Caminhos.6/Vila do Bispo-Carrapateira, vertigini

Sconfitto dalle vertigini. O, forse, ho vinto io: a volte rinunciare a una sfida è un piccolo successo.
No, questo lo dico per assolvermi. Non c’è lo fatta a confrontarmi con il vuoto. Dopo una decina di chilometri, il cammino costiero, fino ad allora tranquillo e piano, si inabissa verso l’oceano. Un dirupo di una settantina di metri, il sentiero scende a zig-zag, niente che no abbia già sfidato nei giorni scorsi, ma questa volta ‘io so’. Sapevo di questa discesa, sapevo del vuoto sopra l’oceano, sapevo del desiderio di volare, sapevo dalla paura. Lo avevo letto, me ne avevano parlato. Qualche giorno fa non sapevo e potevo affrontare il vuoto senza averne consapevolezza, ma qui so cosa mi aspetto. Panico. Le gambe tremano. Non riesco a muovere un passo. Torno indietro. Daniela scende, io vado a cercare un passaggio all’interno. Adios.

Le partenze, al solito, sono tranquille. Si aspetta la luce del sole. Stamattina, qui a Vila do Bispo, è bellissima. Filtra attraverso l’umidità. La luce del Portogallo. Bar della piazza. Ci sono segni cubani, c’è la targa di una macchina cubana. Chiedo un sande con queso e fiambre. Tre euro e mezzo, più caffè e pastel. E chiedo alla donna: ‘Cuba?’. ‘Cuba’. È arrivata qui venticinque anni fa e, lentamente, ha portato in un piccolo paese dell’Algarve pezzi della sua famiglia: la figlia, la sorella, lo zio, e altri ancora. E spero di fare arrivare un’altra figlia, la mamma. ‘A Cuba la situazione è troppo difficile’. Il suo bar è per la gente dell’aldea. ‘Si, vengono i turisti, ma io preferisco la mia gente’.
Andiamo. Confusione di segni. Troppi cammini si incrociano in questo Sud. Malinconia nel lasciare Vila do Bispo. E la giovane cameriera? Mai più. Ripasserò fra due anni e lei non ci sarà. Il ‘Calvo’ non si sarà più, e tu? Oppure un giorno la riconoscerò in una ragazza che cammina per una strada di Matera. Penso: nemmeno una foto…Un altro addio.

Penso che i camminatori della Rota Vicentina non sono sociali. Non si fermano a chiacchierare. Solo la ragazza svizzera lo ha fatto. Cammino largo, privo di difficoltà. Segni banchi e rossi. Vegetazione atlantica, il vento impedisce agli alberi di crescere, a volte ci provano: eucalipti, bassi pini, niente altro. A primavera deve essere bellissimo.
In questo sud portoghese i casali solitari sono stati abbandonati. Cadono in rovina. A volte sono usati dai pastori come ovile di fortuna. Il turismo ha rimosso l’economia agricola. È così?


Scegliamo il cammino ‘breve’ e costiero. È qui che mi illudo: inadatto a me. Arrivo fino al dirupo e sento le gambe tremare, non posso nemmeno guardare verso il basso. Ci separiamo. Io non so spiegarvi le vertigini: è un dolore fisico che si unisce con il desiderio di perdersi in quel vuoto. Là in fondo, l’oceano. Un rombo. Torno indietro, torno indietro. Quasi fuggo. E cammino con foga, come se avessi qualcuno alle calcagna. Raggiungo una ragazza francese che cammina con bella lentezza, ha gambe bianchissime. Ignoro tutti i segnali, questa volta vado a intuito, ci deve essere una strada, chiedo aiuto google maps. Occhio al consumo del telefono. Rimboschimento di abeti, alberi caduti lungo il percorso, pale eoliche mi sfiorano la testa, rumore di aereo, il Quichote e le pale eoliche. Non ci provo nemmeno a caricare il mostro.


Raggiungo la strada d’asfalto, non posso sbagliare. Dritta come un fuso. Due ore e ventidue minuti, dice GoogleMaps. Sento il mio passo, tengo d’occhio le auto che vengono in senso inverso, i ciclisti, due camion, vento, vento…non ho il coraggio di affrontare deviazioni che ogni tanto appaiono. Qualche automobilista gentile mi saluta, mi seguono i cartelli che indicano la spiaggia Amado, scroscio d’acqua come una doccia improvvisa. Cammino senza un solo pensiero. Sto attento alle macchine, camion e vento lottano fra di loro, saluto i ciclisti. Scroscio di pioggia, arriva il vento, violento, irruente. Cinque minuti di battaglia. Poi, altrettanto improvviso, l’arcobaleno. E Carrapateira si nasconde ancora.


Si nasconde davvero, Carrapateira, alle spalle da una collina tagliata dalla strada. Viene annunciata da due alte antenne per i telefoni. Poi una casa, un breve viale di ingresso, ha l’aria bella Carrapateira, questi sono davvero pescatori, figli di pescatori. Paese vecchio, case bassissime per rannicchiarsi e sfuggire al vento. Osteria dall’aria solitaria. Microbar un po’ più figo, ma la padrona ha l’aria simpatica (birra bock) e camerieri e aiuti cuochi sanno di India.

La casa sta nella nuova ‘urbanizzazione’, salgo per le antiche scuole primarie, i panni di Daniela appesi alle finestre, sole del tramonto che si riflette sui muri. E poi c’è Estela.

La casa di Estela è il b&b che ti riconduce, con un sorriso, alla gioventù. Quando l’ospitalità avveniva nelle case, dormivi nella camera del figlio lontano, in frigo c’era yogurt e dolce, frutta e marmellate. Biscotti e pane sul tavolo. Estela apre un mobiletto e tira fuori una bottiglie di porto casero.
Fuori riprende la pioggia, per i cinque minuti di forza.


