Andrea Semplici
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Cronache/Le ossa di cristallo

 

Quasi dodici giorni vissuti ‘come ai vecchi tempi’ (oppure come ai ‘tempi nuovi’) si sono portati dietro un nuovo naufragio. Il club delle fratture ha sempre nuovi soci. Basta passare mezza giornata al pronto soccorso. Gli ortopedici, soprattutto quelli giovani, sono gente frettolosa e abile come piloti di Formula Uno. Ti guardano come se avessero i raggi X. Ti senti uno scheletro in loro presenza. Davanti a loro diventi un osso spolpato, non c’è altro attorno. Li vorrei come meccanici, se avessi una Ferrari. Ho paura che butterebbero via l’antica Punto236. Da Rsa.

Dall’osteoporosi non si può guarire. Devo metterlo fra virgolette, l’ho letto. Ho letto anche che l’aspettativa di vita, al momento della diagnosi, per chi ha settantacinque anni è di sette anni e mezzo. Beh, ci si può stare, anche se mi sembra un ragionamento scemo. Secca l’idea della scadenza. Secca che le parole si siano disseccate in un ottobre dolcissimo. Che il libro non abbia fatto un solo passo in avanti. Che palle, il compatimento. Fai apposta per farti detestare. Scuotono la testa con un sorrisetto di commiserazione. No, la commiserazione no. Dai, esci fuori dal blog. Passeggia senza un centesimo in tasca e guarda se riesci a offrirti un gelato. Prova: riesci a mangiarti un gelato se non ha un soldo?

I pensieri corrono: andiamo in Patagonia? In bus, a 95 anni. In dieci ce la possiamo fare, con un patto: chi muore durante il viaggio viene sepolto lungo la pampa dopo un gran bel banchetto.

Il terzo naufragio ti scarta di lato. Si è stancato perfino il mare. Scrivi senza senso, magari alla fine viene fuori un verso importante. Lacerato da invidie per chi si merita il cesello di un fare intenso. E chi invece fallisce, si ritira, o semplicemente si gode quanto gli viene offerto? Già ascolti chi ti legge e ha una smorfia di disapprovazione. Che ti meriti. Non ci sono scialuppe, sono state tutte utilizzate. O hanno la chiglia bucata. Il sassofono è lontana e l’orchestra del Titanic è riuscita a mettersi in salvo. Trascino la gamba come un tronco di legno. Posso chiedere un bue in prestito a un mandriano? Ricordi quando quello stesso bue ti chiuse contro un muro e l’odore della pelle di accerchiò e tu trovasti il coraggio?

La sanità della mia regione (almeno questo è capitato a me) mi ha tenuto 24 giorni in ospedale. Ogni giorno si presentava una giovane fisioterapista, a volte erano in due. Simpatici come le ciliegie. E bravi. E poi mi hanno offerto settimane di riabilitazione, prima in un centro sanitario, poi con sedute individuali. Sono grato alla sanità pubblica. Qui, nel Nord-Est produttivo, ti cacciano dal tuo letto, il giorno dopo averti rappezzato la gamba. Con medicazioni da fare e la fisioterapia te la fai da solo. Ho un pensiero maligno: non che qui vogliono favorire la sanità privata? Prima i soldi, poi la salute, la scuola. E se fosse questa la differenza fra destra e sinistra? Rimani un comunista. Chi? Io?

Ma poi avverto invidia verso i ‘sani’.

In osteria, la barista saluta il mio amico (che giovane non è) e chiede: ‘Ah, sei venuto con tuo padre’. Mi sono appoggiato alla spalla di uno che era lì al bancone. Affranto. Come sempre ho precisato: ‘No, sono il suo amante’. Non c’è solo Berlusconi che non sa invecchiare (non avrei mai immaginato che Giuliano Urbani lo avrebbe detto, in mezzo ai silenzi dei pavidi).

Ho dimenticato come si fa un uovo sodo. Come si fa la spesa, come si piega un lenzuolo. Ma ieri notte, da solo, mi sono allenato osando un risotto alla zucca. La cucina sembrava un campo di battaglia (cucina supertecnologica, dove io non so accendere il gas che non c’è), ma, cavolo, ci sono riuscito ed era anche buono. Avevo dimenticato la cipolla. Mannaggia, non l’ho fotografato e non ho invitato i vicini ad assaggiarlo. Rendetemi il vicinato. Ho ricordato che dai 22 ai 35 anni ho vissuto con cinque, sei, sette, a volte più persone. E ieri, dalla Colombia, mi è arrivata una foto di quella casa. E, forse nella nebbia del tempo, gli amici di quegli anni, hanno un gran bel ricordo di quella storia. E se andassi a ritrovarli ora? ‘Siamo stati bene assieme da giovani, che dite ci riproviamo?’. Nessuno di noi aveva in mente un progetto (che ora mi dicono ci vuole) o un’ideologia: ci piaceva la casa, ci piaceva vivere assieme, ci piaceva il freddo dell’inverno (oddio, mica tanto, ma ci scaldavamo la faccia con il camino e il corpo con le coperte e corpi alleati), pagavamo 45mila lire di affitto al mese e un esercito di latinoamericani passava per casa (quanti amori, quante amicizie). In quella casa sono morti i vecchi contadini (ricordi, Luigia? Sandro, andò a dormire con il suo vecchio, con Pierone), sono nati bambini. È trascorsa una vita. In quella casa ho amato molte donne, sono nate amicizie capaci di resistere ai secoli. È la comunità, la possibilità?

Ma la comunità non c’è (non è contemplata dal ‘mercato’) e allora ora siamo entrambi in libertà provvisoria, non esiste ‘la rete’ che non sia fatta di cavi oceanici. Non esiste la rete dello ‘stare assieme’, stretti come sardine. Ricordi cosa ti piaceva delle sardine? Le crepe sono pericolose come le rughe sulla nostra fronte. Affitto da pagare, libri e storie preziose in un deposito (i libri, che mi servirebbero come il pane) e Matera è lontana. La casa rimarrà vuota. Là forse il vicinato potrebbe funzionare. Magari sì, magari no. Augurami/ci buona fortuna.

Adesso un chilometro e seicento metri, fino all’ospedale. Non voglio discutere con la gamba di legno.

(non sapevo cosa scrivere, ma ne ho bisogno. Non mi basta il taccuino. Moltiplico i diari, il più prezioso per le ‘cose belle’; il più invisibile per ‘le reticenze e l’indicibile’, ma ne perdo il ritmo, e le parole si nascondono in un Mac oramai esausto)

 

 

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