Andrea Semplici
ItaliaRaccontiRacconti di viaggio

Cammini/Principe, il cacao, Gravina, dimenticare i guanti, andare contro vento…

Le antiche strade

Mi viene in mente il dottor Zivago. Mentre corre nella neve ed è felice con Lara. Mi viene in mente Omar Sharif che muore su un bus perché crede di scorgere Lara in una via di Mosca. Chissà come finisce davvero il libro. Qui c’è solo il freddo e spilli di ghiaccio che percuotono la faccia. Ho dimenticato i guanti; ho dimenticato lo zaino (e sì che lo avevo preparato con cura: pantavento, berretto, ombrello, maglietta tecnica di ricambio, poncho antipioggia. Niente, dimenticato sul divanetto di casa); dimenticato il mezzo panino (bresaola – bresaola a Gravina di Puglia? E mozzarella. Pane strabuono) sul bancone del bar. Non avevo occhi che per la ragazza, come Francesco nell’Autogrill…Per fortuna mi soccorre Veronica: ‘Esistere è essere visti/in un giorno di vento’. Allora oggi esisto.

Insomma, ho dimenticato tutto. La macchina fotografica non ce la fa. Si oscura.

Le ragazze non vengono, spaventate dal gelo.

Giuseppe e il cioccolato di Claudio

Ho un appuntamento al caffè Tos di Gravina. Con le ‘big nibs’ di Claudio Corallo. I nibs sono il cuore delle fave di cacao e queste sono potenti, arrostite, profumate. I giorni sono costruiti attorno alle coincidenze: scrivo un articolo sul Congo, lo vede un amico, che vive in una lontana geografia in mezzo all’oceano. Claudio mi telefono dall’isola di Principe, dove coltiva il miglior cacao del mondo. Una volta Giuseppe lo ha assaggiato e non poteva più sfuggire al suo incanto, Giuseppe fa il pasticcere a Gravina e quel sapore lo sorprese, al punto da decidere di partire per raggiungere l’isola atlantica di Claudio. Per vedere con i suoi occhi la piantagione di Terreiro Velho. E adesso, da un tavolino di questo caffè, alle otto e trenta del mattino, chiamiamo Claudio.

Giuseppe mi offre il panino con bresaola e mozzarella. Che quasi lo immergo nel cappuccino. Il suo pane è straordinariamente buono. Compro due scatolette di nibs. Che gioco folle: da un’isola africana a Gravina di Puglia.

Il cammino attorno a Gravina affronta la tempesta. Ho tre maglioni, calzamaglia, bastoncini, mi sento sicuro. Anche se ho dimenticato ombrello e poncho a Matera. Non ho il coraggio di scendere nella gravina come vorrebbe Giuseppe. Prima sconfitta non ci riesco: scendo a culoni dall’argine, ma le pietre sono ostacoli insuperabili. Diteglielo al medico legale. Rinuncio alla gravina, mi dispiace per Giuseppe. Prova anche a sistemare pietre come un ponte per farmi scavalcare il fiume. La mia gamba comincia a tremare, i sassi in acqua oscillano. Tavolette basculanti. Rinuncio. Ci sono storie che mi sono impedite. Ho già dato.

Saliamo fino al pianoro che fronteggia Gravina. Città nata sulle sponde del canyon. Le case del paese cercano radici per aggrapparsi alla calcarenite. È il canyon ad aver preso nome dalla città o viceversa? Pianoro di tombe, pianoro del Padre Eterno, piana di Botromagno, perimetro di case, grotte come rifugi e luoghi sacri. Una città. Uomini e donne che scelsero di vivere qui sei secoli prima di Cristo. Ci sono, come in un gioco di architetti, i disegni di pietre che fanno immaginare le case. E le tombe appena fuori la porta. Istanti di un’altra vita. Un passato lontanissimo. I campanili sorgono dimezzati dal pianoro, i segni della terra sono misteriosi. Cerchi mai tradotti. La tramontana punge con spilli di ghiaccio. Gli occhi piangono lacrime di freddo. Intravedo il cielo attraverso un velo di pianto. La mia pelle sa di sale. La pioggia vorrebbe essere neve, non è ancora pronta. Parco archeologico. Ci sono i cartelli prive di scritte e i fantasmi di antichi abitanti. Sono già passato di qui. Anni fa. Il tabernacolo dai colori latinoamericani. Andiamo avanti. I progetti di parco sembrano sempre arenarsi.

Dobbiamo scrivere poesie di Rocco sui cartelli di metallo che non hanno tracce.

Cammino con equilibrio instabile, mi salvo con i bastoncini, la macchina fotografica continua a bloccarsi. Sono impacciato. Mi impiglio. Il freddo scende lungo il colle. Ho orgoglio nel resistere. La tramontana suggerisce ‘ambizione’. ‘Dalle mie parti’, il gelo non sciupa la bellezza. Sono belle ‘le tue parti’.

Le tombe vuote, gli strani cerchi scolpiti nella pietra, l’antica cava del salnitro, dove, più recentemente, tagliavano mattoni di tufo. Provano a farla diventare un bar. I pastori abitavano nuovamente le grotte e creavano i ‘chiudenti’ con mattoni di tufo, cavati nella tufare. I pastori hanno trasformato le grotte in ovili. Scendiamo per un’antica strada. Siamo alla fine della gravina. Il cielo sta per precipitare.

Il ghiaccio vorrebbe davvero diventare neve. Giuseppe capisce che non posso seguirlo ovunque. Ci provo.

Otto chilometri, proviamo a raggiungere il grande ponte di Gravina. Una volta ascoltai una ragazza cantare una musica magica mentre guardava quelle pietre, ci incantammo ad ascoltarla. Ne scrissi così, ne ho una memoria avvolgente: ‘La ragazza che canta. ‘Sarà difficile lasciarti al mondo’. Attorno vi sono passanti. Ma lei canta verso il canyon, verso le case bianche, verso il cielo, verso il balzo della sua terra. Lei canta al telefono. ‘E tenere un pezzetto per me’. O è il telefono che detta le parole? ‘E nel mezzo del tuo girotondo/non poterti/proteggere/sarà difficile/ma sarà fin troppo semplice’. Lei canta e fuma. ‘Mentre tu ti giri/e continui ridere’.
Seduta sulla panca di pietra, le gambe incrociate, le braccia poggiate sulle ginocchia, la grande borsa, il telefono all’orecchio. Il bambino vuole giocare con lei, il vecchio in bicicletta si ferma, il turista anziano e straniero ha un sorriso. Tutti siamo a cerchio, tre passi lontano, a non disturbare, a lasciare intimità, solitudine, lacrime di felicità ferita. Io sto qui con la macchina fotografica. Cercando un senso, cercando di afferrare quello che non vedo. Lei canta. Canta e fuma. Con gli occhi aperti.

(perché non ho pigiato il tasto ‘rec’? Perché dico che non so farlo e ora questo istante è perduto. La foto non restituisce il miracolo. Ma gli istanti si perdono e io non riesco a lasciarli andare. Non mi sono seduto accanto a te: avrei dovuto farlo? Avrei dovuto cantare assieme a te? ‘Pieni di cicatrici che ci siamo fatti da noi’. Ho guardato dall’altra sponda del canyon: la panca di pietra era vuota, io sentivo ancora il suo canto. Illusione. ‘C’è ancora un po’ di tempo’. Magone è una parola diversa, ha qualcosa di scherzoso. Hai davvero cantato? Blow up)’.

Riapparirà?

Qualcuno ha inciso ‘viva il Pci’ nel tufo e ha rovesciato la ‘enne’ di pane. Graffiti nella storia. Mi godo il passaggio sul ponte dell’acquedotto. Novanta metri, come hanno fatto a costruirlo. Entriamo nel paese.

E’ davvero andata così?

Dentro il museo, Laika, la cagnetta di Giuseppe, adocchia una tigre e le ringhia contro. Lei rimane impassibile. Laika non si avvicina. Io mi lascio guardare dagli occhi profondi dei santi della cripta di San Vito Vecchio.

La tigre di Gravina

Al caffè Tos hanno conservato la metà del panino alla bresaola e mozzarella che avevo dimenticato.

A metà strada, sulla via del ritorno, mi fermo a godermelo, mentre ascolto i Queen.

 

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