Andrea Semplici
Latinoamerica

La notte del Nicaragua

 

In tutto questo tempo (quanto? Più di due anni) ho tralasciato di avere notizie sul destino dei paesi a me cari. Il Nicaragua, soprattutto.

Il mio ultimo libro, il migliore. Forse il solo, assieme a Dancalia, che ho davvero voluto scrivere: ‘La rivoluzione perduta dei poeti’, pubblicato da un piccolo editore romagnolo e arenatosi sugli scogli della pandemia (questo è il mio alibi). Nella controcopertina scrivevo: ‘A chi vuoi che importi di quel che succede in Nicaragua? A me. A me importa’. Ed è vero. Mi importa di Gioconda e di Solange, mi importa di Conny e di Sergio, di Carlos e di Patricia. In Nicaragua, quaranta e più anni fa, ho incontrato la donna che mi ha donato una figlia. Vi ho viaggiato, tre decenni dopo, con un’altra donna con cui ho diviso più di venti anni. In Nicaragua ho incontrato i poeti. E i miei sogni di gioventù. La rivoluzione (‘Eri anche tu con i sandinisti o facevi teatro?’, cantava Daniele Silvestri, mentre i Clash erano certi che ‘the future is unwritten’ e suonavano un rock sandinista) era la ‘nostra’ rivoluzione. Una rivoluzione di poeti, preti, comunisti, contadini, cattolici, borghesi, guerriglieri. Una rivoluzione che era avvenuta nel giardino di case degli yankee. L’ultima rivoluzione del ‘900. Cosa volevi di più. In mille andammo a ‘vedere’.

E ora? E oggi?

Oggi Daniel Ortega, quel ragazzo rivoluzionario che guidò i primi governi sandinisti è diventato lo specchio deforme e osceno del dittatore che aveva abbattuto. Sua moglie, Rosario, antica compagna di ribellioni di Gioconda, è una vicepresidente feroce e vendicativa di una tirannia familiare. Fra le loro vittime Hugo Torres, il Comandante Uno, proprio l’uomo che aveva liberato Daniel Ortega dalle prigioni somoziste: è morto in carcere a febbraio scorso. Pensate l’orrore: Ortega ha ucciso, perché sono state le condizioni di carcerazione a provocare la morte di Torres, l’uomo che lo aveva restituito alla vita. È un delitto che non può conoscere perdono. E in quel carcere, El Chipote, lo stesso nel quale l’antico despota, Anastasio Somoza, rinchiudeva i sandinisti, è sopravvissuta a 605 giorni di prigionia Dora María Téllez, la Comandante Dos, la donna che, a ventidue anni, fece parte del commando che, nel 1978, assaltò il Palacio Nacional; la giovane guerrigliera che, negli ultimi atti della rivoluzione combattuta per le strade, guidò la liberazione di Leon, antefatto della caduta della dittatura di Somoza.

Il Nicaragua è una drammatica storia shakespeariana. I fratelli hanno tradito i fratelli. I fratelli hanno ucciso i fratelli.

Non è possibile che i paesi che ho amato, l’Eritrea, la Libia, l’Etiopia, e il più caro, il Nicaragua, siano diventati tutti dei palcoscenici di un dolore infinito. Dove il tradimento di una storia di gloria e miracolo, è sangue vivo. Che continua a scorrere.

Nei giorni scorsi, il 9 febbraio, Daniel Ortega, 77 anni, presidente del Nicaragua da quattro mandati – il suo regno, alla fine, è più lungo di quello di Somoza – ha ordinato la scarcerazione di 222 prigionieri politici. All’improvviso sono stati prelevati dalle loro celle, trasportati all’aeroporto di Managua e imbarcati su un aereo che li ha condotti negli Stati Uniti. Sono atterrati a Dulles, aeroporto non lontano da Washington. Liberi, con un visto umanitario del governo americano. Liberi e privati di ogni bene. È assurdo che io pensi ai libri nelle case di Sergio Ramírez o Gioconda Belli: essere spossessati di quelle pagine che hanno costruito la tua vita.

 

Mentre quegli uomini e donne erano in volo verso l’esilio, la loro identità nazionale è stata cancellata: Ortega ha negato loro la cittadinanza nicaraguense. Ci sono due parole, in spagnolo, che dicono, meglio che in italiano, del vero significato di quanto è successo a questi uomini e a queste donne: Il tribunale di Managua ha deciso il ‘destierro’, ha ‘sradicato’ i suoi oppositori, li ha negato la loro terra. Li ha resi ‘apátridas’, apolidi, senza nazionalità.

La maggior parte degli uomini e delle donne rilasciati e deportati erano in carcere dal 2018. Avevano appoggiato le rivolte scoppiate nell’aprile di quell’anno contro la tirannia Ortega/Murillo. La repressione di quelle proteste fu una carneficina. Ben più di trecento furono vittime. In gran parte ragazzi. Il governo, in questi ultimi anni, ha chiuso tremila organizzazioni non governative. Cancellato oltre cinquanta testate giornalistiche. Ha tolto personalità giuridica (e di fatto messo al bando) la Caritas e il Festival Internazionale di Poesia di Granada. E il provvedimento di privazione della nazionalità nicaraguense ha raggiunto, dopo pochi giorni, altre 94 persone che già si trovavano in esilio. Fra loro le personalità più note: lo scrittore Sergio Ramírez, ex-vicepresidente del primo governo sandinista, proprio il governo presieduto da Daniel Ortega, e la scrittrice Gioconda Belli. Espulsi dal loro paese tutti e sette i candidati che volevano opporsi a Ortega nelle ultime elezioni politiche e il vescovo ausiliario di Managua, Silvio Baèz. Tutti accusati, dal giudice Octavio Rothschuh, presidente della Sala Uno della Corte d’appello di Managua, ‘di aver commesso atti contro l’indipendenza e la sovranità del Nicaragua, di aver «incitato» alla violenza e al terrorismo, di aver perpetrato atti di «destabilizzazione economica» o di aver danneggiato «gli interessi supremi della nazione». Il giudice ne ha ordinato la deportazione immediata.

Quel 9 febbraio, al momento del decollo dell’aereo da Managua, solo un uomo si è rifiutato di salire a bordo e di lasciare il paese. È Rolando Álvarez. Un prete. Vescovo di Matagalpa, ‘la città dove stanno le rocce’. Era agli arresti domiciliari per ‘sedizione’ dall’agosto del 2022. Prelevato e portato anche lui all’aeroporto di Managua, Rolando Álvarez si è rifiutato di salire a bordo dell’aereo. Gli hanno impedito di parlare con gli altri sacerdoti (quattro preti, due seminaristi) già saliti a bordo. Alla fine, lo hanno condotto in prigione e un giudice non ha esitato a condannarlo a ventisei anni e quattro mesi di carcere per ‘tradimento’ e ‘terrorismo’. Colpevole di aver preso parte a una ‘cospirazione per minare l’integrità nazionale e propagazione di notizie false attraverso le tecnologie dell’informazione e della comunicazione’.

Anche Álvarez è stato privato della nazionalità e condannato (una piccola ‘perla’) ha mille e seicento dollari di multa. Il giudice ha sottolineato che sarebbe uscito di galera solo nel 2049. E, a leggere le testimonianze, avrebbe precisato: ‘Lei, allora, avrà 82 anni’. Dal momento della carcerazione non si hanno più sue notizie.

Lo scontro fra il governo e la Chiesa è frontale: un anno fa, nel marzo del 2022, Ortega aveva ordinato l’espulsione del nunzio apostolico, Waldemar Sommertag. A settembre, a leggere resoconti, il presidente aveva definito la chiesa cattolica ‘una dittatura perfetta’. Leggo che solo la Cina maoista, nel 1951, quando ruppe le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, aveva espulso il nunzio del Vaticano. In America Latina il solo precedente è il Messico e risale al 1861. E il Nicaragua è un paese a forte maggioranza cattolica. Adesso la coppia Ortega/Murillo ha ordinato la sospensione della presenza diplomatica vaticana nel paese e preteso la chiusura della nunziatura. Ortega e Papa Francesco non si scambiano certo messaggi di gentilezza: se il vescovo di Roma ha paragonato il regime di Ortega a una ‘dittatura hitleriana’, avanzando il sospetto di uno ‘squilibrio’ nella testa del presidente nicaraguense, Ortega ha replicato definendo una ‘mafia’ il sistema della Chiesa.

Dora María Téllez è stata rinchiusa per quasi due anni in un pozzo profondo otto metri. Dal quale filtrava solo uno spiraglio di luce. Le era stato vietato ‘il tempo’: non doveva sapere che ore fossero. Si è obbligata a camminare in circolo, ogni giorno, per otto chilometri. ‘Ottanta giri, quindici metri per volta’. In un anno di detenzione le sono state concesse otto visite.

‘Non ho tradito la giovane guerrigliera che sono stata. Lo sono stata a sedici anni, a ventidue, lo sono ancora sessantacinque’, ha detto Dora María dopo essere atterrata negli Stati Uniti. In carcere le era proibito leggere. ‘Leggevo le etichette delle bottigliette di plastica, imparavo a memoria il numero delle calorie e i grammi dello zucchero che contenevano’. Quante volte abbiamo ascoltato questi racconti e quante volte abbiamo detto ‘Nunca más’.

Alcuni degli oppositori deportati e resi apolidi sono famosi, hanno amici e famiglie capaci di aiutarli. Wilfredo Miranda Aburto, giornalista nicaraguense in esilio negli Stati Uniti, ha raccontato del destino di chi, oltre cento fra gli esiliati, non ha chi può accoglierli. ‘Molti di loro non avevano mai lasciato il Nicaragua’. Dovranno imparare una nuova lingua. Il visto degli Stati Uniti è umanitario e non dovranno pagare per avere un permesso di lavoro. L’esilio è questo, oltre il primo clamore dei media. La sera dell’11 febbraio, due giorni dopo la loro espulsione e deportazione, quaranta delle persone erano ancora senza un posto dove andare. Spero che in questo tempo passato, siano stati capaci di muovere i primi passi in un’altra vita. Aburto racconta che Denis García Jirón, un veterinario di Managua, prima di salire sull’aereo ha toccato la posta dell’aeroporto, la sua terra, la sua patria. ‘Ho pianto’.

Senza dimenticare che vi è chi è non è stato liberato dalle carceri di Ortega: almeno altri trentasette prigionieri politici sono ancora in prigione (non trovo tracce dei loro nomi e delle ragioni perché siano stati liberati ed espulsi).

Ma leggo anche la buona notizia che Cile, Argentina, Brasile e Spagna hanno offerto la cittadinanza ai nicaraguensi cacciati dal loro paese.

Leggo la saggia rabbia di Gioconda Belli: ‘Viva o morta, tornerò in Nicaragua. Se morirò diventerò albero, aria, fiore. Il mio paese è la terra. Nicaragua è come il paese di Sisifo: abbiamo spinto la pietra fino alla vetta e lei cade di nuovo. Ma c’è qualcosa di dolce e ribelle nel far salire la grande pietra’.

Mi scrive Gioconda: ‘Noi ce la passiamo male, ma non esiste alcun male che possa durare cento anni’.

Silvio Báez, vescovo dell’arcidiocesi di Managua, esiliato dal suo paese e anche lui privato della nazionalità, dice: ‘Nessuna notte, nella vita, è per sempre’.

 

 

 

 

 

 

 

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