Festival di Internazionale/Ritorno a Ferrara
Ritorno a Ferrara. Festival di Internazionale. Senza macchina fotografica. Senza avere un appuntamento. Senza nessuno che mi dica: ‘Cosa aspetti a chiedermi di venire a dormire con te’. Torno appoggiato a una stampella.
Torno a Internazionale, perché questa è una stanza della mia casa. Non c’è più la poltrona rossa dove Concita sedeva mollemente, ma sempre pronta a scattare. Non c’è più, e questo è grave, l’albergo degli Artisti, pensione a una stella. Nessuno risponde al campanello. A bussare apre un ragazzo. Arrivato solo ieri dalla Sicilia. Si è iscritto a medicina, perché a Ferrara è senza test d’ingresso. Cerca casa. Impresa oltre i limiti del possibile: l’università si è affollata e il mercato delle stanze per studenti è diventato un’avida miniera d’oro. Il ragazzo sembra spaesato. Non sa niente di questa pensione. ‘L’ha trovata mio padre’. Io provo a raccontargli la storia di Liliana, ma lui appare disinteressato. Chiamo un telefono e chi mi risponde mi dice che i precedenti proprietari ‘se ne sono andati, adesso la gestiamo noi’. Non le chiedo se ha una camera. Non so come rintracciare Liliana, donna serba, nata a Sarajevo. Mi disse che possedeva una casa in Croazia. Spero che sia là.
Cammino con Veronica sui ciottoli del Ghetto. Piove, pietre umide, mi aggrappo alla stampella.
Ci sono le piade: impasto di zucca, impasto di vino. Clandestino ha conquistato tutta la piazzetta di fronte al cinema Apollo. Una multinazionale di ragazzini.
Ufficio stampa deserto. Una ragazza con i capelli arancione. Un’altra ragazza a cui spiego che lavoro con Erodoto (ultima volta che mi camuffo in questa maniera? No, conto su altri venti anni). Accredito stampa. Per me e per Veronica.
Ci rifugiamo a un incontro sul Latinoamerica. Sulla sinistra latinoamericana. Al governo nella maggioranza dei paesi di quel Sud. I cicli storici di un continente. Venerdì scorso speravamo che i sondaggi brasiliani avessero ragione, ora so che ci vorranno ancora quattro settimane per il ritorno di Lula. Incrocio le dita. Lula ha settantasei anni e metà del Brasile ha votato per Jair Bolsonaro che indossa la maglietta del Nazionale di calco. Del resto Neymar ha detto che vota per lui. La maglietta giallo-ora copre malamente il giubbotto antiproiettile. Lula mi appare molto invecchiato. Sul palco, relatori felicemente in poltrona, si chiedono ‘come disarmare il Bolsonarismo? Che è radicato nel 30% della popolazione’. Si sono sbagliati: il 44% vota per Bolsonaro, non importa se ha devastato la scuola e se 700mila brasiliani sono morti per il Covid e per le sciagurate scelte del loro presidente.
Continua a piovere. Un incontro sul Libano, sul dramma del Libano ci accoglie come riparo. Barrack Rima, artista libanese, disegnatore, documentarista che, da trentadue anni, vive in Belgio, indossa una gonna nera e stivaletti rossi. ‘Si identifica con il genere femminile’, dice Francesca, che conduce l’incontro. E poi Lina Mounzer, collaboratrice del New York Times, e la giornalista Caroline Hayek. Che paese folle, il Libano. Avvolto in una crisi che appare senza via di uscita. La popolazione alla fame. La polvere dell’esplosione dei silos del porto non si è ancora depositata, rimane nell’aria. E poche settimane prima, Lina aveva scritto che ‘tutta la merda che abbiamo nascosto nelle fogne, sta per venire galla’. Il 4 agosto di due anni fa la merda ha tracimato’. I protagonisti della guerra civile di quaranta anni fa sono ancora al loro posto. Eppure Barrack, nonostante la sua vita lontano dal Libano (lui è di Tripoli), si sente profondamente libanese. Lina è stata lontana per otto mesi e solo quando è tornata si è sentita a casa. Il Libano le mancava. Un paese, dove la ricerca di un visto per poter espatriare è spasmodica. Se hai una minima possibilità di andartene, te ne vai, ‘ma è come lasciare un amico molto caro gravemente ammalato’. Questa saudade di una ‘terra stretta’ l’avverto nella mia pelle.


Cappellacci e insalata a sera, e, dopo, l’incontro fra la scrittrice peruviana Gabriela Wiener e la filosofa argentina Tamara Tenebaum. Amare e scopare nel XXI secolo. Ci divertiamo, due grandi donne. Si mettono a nudo: amori, sesso, poliamore…ma sembra non esserci via di uscita, la monogamia replica i rapporti propri del capitalismo e ‘me asusta’, nasconde menzogne. Il poliamore è ‘un casino’. E allora? L’amore, al tempo di Tinder, ‘mercato dell’amore’, deve essere reinventato.
Rimane la ‘sorellanza’, ricordo questa parola, molto amata da Caterina, quasi sessanta anni fa.




Venerdì è stata una giornata fredda e piovosa. Poca gente in giro. Sabato, invece, sfoggia un sole degno del miglior autunno e dei giorni migliori di internazionale, Ferrara si riempie. Incontro le ragazze del Cospe, piene di energia. Pamela, Anna, Azzurra. Orgogliose. Ecco, i ragazzi di Internazionale. Si formano nuovamente le celebri code del festival. Tre ore solo per ritirare i tagliandi, poi le code per entrare. Ecco, ora possiamo essere felici. Incontro Andrea e Chiara. Andiamo all’incontro su Lgbtq+ in Africa. Molto spazio, quest’anno, al tema delle ‘relazioni’. E i ragazzi di Internazionale fanno davvero code di ore per assistere a un dibattito sul transgender in Africa. Dove spariscono questi ragazzi, quando scende il sipario sul Festival. L’età media dei lettori di Internazionale è bassa. Sono giovani e leggono articoli lunghissimi e complessi. Questo mondo sembra muoversi in direzione opposta a chi ti racconta che dopo dieci righe l’attenzione dei lettori svanisce.
Ripasso davanti all’albergo degli Artisti. Vorrei ritrovare Liliana.





