Andrea Semplici
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Caminhos.4/Salema-Sagres, hasta aquì llegué

I cerchi concentrici a praia das Furnas

Cara Miriam,

por favor, suggerisci a Luciano y Umberto di aggiungere qualche riga alla loro guida alla Rota Vicentina, cammino (trekking?) del sud del Portogallo.

Tipo: ‘Trekking inadatto ai settantenni che soffrono di vertigini’. Le fratture del femore non c’entrano, la mia gamba (incrocio le dita) sta bene, la sento solida, capace. Ricordo le istruzioni: a scendere, prima la gamba rotta, poi quella sana. A volte non è possibile, ma ce la fa lo stesso. Sono le vertigini e gli anni, il problema. Non è un problema: è così. Diciamo che questo è un trekking ‘pericoloso’: troppo vicino al dirupo, troppo aspro, troppo da arrampicata. Del tutto sconsigliabile in un giorno di pioggia o dopo un giorno di pioggia. Si scivola. Insomma, mettiamoli sull’avviso i camminatori settantenni.

Le discese, le salite

Detto questo, devo anche ringraziare i due autori (qualche aggettivo in più ci starebbe bene, ma su questo abbiamo sempre discusso), se mi avessero avvisato probabilmente non sarei venuto fino qua. E non avrei visto la praia do Barranco e nemmeno quella di Zaval. E non avrei addosso, ieri sera, quella sensazione che deve essere degli alpinisti quando raggiungono una vetta: ecco, ho fatto una ‘impresa’ inutile, una storia di orgoglio, forse anche stupido (nel mio caso), mi sono messo alla prova. E ne sono ‘felice’. Sì, la parola giusta, ieri sera, era già quasi buio, era felicità: si avvicinava una tempesta, il cielo stava per cadere in terra, il telefono era scarico e non sapevo come raggiungere la camera dov’era Daniela, eppure io ero ‘felice’. Meglio: in pace con me stesso. Almeno per un minuto. Si può vivere per un momento? Si può vivere per il sapore delle ciliegie? Dai, piantala.

La costa
La costa

L’Eco-Camp, un buon posto (adios Lucia y adios joven brasileiro allegro), è venti minuti lontano da Salema. Andiamo, discesa, colazione in paese, primo raggruppamento di camminatori, questi sono tutti giovani e con zaini leggeri. Salita, sfioriamo il vecchio tedesco con l’aria di chi se la spassa: ‘Io vivo qui’. Ha l’aria da Cristo invecchiato e un bel sorriso. Ci indica il sentiero.

Una donna chiede che pianta è un corbezzolo: scopriamo che strawberry tree, albero fragola, Strawberry fields forever.

fine stagione a Salema

I ragazzi ci sorpassano. Il trekking ha un suo ritmo da abitudine: arrampicata brusca, aggrappandosi alle rocce e tirarsi su senza guardarsi alle spalle. Sudati, si raggiunge il pianoro-brughiera (lentisco, ginepri pettinati dal vento, cisto, gariga…), ci si graffia le braccia con rametti puntuti, si guarda l’oceano (io non lo guardo, troppo in basso) e si cammina fino a quando la scogliera non precipita verso una spiaggia. E’ qui che è un precipizio da funambolo, qui che i sassolini sotto la scarpa sono una minaccia, è qui che ti chiedi: ‘Ma perché…?’. Eppure è così ‘bello’. Soprattutto quando poggi il piede dell’ultimo balzo sulla sabbia e pensi di esserci ancora. Sai che devi ripetere questo rito ancora per tre, quattro, cinque volte. Respira.

Mando un pensiero grato al mio chirurgo, meccanico perfetto (incrocio di nuovo le dita), l’architettura del mio femore ha retto.

Le discese ardite

 

C’è sempre un’antica casa di pescatori sul pianoro della scogliera. Un rifugio oramai diruto. Epopea finita. Lo chiamano ‘sentiero dei pescatori’, ma qui ce ne devono essere rimasti ben pochi. Più facile agganciare i turisti. Più facile fare i muratori. In mare, vedo solo rare barche a vela e non ci sono porticcioli nei villaggi bianchi e lindi. Che belle sono le vele che spuntano dalle acque.

Per evitare un canyon, il cammino diventa strada bianca, punta verso l’interno, posso far rilassare la mia mente, si guada un torrentello e si dirige nuovamente verso l’oceano.

Praia das Furnas

Respiro alla praia das Furnas. Tempo di una banana, mezzo panino con il queso e ritrovare i segni verdi e azzurri. Sono segni piccoli, si mimetizzano, ma si vedono sempre. Rassicurano, credi di averli smarriti e loro riappaiono. Una ‘x’ indica che di là non devi andare.

Un ragazzo gioca con un cane nell’acqua. Felicità di entrambi. Il cagnetto viene a salutarci.

Lei zampetta tranquilla, stai attenta

Altra discesa spezza-anima ed è praia do Zaval. Il traduttore non mi dice cosa voglia dire Zaval. Bar chiuso. Dieci chilometri, sono già quasi le tre del pomeriggio. Daniela chiama Bolt. E mi trovo a pensare a un’idea liberista: Bolt è un servizio di ‘mobilità’. Hai bisogno di un passaggio: chiami Bolt e, quasi certamente, c’è un’auto che, per un po’ di soldi, viene a prenderti. In Italia, ostaggi dei taxisti, non sarebbe possibile, nessuno sarebbe arrivato in soccorso di Daniela, se non a cifre da capogiro (adesso mi aspetto l’improperi dei taxisti, tra l’altro amico carissimo è taxista). Io vado. In fretta, prima di ripensarci.

Dimenticavo: siamo passati davanti a Casa Cortes, indigeni dell’Algarve e con un’idea di libertà per le galline

 

E sempre a casa Cortes amano i muli. Perché non mi fermo a conoscere i Cortes?

Panico da solitudine. Mi arrampico con furia, mi graffio a sangue il braccio, salgo con foga, non voglio sapere cosa lascio indietro, non voglio ripensarci. Testa bassa, gambe come paranchi tirano su il corpo per una salita impervia. Calmati. Sfioro una villa, ragazzi che ridono, ehi, non mi salutate, scavalco il crinale, rovina di un’antica fortezza, praia di Ingrina. Bel bar, voglia di fermarmi. Non posso. Il cartello dice: dieci km. Sono molti.

Brughiera sull’orlo del crepaccio. Sto a distanza. Fino a quando è possibile. Segni concentrici di pietra costruiti da mani giocose. Poi è davvero un precipizio. Troppo per me. Risalgo impaurito. Cerco un cammino che aggiri. C’è e fa una larga curva per evitare lo strappo del canyon. Qualche chilometro in più. Atterro, con una discesa ripida, alla praia do Barranco.

 

Ecco, gli hippies. Il tempo si è fermato. Pattuglia di furgoni, niente più Ford, né roba delle poste tedesche, ma è sempre wolkswagen, più o meno riadattati. Bonghi e chitarre. E il surf. Perfino Bob Dylan. Ehi, è il 2023. L’adrenalina delle onde non è scalfita dal tempo. Dread, braccialetti, corna, aria leggera, il domani non esiste, funamboli. Accampamento, se guardi meglio, vedi tende al riparo di cespugli-albero. Non so, passo in fretta. Saluto, ma passo in fretta. Non voglio avere a che fare con il  passato, soprattutto se ha vent’anni. Ho perso i segni.

La piana desolata

Un ragazzo sta scendendo dalla scogliera. ‘Sagres?’. E lui, forse ha capito, forse no, fa un cenno con la mano. Con la solita foga mi arrampico, ora è davvero solitudine totale e sono le cinque del pomeriggio. Ho bruciato i ponti alle spalle. Raggiungo il pianoro, non so dove sono, il telefono ha il 27% di carica. Paesaggio non più oceanico, ma lunare. Un altopiano piatto, color cenere, gariga bruciata dall’estate, sdraiata a terra come dopo un incendio. Paesaggio da brividi, affascinante. E allora il dio dei camminatori mi fa ritrovate un colonnino di legno con i segni: di là….grazie.

La fattoria abbandonata

Adesso è uno stradello, all’orizzonte un segno geodetico, le rovine di un capanno. Sono davvero sulla luna. Punto i piedi, calcagno, punta, bastoncini a spingermi. So dove sto andando, ma non so quanto è distante. Mi intricco con le tecnologie. La piana da Intestellar mi conduce fino alla ‘fattoria abbandonata’. Così sta scritto nella guida (grazie Luciano e Umberto, la prossima volta dedicateci del tempo, scopritene la storia). È bellissima, la fattoria, deserta, desolata, spezzata. Se questo fosse un film, mi fermerei, accenderei un fuoco, passerei la notte qui. Non accade nella realtà. Immagino le scene quando battevano cererali sulla vastissima aia. Non immagino un bel niente. Ma vorrei vedere l’ultimo contadino nel giorno in cui ha lasciato questa casa e non si è voltato indietro.

Tu sei bellissimo, ti ho guardato dall’alto con paura

Sagres è dall’altra parte del golfo, è un promontorio. È un miraggio: come i paesi lucani, ogni volta che ti avvicini, loro si allontanano. Sagres fa così: ti dice, sono qui, a un passo, non mi vedi? Vengo? Ti dice: sì. E poi si allontana. Incrocio un umano che corre e non mi degna di uno sguardo. Arrivo in fondo al pianoro: ora è davvero paura. È un altro precipizio, in fondo uno stagno verdissimo. Non ce la posso fare. Ce la posso fare. Scivolo più che scendere, poggiano il culo alla discesa. Non guardo. Non guardo. E non ho un pensiero quando atterro sulla spiaggia di grandi sassi e benedico il lago verde. È finita?

Ultimo refolo di telefono: devo raggiungere Tonel, barrio lontanissimo di Sagres. Che non è un paese e un luogo di inganni. Mancano 45 minuti a piedi. Maldida tecnologia. Mi incammino. Ma non c’è mai nessuno nei paesi dell’Algarve alle sette di sera? Non c’è nemmeno il paese

Sagres è all’altro capo del golfo

Venti minuti per arrivare alla case, poi giri geometrici, nemmeno un bar, dove siete tutti? Nessun bambino a giocare per strada? Nessuno a chiacchierare di fronte alle porte. Raggiungo una strada importante. Nessuno. No, quattro ragazzi. Hanno l’aria da turisti dell’Est. Qui per il surf. Decido che loro vanno a casa. E allora li seguo.

E mi conducono fino alle camere di Tonel. La realtà è molto più ricca di Google. Incontro un paesano e chiedo: mi risponde in portoghese (viva), ancora cento metri. È finita? No, camera 129 e dove è il 129 in questo edificio privo di numeri?

Girovago per mezz’ora buona. Nessuno. Uffici chiusi. Ci sono quattro ragazzi su un balconcino. Slovacchi. Allegri. Telefonano per me. Daniela ha il telefono staccato. L’ufficio non risponde. E loro decidono una spedizione, una caccia al tesoro: scendono in pattuglia, quattro persone, due donne e due uomini. Aria da surfisti. Scanzonati. Ehi, avete visto: ‘Un mercoledì da leoni’? Ci disperdiamo per gli edifici. Nessuno qui si è mai accorto che le porte hanno un numero. Un altro turista si unisce alla caccia, nessuno di loro conosce il numero della loro stanza. Deve essersi sparsa la voce della caccia. Alla fine Marco, è salito a un secondo piano, trova il 129 accanto al 107. Mi chiama. ‘Qui’ e mi invita a bussare. Ecco, ora si è finita, Daniela sotto le coperte. Applausi ai surfisti.

È tempo di farsi un dono: una cena vera, al Meridiano (senza controllare TripAdvisor, se lo avessimo letto avremmo lasciato perdere: una coltre di giudizi negativi, immeritati secondo noi) e invece il cameriere-tuttofare è una ragazzo sorridente, il Portogallo sta battendo la Bosnia, una coppia inglese indugia di fronte a due bicchieri di vino rosso e il lusso di una caldeirada de peixe è segno e sigillo di una giornata disperata e felice. Come un buon film western.

 

 

 

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