Andrea Semplici
Senza categoria

Amnesie

Amnesie. Spoiler. Vorrei preoccuparmi, invece mi osservo come se fossi un criceto sulla ruota. E ora? Non è nemmeno, poi, così grave. Spaesante, sì.

Ai confini di Santa Marta verso il porto, uno dei luoghi belli di Venezia, al lunedì, ci sono i ‘contadini’. Un mercato un po’ troppo per bene, per me, abituato a qualche sana confusione mediorientale e un po’ di vociare. Qui, ognuno ha il suo banchetto, il gazebo, giallo, storia Coldiretti, a proteggere dal sole (o dalla pioggia, immagino). Tutto ha un bell’aspetto. Mi piace, ma io sono storto e preferisco la Maremma al Chianti. In goni caso, qui sto bene. Tiro fuori le macchine fotografiche, due, chissà perché. Una al collo e una sulla spalla. ‘Se troppo pesante’, mi dirà Guido. ‘Come tutti i fotografi, che sono pieni di dolori’. Ma io non sono un fotografo (questo lo scrivo perché mi diciate: ‘No, dai…’).

Strano, di solito le macchine sono appese al collo. Le tracolle sono pensate per tenerle un po’ distanti le una dalle altre. Non tengo le macchine sulla spalla.

Non scatto nemmeno una foto. Guido mi raggiunge alle spalle e mi dice qualcosa che suona così: ‘Questi turisti…’. Ridiamo. Beh, lui è romano di adozione, durante gli anni (ben più di venti) nei quali non ci siamo più visti, ha sposato una veneziana, e si può permettere di amare Venezia senza esserne costretto dall’anagrafe. Devo anche dirvi che Guido è stato un crocevia, casuale e decisivo, della mia storia con il giornalismo. Andò così, aprile 1985, credo: io e un altro Guido eravamo appena atterrati a Fiumicino. Venivamo dal Sudan. Vi eravamo rimasti intrappolati (felicemente, ma allora non lo sapevamo) da un colpo di stato. Un’avventura. I soli giornalisti occidentali in mezzo a una rivoluzione che allora rimase un paio di giorni sulle prime pagine: altri tempi. Io avevo scritto, su una nave italiana in banchina Port Sudan, un articolo. Lo avevo anche dettato, via radio, a La Nazione di Firenze. Che si badò bene dal pubblicarlo. L’articolo era ‘buono’. E poi che figata averci un giornalista in mezzo a quella storia. Niente, non era da giornale di Firenze. Il caporedattore di allora, mi disse: ‘Pensi di essere al centro del mondo. Lascia perdere’.

Insomma, arrivato a Roma, dall’aeroporto, telefonai (avevo i gettoni?) al Manifesto (come ne sapevo il numero?). Non ci conoscevo nessuno, ma era ‘il mio’ giornale e poi erano attenti alle Afriche. Chiesi degli ‘esteri’, troppo presto, non c’era nessuno. Chi mi rispose, mi disse: ‘Vieni, fra un’ora li trovi’. Andai. Due autobus da Fiumicino, via Tomacelli. Arrivai che era passato mezzogiorno.

E nella minuscola stanzetta al quarto piano (quarto? Forse era il terzo) c’erano Maurizio, sempre scorbutico, Stefano, pacioso e sorridente, Guido, molto inglese, forse c’era anche Saad e il suo sigaro. Io mi presento con due fogli spiegazzati, scritti su una macchina da scrivere a bordo di una nave. (o forse no, in un bar di Port Sudan, improbabile, chi mi aveva dato una macchina da scrivere?). Parlo con Maurizio, che non fa una piega, ma i fogli li prende e li legge. Comincia a parlare con Guido. ‘Ma il colpo di stato è accaduto una settimana fa’. Vero. È Guido che interviene: ‘Abbiamo l’autore qui, ci aggiunge qualcosa’. ‘Leggilo’, dice Maurizio. E gli allunga i fogli.

Non so bene cosa accade. Ma credo che sia stato Guido a dire che potevano pubblicarlo così. Smontarono una pagina, trovarono una immagine africana per decorarla, misero un titolo che non era un granché e fecero un richiamo in prima. Ecco andò così, il mio esordio nel giornalismo ‘vero’.

Questo per dire, che ero un po’ emozionato nel rivedere Guido a Santa Marta. Ha i capelli bianchi, anche io.

Quando rimasi disoccupato, fu sempre Guido a ormeggiarmi in quel ufficio-salvataggio-dei giornalisti-del-manifesto che era la rivista della Cooperazione italiana (almeno loro pagavano). Un altro anno con uno stipendio e i contributi inpgi.

Veniamo all’amnesia. Chiacchiero con Guido per una mezz’ora buona. Ne abbiamo di storie da dirci. Io so di avere addosso due macchine fotografiche, non le ripongo in borsa. Decidiamo di andare via. Esitiamo: ‘Compriamo qualcosa?’. Guido indica gli ultimi banchi del marcato: ‘Là hanno biologico’. Guido è molto attento al cibo. Penultimo banco, una donna bionda. Ho voglia di albicocche, finora ne ho mangiate di pessime. E poi adocchio i pomodori, sì, per ora quelli comprati non sapevo di pomodoro. Quindi otto albicocche e quattro pomodori. Devo fare un movimento con le braccia per poter pagare. Forse ho tenuto con la mano la macchina fotografica. Guido compra anche lui albicocche e ciliegie (che rimangono carissimi, quest’anno: 12euro al chilo).

Promemoria: albicocche e pomodori erano molto buoni.

Andiamo via, camminiamo. Attraversiamo Santa Marta, non ripassiamo da piazzale Roma, sfioriamo la libreria, ‘Un mare di carta’, in cui tutti mi consigliano di andare. Ci fermiamo da un senegalese che ha bel negozio di collane e orecchini. Guido mi lascia un ponte prima di campo San Giacomo. Un postino sta chiacchierando con una donna vestita di nero. Amici. Mi fermo, penso di approfittarne per fissare con il portalettere un giro assieme. Lui ha l’aria da cinquantenne in forma. Mi dice: ‘Sento, ma tu contatta i capi’. Non lo dice così, ma io non riesco a rendere il veneziano (dovrei farlo). Vado a casa. Manca un quarto d’ora al prossimo appuntamento. Sotto casa, all’enoteca Prosecco. Giacomo è già lì. Lo raggiungo: ho in mano solo il taccuino. Le macchine fotografiche sono rimaste a casa.

Un’ora di conversazione, un caffè, un succo di mirtillo. Sette euro.

A pensarci dopo ho due immagini di questa mattina: il banco delle albicocche e una sedia di metallo, anni ’70, che ricordo con nitidezza.

Torno a casa, sono stanco, come spesso mi capita, mi stendo sul divano e mi addormento.

Mi risveglio, intorpidito. Devo uscire di nuovo. A questo punto cerco la macchina fotografica…

Ce n’è una. Nessuna traccia dell’altra. Esploro la casa (piccola) palmo a palmo. Apro persino il frigorifero, sono capace di tutto. Ma niente…e la mia mente è un ‘vuoto’ attorno al destino della macchina fotografica. Devo ammettere: non è in casa. Non è sotto il letto e non è nascosta dai libri.

Ora taglio un po’ il racconto. Devo andare al nuovo appuntamento. Ci vado, ma sono distratto. E quasi non ascolto quanto mi viene detto. Prendo appunti, questo sì. Torno a casa. È sera. Chiedo conferma a Guido: ‘Avevo due macchine fotografiche?’. ‘Sì’. Quando ho pagato le albicocche ho poggiato la macchina sul bancone? Cerco di ricordare i gesti. È possibile. Non lo ricordo. Mi viene in mente che, sì, l’ho appoggiata a terra, che non l’abbia ripresa?. Vedo bene l’immagine del selciato. Guido si ricorda che il banco era di agricoltori di Chioggia. Ok, cerco siti ‘biologici’ chioggiotti. È lei? Sì, è lei! C’è una foto di Camilla, che ha un’azienda agricola e da qualche mese ha un banco a Santa Marta. Chiedo conferma a Guido e lui mi risponde: ‘Altro che smemorato, sì, è lei, Come hai fatto?’. C’è un telefono, mando un sms alle nove di sera. E Camilla mi risponde: desolata, niente macchina fotografica. Insisto. Lei è paziente, ma non può fare niente. Qualcosa, invece, fa: manda un messaggio al ‘gruppo’. Al gruppo dei ‘contadini’ di Santa Marta, immagino.

Vado a letto, senza alcun pensiero in testa. Stranamente tranquillo. Decido di chiamare ‘Cornelia’, la macchina fotografica. Senza alcuna ragione.

Ho in mente quella sedia in metallo. Anzi, la ‘seduta’ di quella sedia. Perché mi riappare in testa? Sedia ‘vecchia’, elegante, con il chiarore elettrico di un metallo. Mi viene da pensare che mi piacerebbe vederne la fabbricazione.

Alle 8.30 del mattino, l’enoteca Prosecco è chiusa. Devo andare a un altro appuntamento. A Ca’Tron, quei luoghi che solo entrandoci riesci a capire la grandiosità e la bellezza rustica e nobiliare allo stesso tempo di questa città. Balcone sul Canale. Laura si occupa di ‘case’, docente allo Iuav, voce pubblica dei guai urbanistici della città. Lei ha i numeri e le ricerche dalla sua: sa esattamente quanti negozi ci sono a Venezia. Le chiedo, vorrei chiederle, cosa si intende per Venezia?

L’incontro con Laura dura quasi due ore, uno studente, stravaccato su una sedia della grande sala nobiliare di Ca’ Tron, aspetta il suo turno, con cuffie sulle orecchie.

Torno in Campo San Giacomo. Vado all’Enoteca. Il barista è un uomo (mezza età, dai, più giovane), un fisico robusto, pantaloncini jeans, maglietta nera, pelato, l’aria di uno forte. Ora so che è il proprietario (così mi raccontano), parlata veneta stretta, mi dicono anche che prima questa famiglia aveva un locale che, a Mestre, stava aperto fino alle sei del mattino. Adesso io trovo l’enoteca quasi sempre chiusa a metà pomeriggio. Sono in tre, all’apparenza, a lavorarci: tutti dall’aria tosta e bella. E conoscono i loro clienti uno per uno. Anche quelli passeggeri come me. L’uomo mi vede subito appena metto piede nel locale: ‘Ha dismentigà calcòsa de importante’. Mas o meno, il traduttore google è incerto con il veneziano… dice così e, prima ancora che io reagisca, svanisce in un retro cucina.

Per riapparire con la mia macchina fotografica.

Bum.

 

*****************************************************

Dieci giorni fa

Firenze, un’amica mi sta riaccompagnando a casa. Dal Campo di Marte a San Frediano. Due lati del centro storico. Sì, a Firenze questa è una geografia corretta. Per Venezia non funziona. Venezia è una città, non un centro storico.

Facciamo una scelta sfortunata, saliamo per piazzale Michelangelo proprio quando vi è in programma un’importante sfilata di moda per PittiUomo. L’economia si impossessa della città. Hanno occupato il panorama di Firenze con quattro ingombranti gradinate che oscurano la città a chi non può entrare alla sfilata. La città dei ricchi. Certo, questa è facile lamento e demagogia. Se fossi seduti su quelle gradinate non la penserei così, meglio non lo scriverei.

Rimaniamo intrappolati in coda lungo il viale dei Colli. Sono circa le 23.

Credo di essermi addormentato in macchina. Mi capita spesso da alcuni mesi. Molto sonno, mi addormento all’improvviso, soprattutto dopo pranzo o dopo cena. A volte mi è capitato di addormentarmi nel mezzo di una conversazione, chino la testa e dormo sul tavolo. Del resto, mi sveglio sempre alle 5.30 del mattino e non vado a letto prima di mezzanotte.

Questa volta, in auto, ‘scompaio’. Dobbiamo averci messo molto a liberarci dell’ingorgo. Non ricordo nulla. Solo una visione: uomini e donne elegantissime, schiene nude in attesa di entrare alle gradinate costruite per assistere alla sfilata.

Poi scompaio di nuovo.

Lorenza, la mia amica, mi ha detto che mi ha lasciato in una piazza vicina alla casa. Si è preoccupata per me: ‘Sei sveglio? Tutto bene?’. Mi ha detto che le ho risposto: ‘Sì, tutto bene’.

Devo aver attraversato la piazza, essere arrivato a casa, aver trovato le chiavi (che tengo sempre in fondo allo zaino e ho sempre batticuore nel cercarle), aperto la porta, salito tre piani di scale, entrato. Betta mi dice che ho attraversato il corridoio senza una parola: devo essere entrato in camera. ‘Ti sei steso sul letto vestito e ti sei addormentato’. Le luci erano tutte accese, mi dice ancora Betta. Dopo un po’, lei le ha spente.

A un certo punto devo essermi svegliato. E spogliato.

Al mattino, di nuovo verso le 5.30, mi sveglio e mi trovo con addosso una maglietta.

E mi sono chiesto dove fossi e come fossi arrivato lì.

Non ho alcun ricordo di come sia arrivato a casa, solo quell’immagine delle schiene nude delle donne su a piazzale Michelangelo. Niente altro, un vuoto.

Un buco totale nella mia memoria. Da cui riemergono sedie, selciato veneziano, schiene nude di donne troppo eleganti.

 

 

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.