Andrea Semplici
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Diario dancalo/Timkat in bassopiano

 

 

Ma qui, Rift Valley etiopica, è il 2018. Gioco di calendari. Gregoriano e giuliano. Ma non scrivo queste parole per spiegare. Oggi è Timkat, Epifania ortodossa. Sì, devo pur dire: l’Epifania, in Etiopia e nel mondo ortodosso, non ricorda l’arrivo dei Magi a Betlemme. Oggi Israele non li farebbe entrare e Gesù rimarrebbe orfano di doni. Ma nemmeno Giovanni Battista potrebbe battezzare Gesù nel Giordano. Ecco, è questo battesimo che oggi si celebra, con danze, bastoni, salmi e incensi anche in una Rift Valley musulmana.

Stanno costruendo chiese nella Rift Valley. Non c’erano dieci anni fa. Adesso si vedono, spuntano nel paesaggio di acacie. La gente dell’altopiano è scesa nei bassopiani. Ho creato nuovi villaggi, case con strani tetti a trapezio e ha aperto ristoranti lungo la strada più trafficata dell’Etiopia. Qua si mettono in coda e sbuffano i camion che hanno caricato merci a Gibuti. Una fila ininterrotta, lentissima, pachidermica. Passano bilichi di auto e camion carichi di pezzi di ricambio. A volte un camion prende male una discesa e si ribalta. Non serve da monito. La strada verso Addis Abeba è infinita, ma i camionisti, tenuti svegli dal chat, hanno l’aria indifferente. Questo paese ha un’aria indifferente. A leggere le statistiche internazionali: reddito pro-capite è 76 dollari al mese; a ‘parità di potere d’acquisto ‘ si sale a 190 dollari. A dar retta all’indice Bdex, una piattaforma di dati economici, un maestro/a d’asilo, ad Addis Abeba, città molto cara, ha un salario di 93 euro al mese.

 

 

 

Paesaggio di steppa. Colori sbiaditi dalla polvere. Acacie spinose prive di foglie, monotonia di un asfalto. I cinesi hanno già progettato un’autostrada. La contemporaneità arriverà anche in questo vallone africano. Lo immaginavano i jinn che, per millenni, hanno protetto gli afar?

I ristoranti dei villaggi lavorano senza riposo. I fuochi arrostiscono le capre. Sobbolle la farinata di ceci e i cerchi dell’njera vengono impilati uno sull’altro. Altre capre aspettano di essere sventrare mentre brucano gli ultimi arbusti della loro vita.

Timkat è un momento di gioia. Posso pensare che ai cristiani di questo Rift non capiti spesso di sentirsi comunità. E allora si danza, si canta, di prega, si suda, si grida. Un prete accende incensi. Il vecchio monaco cerca di avere un suo ruolo. Le donne lanciano i loro yu-yu festosi. Litanie come nenie, Il gruppo di gente Raja, piccola minoranza testarda sulle sponde fra Tigray, Amhara e Oromo (furono i protagonisti, un secolo fa, della prima rivolta contro Hailé Selassiè, nuovo negus dell’Etiopia), è compatto: danza con i bastoni, danza con frenesia, un uomo con la maglietta verde dà il ritmo, i piedi sollevano polvere, il cerchio si stringe e si allarga, si mischiano i sudori. Rimbombo dei grossi tamburi. Il suono monocorde del corno, che chiamava alla battaglia. Quattro donne vestite con ricchezza, gioielli attorno alla fronte, collane, orecchini, complessa acconciatura scolpita dai capelli. Un uomo alza un bastone contro di me non appena accenno a scattare una foto. Mi avvicino, macchina fotografica dondolante e lo tocco su una spalla.

 

Un corteo di shamma bianchi accerchia e segue la tabot, l’Arca dell’Alleanza, che sta tornando verso il luogo più inaccessibile della chiesa. Il prete che le porta in testa, nascosta sotto un velluto stellato, non cambia mai espressione, mentre attorno a lui è tumulto sacro. Ragazzi affannati stendono un tappeto rosso davanti ai piedi del corteo, è un avanti/indietro continuo: i preti passano, alle loro spalle altri ragazzi riarrotolano il tappeto e, di corsa, lo riportano davanti. Sollevano nuvole rasoterra di polvere.

Non so nemmeno come si chiami questo paese della strada. Poi mi sono ricordato: Logya. Come potevo dimenticare.

 

 

 

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Nati guida il nostro convoglio in un road-restaurant. Conosciuto per i suoi tibs di capra arrosto. I cuochi sono maghi del fuoco, usano teglie smisurate, coperte dal nero delle fiamme e dell’olio usato mille volte. Il fuoco ruggisce, gli uomini sono sudati come dopo un incontro di pugilato. Le braci sono trattenute in una vasca, in un fornetto più piccolo una donna lascia gorgogliare lo shirò, la farinata di ceci. Il padrone ha l’aria da padrone e occhi da avvoltoio sulle cameriere e sui fuochisti.

 

 

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