Andrea Semplici
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Tre incontri

 

 

L’uomo è sulla porta della macelleria, ha il tono di chi ha qualche fretta. Grida alle sue spalle: ‘Forza Napoli’ e con un gesto saluta. Attraversa Borgo San Frediano, atterra sul marciapiede e punta verso una porta. L’ha lasciata socchiusa. Mi sfiora. Questa volta sono io a dire: ‘Forza Napoli’. Si volta con un sorriso, con una mano tiene la porta aperta. Chiedo: ‘Davvero vince?’. Lui vorrebbe toccare ferro. ‘Inter-Napoli per le semifinali?’. Non afferro al volo. Ora capisco che l’uomo, sanfredianino di adozione, è napoletano. ‘Così vediamo anche San Siro per l’ultima volta’. Fissiamo un appuntamento.

L’uomo ha l’aria del clochard (non trovo una parola che mi soddisfi). Sporco, ma con una sua bellezza da portuale. Capelli incollati dal sudiciume. Rughe profonde sulla fronte, sotto riccioli mai pettinati. È appoggiato sul marmo incrostato di una finestra che si apre nel muro della stazione di Firenze. Come è bella, Michelucci è un grande. Ha appoggiato un giornale sul ‘davanzale’ della finestra e legge. Le pagine sono ingiallite. L’uomo ha un mezzo sigaro in mano. Mi avvicino. Il giornale è del 1966, lo sfoglia con avidità. È ‘La Nazione’. Un articolo sulle auto del futuro lo attrae e me lo mostra: ‘A quel tempo si stava attenti all’industria’.

L’uomo non è subiti sulla scena nella notte. Vi appare un minuto dopo del ciak. Via della Chiesa, verso mezzanotte. Siamo in tre a camminare al centro della strada. A distanza uno dall’altro. Io in direzione contraria agli altri due che stanno dirigendosi verso la piazza. Un ciclista imbocca la strada in contromano. Oscilla sui pedali. Lo vedo puntare sui due uomini, sembra volerli investire, a un passo da loro (che già cercando di difendersi) sgamba, quasi fa cadere la bicicletta, si obliqua, derapa e arresta la ruota posteriore davanti ai loro piedi. Alza la testa e li guarda negli occhi, con lo sguardo di un uomo arrabbiato. Forse ubriaco. Forse pronto a spararti per un torto che lui ricorda. Ma tu no. Ripete il rito due volte. I due uomini si divincolano. E fuggono via. Si voltano indietro. Il ciclista punta su di me, che sono salito sul marciapiede. Da tre colpi di pedali fortissimi. Io trovo la voce: ‘Che fai?’. Il ciclista ha un ghigno, derapa davanti al gradino del marciapiede. Mi difendo allungando le braccia. Lui dice: ‘Che fai, eh?’. E ha questo sguardo da Shining. Sento il cuore ballare, passare da una parte all’altra del petto e poi salire verso la gola. Il ciclista da un altro colpo di pedale, si raddrizza e piega veloce verso l’ingresso dell’albergo popolare. Quasi sbatte contro il suo portone verde.

(il ragazzo che appena messo a punto uno schema per manager e non ha pronunciato una sola parola si alza, lascia il suo posto 3B e scende alla stazione. Io chiedo: ‘Dove siamo?’ e poi vedo il cartello della stazione. E lui: ‘Si, Ancona’. ‘Buona giornata’. ‘Ciao, arrivederci’. Perduto. Non lo vedrò mai più’.

Non mi sono accorto che è cominciato il mese di Ramadan. Un tempo, per un paio di anno, ho osservato la regola del digiuno diurno. E se ci provassi ancora? Adesso che la Libia è troppo lontana

Dovrei studiare le app di montaggio. Ne ho paura. Torno a Matera per la lezione serale di video. Non ho studiato. Perdo i treni, anche se sono sul treno. Sono a bordo e ho perso il treno. Leggo ‘Riparare i viventi’ e non ho ricordo di una scrittura così ‘visiva’, così intensa, così priva di trucchi, così definita. I gesti sono il dolore e la vita. Come fai, Maylis?

Cerco le notizie di Brenda, ma lei non le lascia dietro a sé.

Riappare una donna che baciai da studente, nel sedile posteriore di un’auto e non rividi mai più)

Treno per Bari, 24 marzo

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