Andrea Semplici
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Diario Veneziano.3/ Ogni martedì d’estate…

Al martedì in campo San Giacomo

Nella notte, ogni martedì d’estate, i ballerini raggiungono, con scarpe di ricambio, le pietre di Campo San Giacomo. Non si scivola bene sul selciato di Venezia, ma tant’è. Sono decine. Si monta un impianto, ci si guarda attorno, nessuna esitazione, la musica trasforma lo spazio. Non c’ero quanto è cominciato, non so chi abbia mosso il primo passo. Ricordo con commozione le sere di San Telmo e di Avenida Indipendencia. Buenos Aires e Montevideo. Teletrasporto di immaginazione. Ricordo lo slargo della grande strada e i ragazzi che azzardavano passi accanto ai maestri. Qui, calle del Tentor, il volo della musica ti raggiunge prima che tu svolti l’angolo. E così, sbucando in campo San Giacomo, rimani stupito: si balla il tango sotto gli alberi, sotto i platani – dicono che ci sia anche una betulla – alle spalle dell’abside della chiesa (a Venezia, le facciate delle chiese guardano verso il canale, questo l’ho imparato da Luca, spero di non dimenticarlo), sapete che c’è un’orto-meraviglia all’ombra del platano dell’aiuola? Il carciofo è sfuggito al controllo, rubo due foglie di cavolo e non so se qualcuno se ne è accorto. Una sera trovo un bambino che annaffia. Ma ora l’anima è afferrata dal tango, ‘il pensiero triste che balle’: uomini e donne, serissimi e con l’aria severa, si stringono, si lasciano guidare, si sfiorano con la fronte bassa e gli occhi che guardano ‘qualcosa’ che io non riesco a vedere.

Cosa provo? Ne sono incantato e, nel sottopancia, mi chiedo: perché non ho avuto il coraggio di provarci? Che stolto, me lo domando per ogni storia non fatta (la cucina, la fotografia, il video, lo scrivere serio, il nuotare, la vela, il calcio, la musica, la musica, la musica…). Maria Perosino scrisse, prima di morire, ‘Le scelte che non ho fatto’. Dove ti trovo, Maria?

Rimango in Campo San Giacomo fino a quando l’ultima ballerina non si toglie, con un movimento impaziente, le scarpe e recupera quelle che indossava da un sacchetto lasciato in un cespuglio.

Mi dicono: ‘Ci sono quattro ponti per attraversare il Canal Grande’. Il più ostico: il ponte degli Scalzi, un’arrampicata. Disputa fra chi è certo che il ponte Calatrava (quello che con i vetri, insomma) sia più che scivoloso e chi nega il pericolo (e poi si chiama ponte della Costituzione). Ma il ponte più bello è l’arco di legno dell’Accademia. Doveva essere provvisorio quando, quasi un secolo fa, avrebbero voluto costruire un ponte in pietra. Forse sarà piaciuto la sua provvisorietà in legno: c’è ancora, ricostruito a metà degli anni ’80, restaurato appena cinque anni fa. Il legno si corrode.

Guardo il ponte nella notte, la sanpierota vi scivola sotto e gli occhi inseguono l’arcata, la sua eleganza: è bellissimo. Molti anni fa, salimmo in due il ponte dell’Accademia. Era la prima volta che Constancia veniva a Venezia. Era arrivata giorni prima in via Pier Capponi da una lontana Colombia. Constancia aveva il mio indirizzo in un tempo in cui si lasciavano indirizzi in giro per il mondo, suonò alla porta e mi riportò a un incontro in Honduras con una sua fragile amica. Bisogna sempre seguire i fili che si incontrano per caso, a volte conducono in storie che non immagini. A volte, gli incastri sono inaspettati, Constancia cercava una casa, la madre del suo amico non voleva più questa ragazza latinoamericana di cui, immagino, il figlio fosse innamorato perso (si erano incontrati alle Galapagos). Era naturale, per me, offrirle, ieri come oggi, una stanza dalle pareti gialle (oppure le dipinse lei?). Così Constancia venne a vivere a PoggioSecco. In fondo, da allora, non ci siamo più smarriti, mia figlia, pochi mesi fa, è passata a trovarla a Bogotà. Incroci. Ma allora, inverno 1981,  potevi decidere di partire un pomeriggio per Venezia e trovare una pensione in campo Santo Stefano e passarvi notti lontane. Salimmo i gradini del ponte in fretta: lei aveva bisogno di un bagno. Mi fermo a fotografare la porta di quella locanda. C’è ancora Constancia, oggi ha tre stelle. Si potrà arrivare all’improvviso? Temo di non potermela permettere. Mi consola la felicità di aver fatto in tempo a godermi un tempo in cui viaggiare mi appare fosse più facile. Dove andavano a mangiare, Constancia? Chiedo una camera?

Scendo con attenzione i gradini del ponte dell’Accademia. Il legno è meno pericoloso della pietra. Ma, per me le discese sono un batticuore.

MaterVenezia

Giovanna mi fissa un appuntamento alla Latteria. Quel maldido di Googlemaps (per fortuna, Venezia riesce a confonderlo un po’ e mi smarrisce in una mappa che lui non sa leggere) scova altre due latterie, oltre a quella che ha in mente Giovanna. Conosco questo posto. Bello. Senza trucchi. Il barista è un architetto che ha scelto di cambiare mestiere. E che adesso andrà a vivere a Mestre. Ecco, capita questo: lavoro a Venezia, ma abitare fuori. Dove ci sono i negozi della spesa, puoi comprare le mutande e ‘i muri sono dritti’.

Alla Latteria, che un tempo si chiamava Chiodo Fisso, mi raccontano alcune storie. Le leggerete quando MaterVenezia vedrà la luce. Se le ricorderò.

Abilità dello Spritz. Storia stranota e poi c’è l’aiuto, banale e irrinunciabile, di Wikipedia.

Dicono che gli austriaci mal sopportavano la forza dei vini del Nord-Est. Devono aver perso un impero per questo (mi tirano fuori le parole anche quando non voglio). E allora allungavano il vino con l’acqua. Lo ‘spruzzavano’. Verbo ‘spritzer’ (piccola storia, ne trovo una simile a Matera? Cosa si beve a Matera? Il Padre Peppe, amaro di Altamura? I contadini materani, al più, conoscevano il vino ruvido dei vigneti nati nella pietra). Poi lo spritz diventa una storia artigianale e poi industriale,  passaggi di tecnologia alimentare: acqua frizzante (selz), poi qualcuno inventa il sifone ed ecco il seltz. Una coppia di fratelli veneti si dedica all’alcool: i Pilla (quelli dell’Oro Pilla, immagino) sperimentano alchimie ed ecco il Select. A Padova i fratelli Barbieri, nel 1919 (gli anni dei dopoguerra sono sempre fertili), si inventano l’Aperol. A qualcuno a Venezia (qui ci si accapiglia se sia stato o meno Arrigo Cipriani) viene in mente di macchiare di rosso quel vino bianco e quell’acqua: insomma, si colora lo spritz.

Di passo in passo, oggi è ben più di una goccia rosso-bitter. Tre parti uguali, un terzo, un terzo, un terzo. Aperol (o Campari, o Cynar, per i coraggiosi, ‘per le donne’, mi dice un musicista), soda (o Select, qui a Venezia) e vino bianco (dai, il prosecco, no). Imparo che (sempre che me la contino giusta) che da una bottiglia di Aperol si possono fare dieci spritz. Venezia è meno cara che Matera (sorpresa, sorpresa). ‘Nessuno qui berrebbe una spritz a più di tre euro e cinquanta’. Quattro se ti siedi. Quanto cosa uno spritz a Matera? A Firenze? A Roma? In attesa di verifica, azzardo: sette, otto euro? ‘Nessuno verrebbe più al mio bar se facessi pagare uno spritz cinque euro’. Credo che intenda nessun veneziano, nessun studente. Che qui, come altrove, si assiepano fuori dai bar (ma a differenza di Matera, Filò chiude alle undici, senza nessuna eccezione e, con molta lentezza, la piccola folla di ragazzi si disperde. Ci stai nei tre euro e mezzo? ‘Risicato, ci rientri appena. E se è Campari, ci perdi’. Ci devo credere?

In campo Santa Maria scopro un bacaro con lo spritz a cinque euro. E’ scritto grosso, un avvertimento per i veneziani?, su una lavagnetta. In modo che non ci siano fraintesi. Ma se sei veneziano, ha diritto a un prezzo differenziato?

Promemoria: una geografia dei bar degli studenti. Da campo Santa Margherita al Tentor, da Cannaregio, dal Duchamp al Fondamenta della Misericordia.

Janet, Serenella, Luca, San Servolo

Stanotte il Canal Grande vuoto, senza le onde dei motoscafi, è magnifico.

La cena sul terrazzo di Majer alla Giudecca, nella notte, del Redentore, è un menù a 180 euro.

Una mia vicina nel vico Primo Casalnuovo  accompagna i turisti  al suo B&B: ‘Qui, il silenzio è assordante’. Dovevo avevo già ascoltato questa frase? Sì, qui le mie finestre si affacciano su una calle deserta. Sembra che non vi abiti nessuno, c’è il deposito della Coop, ma sono delicati come infermieri. Il brusio onnipresente come rumore di fondo delle auto non c’è. Come nei mesi della pandemia. Allora salii su una collina e la conca fiorentina era immota e priva di ogni rumore che non fossero quelli della natura. Quando decidemmo che il virus si era acquietato, mi resi conto del ruido nel quale viviamo senza consapevolezza. A Venezia, in questa mia Venezia, c’è solo lo strepito da neonati dei gabbiani o qualche lotta di gatti in amore. A proposito, mi sembrano ben più numerosi i cani dei gatti. Pluto, magrissimo e ‘vecchio’, pelo brizzolato di bianco, esce di casa assieme alla sua famiglia umana, ma poi va per conto suo: riappare sempre a fine mattinata al loro bar quotidiano.

Promemoria: andare lunedì al mercato di Santa Marta, quando i contadini arrivano con i furgoncini e hanno insalate e frutta più fresca. Qui quanto compri alla Coop (e io sono toscano) si ammoscia: deve essere complicato il trasporto di albicocche (già stremate da una stagione infausto) e zucchine. Il back stage del palcoscenico di Venezia è, per me, non veneziano, una terra incognita. Da conoscere: il popolo dei trasportatori, degli spazzini, dei motoscafisti, dei gondolieri (oltre ‘occhi di fata’), dei facchini, delle guide turistiche.

Da conoscere: il mondo del lusso. Non ho una giacchetta. Però il mondo invisibile, mi piacerebbe vederlo. A Iosif, in diciassette anni, è riuscito solo una volta. Una sola volta ha varcato la soglia di un santa sanctorum veneziano. Lui dice: ‘una o due volte mi è riuscito di insinuarmi..’. Nessuno, finora, mi ha fissato un appuntamento in una casa o nello studio o in ufficio. In genere ci si vede per uno spriz (dopo le 18.30), più raramente intendono un caffè, al mattino. Eppure, a Venezia, come a Matera, la privacy non esiste. E’ possibile avere un (con o senza apostrofo) amante segreta/o a Venezia?

 

 

 

 

 

 

 

 

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