ‘buen camino’. ‘Hello’ è più che sufficiente. Io replico con un ‘boa dia’.

Il faro oltre l’orizzonte

 

Quanto è alto?

 

Non posso guardare il precipizio della falesia, vorrei molto mettere il naso fuori dal dirupo. Non posso farlo. Sguardo fisso verso terra, strano brivido nella parte sinistra del corpo. E quando dico la parola ‘brividi’, mi ricordo…La tentazione è quella, all’improvviso, di fare uno scatto, girarmi verso il cielo, così senza nessuna ragione, allargare le braccia, perdere la borsa, la macchina fotografica che sbanda e io che volo, che volo, che volo…

Le due ragazze sono stanche del mio passo e mi sorpassano. Ci sono furgoni parcheggiati fin dove è possibile. Ne scendono ragazzoni ben nutriti e dai capelli di salmastro (sono per lo più biondi, parlano lingue dell’est, non sorridono, hanno occhi attenti, come se fosse in cerca di prede), guardano il mare, si guardano fra loro. Ci mettono molto tempo a prendere decisioni. E a cominciare a smontare tavole da surf. E uno sport dai rituali lenti, un esercizio di attese, da bruciare in una manciata di secondi.

Affollamento

Ecco, la costa si allunga verso il faro. In realtà è il faro che ha scelto di nascere qui. Per tenere sotto controllo l’oceano. So, ben prima di arrivare, che il faro sarà chiuso. I suoi cancelli sono chiusi. Non sopporto le tecnologie, non lasciano niente all’imprevisto, come se non si potesse deviare dal destino. E so che non potrò andare da solo: questo mondo è dipendente dalle tecnologie, se non prenoti, non dormi. Non sono Werner Herzog, che forzava le finestre.

Oramai ho imparato stare in equilibrio sulle pietre aguzze. Ma che fatica alle caviglie, che timore di vederle cedere. Una camminatrice francese (almeno saluta in francese), sessantenne ardita, mi sorpassa, lei si sporge dal precipizio della falesia e scatta fotografie. A volte si siede. Là sotto la praia de Beliche, come sempre, ‘è una delle più belle dell’Algarve’. Voglio una spiaggia brutta, per sapere come è fatta. Qui c’è un forte. Non capisco se queste fortezze furono costruite per difendersi da chi arrivava dal mare o da chi tentava un assalto a terra. Non capisco da dove si entra. Penso che a Sagres non ho visitato il grande forte dove uomini di mare sognavano l’oceano. Daniela mi dice che c’è una grande rosa dei venti incisa nelle pietre. La guardavano Enrique e Manuel, qualche Sancho y un Pablo e osservavano i loro sogni districarsi sotto le nuvole. Raggiungere le Americhe.

Il faro

 

L’ultimo wurstel prima delle Americhe

 

Il faro. Cabo de São Vicente. Pulman turistici, camminatori del giorno, gente in vacanza, gioco dei venti, allegria. Io speravo in qualcosa di mistico, ma in realtà sapevo cosa mi aspettava: ‘Letzte bratwurst vor Amerika’. L’ultimo wurstel prima delle Americhe. Sancho arrostisce salsicciotti lunghi venti centimetri, inutilmente cerca di farli stare dentro il panino e invita a spalmarci sopra spruzzate di senape. Sai, Sancho, mi piacerebbe venire a casa tua questa sera, vedere dove vivi, come ti lavi, cosa pensi prima di addormentarti. Mi allunghi un gettone di plastica giallo: serve per comprare una Sagres, la seconda birra del mio nuovo tempo, nel ‘caravana’ qui accanto: questa è un’intesa monopolista, cooperazione invece di competizione. Arriva Daniela. Ci confondiamo con turisti romagnoli.

Foto di rito

 

Il faro

Via, adesso il paesaggio per una decina di chilometri, sarà sempre lo stesso. Ancora pietre aguzze sotto i piedi, ci fanno camminare a cinque centimetri dalla sabbia e obbligano a una ginnastica impegnativa le caviglie, cinque metri sulla sinistra e c’è il balzo verso l’oceano, l’orizzonte di Atlantico e un paesaggio sfumato dalla parte opposto, verso una terra terra grigia e cinerea. E dietro a noi, il faro che ci guarda andar via e, per trattenerci, improvvisa quadri dai colori tenui come un pittore francese. A volte, il faro, da così lontano, è commovente. Mi fate dormire una notte al faro?

Non ci sono più i dieci corvi che vigilavano sulle ossa di San Vincenzo, protettore dei marinai (ma wiki mi dice che a lui sono affidati orfani e vedove). Raccontano che il suo corpo martirizzato sia stato ritrovato sotto questa falesia. Storie strane, nessuno può giuriarci. Gli antichi già sapevano che qui finiva un mondo e non mancarono di farne un luogo sacro. Che cosa avevano a disposizione? Pietre. E alzarono dei monumenti di pietra, giusto per lasciare una traccia.

Difficile

Non vi racconterò storie di pirati o di navigatori. O di chi non riuscì a salpare da questa scogliera. Sappiate che non ho visto, nelle due ore passate al faro, visto nessuno pellegrino. Ho apprezzato l’affollamento attorno al furgocino dei wurstel.

Mi vengono in mente storia dimenticate delle mie vite. Dove saranno le critiche secche a quanto scrivevo attorno all’Etiopia a metà degli anni ’90. Chi mi mandava quelle pagine precise e seccate è morto da tempo e io non l’ho mai incontrato. Ma la sua fatica nel correggermi dove è finita? Perché mi vengono in mente queste storie dimenticate.

Camminare nel niente

Un uomo di mezza età ballonzola a fatica fra le pietre aguzze e chiede, con un rantolo: c’è il caffè al faro?

Là sotto, la grande praia do Telheiro

Apparizioni

 

Apparizioni

Poi, senza accorgersene troppo, le pietre finiscono. Il cammino si fa di sabbia rossa, la falesia disegna pietre color mattone, costruisce scivoli magnifici verso le onde, modella archi di pietra, ne inventa di tutti i colori pur di attirare sguardi e attenzioni. A volte, la bellezza ha una sua monotonia. Non ho più fatto caso al fragore dell’oceano. Fa parte dell’aria.

Oggi non posso lamentarmi: il cammino è piatto come il tavolo di un biliardo. Finisce la falesia, spezzata dalla forza di un barranco, lo costeggiamo per qualche centinaio di metri, poi vi scendiamo dentro e risaliamo grazie a una scala di legno che ben starebbe per il soppalco della casa di Matera. Si arriva a una strada bianca. E qualcuno ha pensato ben di pubblicizzare la praia di Cordoama, annunciandola quando mancano ancora otto chilometri e settecento metri e ripetendo l’avviso ogni duecento metri. Sono le due e trenta del pomeriggio. Cosa c’è alla praia?

Hanno costruito una panchina moderna, là dove una strada scende all’oceano. Qualcuno aspetta qualcuno qui?

Chissà dove è la mia copia del Quichote?

Il solo bosco capace di resistere al vento

 

C’è un alto segno geodetico verso l’oceano. Una grande silos verso l’interno. Poi c’è davvero la strana costruzione metallica (qualcosa di comunicazione, immagino) annunciata da Luciano e Umberto. Beh, ragazzi, voi potevate informarvi: a cosa serve, se no, una guida?

Un pastore sul filo di un barranco indica la strada a mille pecore e capre che corrono a brucare i pochi cespugli spinosi sopravvissuti all’estate. Una grande fattoria, trasformata in un vasto rifugio per vacche, pecore, capre….è finita la stagione dei grandi raccolti, questo era il granaio dell’Algarve. Il pastore è troppo lontano, piacerebbe a Greta. È intabarrato da inverno, impugna un vecchio bastone, ha due cani attenti e fedeli che non perdono di vista le pecore e ogni tanto mordicchiano una capra. I campanacci rintoccano.

Vila do Bispo

 

E là, Vila do Bispo. Finalmente una terra dell’Algarve. Un paese vero, con la piazza, la chiesa (da vedere il retablo), la pensione Mestre, le osterie che hanno imparato a dare colazione ai turisti, la birra mini-Sagres, il dolcetto, l’acciottolato, i muratori esausti da una giornata di lavoro, non rinunciano alla birra e alla chiacchiera con voce di tuono. Gli uomini nei bar che allungano lo sguardo su questi turisti a cui non hanno ancora fatto l’abitudine. Il b&b che non è tale ed è bello. Troppo elegante, ma va bene così. I ragazzi hanno deciso di vivere nel loro paese e questo si sono inventati.

E poi Daniela si ricorda, viva, della Tasca do Careca, osteria bella, popolare, capace di accogliere turisti e paesani, ragazza malmostosa come cameriera (ha una sua bellezza selvatica e morbida), il vecchio cuoco sfinito (alle pareti una sua foto di venticinque anni prima, quando aveva baldanza), i suoi occhi non perdono di vista i tavoli e poi si alza, un’ultima fatica, per togliere le tovaglie di carta e portare al banco due piatti.

Tasca do Careca, l’osteria del calvo. Anche l’ultimo cliente se ne è andato

 

Viva, alla Tasca do Careca non si prenota, si aspetta, seduti sul marciapiede e una ragazza svizzera, dalle belle gambe, può avvicinarsi e consigliarci il cammino del giorno dopo. E sorride. E fuma una sigaretta ed è allegra. E aspetta anche lei il pesce.

E il robalo, la spigola, è davvero buona, buonissima, scusami pesce. E ci sono le patatine fritte e pomodori con cipolla succosi e stuzzicanti. Un bicchiere di vino bianco. E la ragazzina accigliata si lascia sfuggire, per un momento, un momento solo, il brivido di un sorriso. È stanca e forse si interroga sul suo futuro. Il vecchio cuoco si accascia sulla sedia, poggia il gomito sul tavolo, si sostiene la testa e sta lì, a bocca aperta. E pensa, forse alla donna accanto a lui in quella vecchia foto. È tempo di un po’ di felicità.

Ci sono striscioni, maglie e sciarpe di cento squadre di calcio. Dico: ‘Sporting?’. La ragazza ha un sussulto: ‘Benfica’.

 

 

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