Caminhos.7/Carrapateira-Arrifana, il villaggio che non esiste

C’è la stanchezza. No, non c’è la stanchezza. Forse la monotonia del paesaggio ‘interno’ (una gariga bruciata da un incendio, sdraiata dai venti oceanici, una natura dominatrice e annichilente…), le strade lunghe, quasi prive di orizzonte, il senso di abbandono del passato novecentesco (le case della pesca dirute). Forse la Rota Vicentina non è per camminatori in cerca di incontri. Qui non si incontra nessuno. O, meglio, nessuno che abbia voglia di perdere tempo. I camminatori camminano. Gli abitanti dell’Algarve non ci sono. Gli stranieri (italiani, inglesi, svizzeri, gente dell’est) vivono qui, ma non imparano la lingua. Nessuno si rivolge a te in portoghese. Insomma, non ci formano comunità provvisorie e questo mi dispiace. Andiamo.

No, Estela (e il suo aneurisma del quale subito ci parla) racconta in un idioma che mischia, come si deve, spagnolo e portoghese. Estela ha cura: c’è il dolce, l’yogurt casero, il porto casero (questo lo ha messo al primo posto, si vede che ne è orgogliosa), la frutta, i biscotti. E i viaggiatori lasciano cartoline con un pensiero, una parola, dieci parole. E lei le appende con lo scotch (si appendono le cartoline con lo scotch…viva) alla parete. Non ci rivedremo, Estela. Però incontrarti vale il viaggio. Per una notte, un b&b come la mia prima casa in un paese della Cornovaglia, mezzo secolo fa. Ricordo ancora la morbidezza calda delle sue coperte. Le stesse della casa di Estela. Qui non c’è riscaldamento, al massimo una stufa a legna. Che fortuna nascere in Portogallo del Sud. Andiamo, Arrifana è di là?

L’arcobaleno, come in una favola, ci guida. La luce dell’Algarve. Non c’è Photoshop che tenga. La sabbia ha il colore della sabbia dopo la pioggia. Il verde è verde. Il cielo ha pennellate di azzurro che niente può riprodurre. L’arcobaleno si allontana se noi ci avviciniamo, ma, per mano, ci porta fino alla passerella della magnifica praia do Bordeira. Un uomo coraggioso si tuffa nelle prime onde, la sua ragazza lo guarda in silenzio e tiene in mano i suoi vestiti. Un ragazzo corre lungo un bagnasciuga mobile, non mi accorgo che una schiuma cerca di afferrarmi. Un altro ragazza si arrampica lungo la scogliera. Mi piace lasciare orme nella sabbia bagnata.

Poi il cammino veleggia sul tavolato della falesia. Per suerte a debita distanza dal precipizio. Qualche camminante in senso inverso. ‘Boa dia’. ‘Hello’. L’oceano ce l’ha con il cammino, vorrebbe che fosse più coraggioso, che la terra avesse lo stesso disegno delle acque. Appare un leone in gabbia, vorrebbe arrivare fino ai tuoi piedi, portarti con sé, mostrarti una meraviglia. E invece sei terrestre, ancorato ai ciottoli del cammino. Almeno i gabbiani volano. E poi ci sono uccelletti veloci come Bolt che vanno in su e giù per le sabbie.

Penso: in questo ‘trekking’ (oramai so che Flavio aveva ragione: questo non è un cammino) non ci luoghi per sedersi (non una pietra, non un tronco, non dico una panchina: la sola panchina incontrata era figlia di un ‘progetto europeo’ indecifrabile e lasciata lì). Non ci sono luoghi di sosta. Né bar in cui rifugiarsi. Quando pensavo questo, non immaginavo che sarei stato smentito di lì a tre chilometri.

Maledizione, cari tracciatori della Rota: vi sembra il caso di farci arrampicare seccamente su una collina di pietra solo per sfiorare un segno geodetico in cemento e chiedersi cosa voglia dire la scritta Vaz Cinta su un vecchio pilastro? Saliamo per scendere e vi mandiamo accidenti.

Qualche rara sughera è sopravvissuta al vento e agli incendi. Appaiono eucalipti malandati e lucenti abetini marittimi. Mi piace la vegetazione rasoterra che cerca di capire se oggi può tirar fuori la testa dalla sabbia. Arriviamo a una strada bianca, carrabile, un cartello dice che abbiamo già percorso nove chilometri e che ne mancano dodici ad Arrifana. I chilometri, oggi, sono una fisarmonica che inganna anche i contapassi. Ricordi che un tempo non ci chiedevamo quanti chilometri? E che a sera, con una rotellina, li contavamo seguendo una traccia sulla mappa. Ehi, basta con il passato. Ci sono delle case laggiù, la strada ci passa davanti.


Le case sono una fattoria. Questa volta i contadini esistono e resistono. Questo è Monte Novo. Incontriamo un ragazzo che cammina senza scarpe, indossa solo i calzini. Guarda con attenzione dove mette i piedi. Poi alcune coppie. Poi un uomo di mezza è età con il passo da nord-walking. Poi una donna sovrappeso con cammina con stortezza, ma cammina. Una fascia le tiene legati i capelli e le tette ballano com gli ippopotami di Fantasia. Poi…

Poi, la felicità è il Barranco da Fonte. Ehi, ragazzi che scrivete le guide, va bene, usate l’aggettivo ‘provvidenziale’, ma fatelo notare, c’è una gerarchia di notizie. Questo è un luogo fondamentale. Fino a ora, oltre cento chilometri a piedi, non abbiamo trovato non un solo Bagdad Cafè. Eccolo qui, eccolo qui. Ed è l’ora di pranzo e sta per piovere. Prova dell’esistenza di Dio. E dentro la famiglia: il ‘gerente’, Rui, la ‘sub boss’ (giuro: c’è scritto così nel biglietto da visita) che si chiama Catarina, i quattro figli, siedono attorno a una pentola piena di salsa liquida e pollo. Trovano il tempo per prepararmi una insalata con quejisito fresco, barbabietole, fragole, carote, peperoni, pane casero…una squisitezza. Ecco, sì, felicità. Ricordate: Barranco do Fonte. Si cammina per questo, per le soste preziose.

Riprende il cammino. La solita strada, non più perfettamente carrabile, ma le macchine possono raggiungere la praia do Caral. È che io ho paura, la strada scende inesorabilmente. Qui hanno il cattivo gusto di non avvertirti: all’improvviso, niente più strada e solo sentiero per capre coraggiose. Troppo tardi per tornare indietro. E io comincio a tremare: non voglio tornare indietro, non voglio sapere che cosa ho davanti. E poi la strada sembra allungarsi, attraverso un bosco di eucalipiti e punta decisamente verso l’oceano. Scende, scende, scende. Io vedo la salita sull’altro costone del barranco e mi aspetto il precipizio. La strada si prende gioco, ogni curva ne nasconde un’altra, non ti fa vedere cosa accade dopo. Scende, scende, scende. E poi, con un sorriso, ti sbeffeggia: ‘Paura, eh?’. E con un ultimo, precipitoso tornane precipita sulla spiaggia di sassi e pietre. Praia do Caral, dove l’oceano è uno schiaffone in viso. È bellissimo, c’è perfino una casa con un camino acceso.

Poi c’è la salita. Imperiosa, ma si può fare. Arrifana, esiste? Ora scopriamo che Arrifana è una spiaggia, celebre per il surf. Il paese è più su. E si chiama Vale de Telha. Non è un villaggio, è un insieme di ‘urbanizzazioni’ turistiche. Villozze e case bianche e basse, disseminate su un tavolato, in attesa di diventare una città di turisti. Nessuno qui parla portoghese e i ristoranti sono indonesiani, arabi (antiche vestigia), italiani, internazionali…

E mancano ancora due chilometri e mezzo alla nostra casa. Che si chiama ‘Endless summer’. Ricordo una volta che una inglese salutò il suo autista con le parole ‘endless love’. Chissà se quell’amore impossibile ha avuto altre possibilità.
Esausti raggiungiamo la casa bianca di Endeless Summer e naturalmente ci apre un ragazzone (scoprirò poi che è svizzero ed è simpatico) e ci mostra un luogo di surfer. Tre ragazzi, di cui un venezuelano, tutti belli come divinità greche, muscoli a posto, il più vecchio avrà compiuto da poco trent’anni. Tutti sanno di salmastro, capelli sbiondati dal sole, tutti in attesa. Dell’onda. Dell’onda perfetta. Il mondo, quello laggiù, oltre il Mediterraneo, è davvero lontano da questo rifugio di ragazzi dai muscoli di statua e dalle tavole parcheggiate fuori dalla porta. Sono a disagio. Con i miei abiti strappati, con la mia giacca impermeabile due taglie più grande, con la mia bisaccia e i mie pantaloni da Decathlon. Non ho argomenti di conversazione. E me ne dispiace così tanto. Che ho voglia di piangere. Il venezuelano comincia a massaggiare la ragazza: in realtà un abbraccio, gesto da fisioterapista, sono bellissimi, posso fotografarvi?

Non ne ho coraggio. Sbagliamo la strada per il supermercato. Qui ogni cosa è distante. Compriamo humus e mele, banane e yogurt. Poi il ristorante, cavolo sono le sette e tutto è già pieno. Bisticcio nervoso con Daniela, non amo questi posti. Meglio: ho bisogno di tempo e, invece, ti obbligano a prendere una decisione in fretta. Sento rasparmi il petto e la testa. Fermiamoci, respira, non cercare di rispondere, non decidere. Aspetta, aspettate tutti, immobili, per tre minuti, avete mai provato a stare davvero fermi, immobili, per tre minuti con gli occhi che vedono oltre quello che è davanti a voi. Fermatevi. Poi tornate e siete, forse, pronti.
Se no, non importa. Respira.
Alla fine, i tre minuti diventano la mezza ora e un nasi goreng e il vetro piatto di un cameriera dalle origini thai mi appare così dolce che la vita può ricominciare a sorridere.
Stanchezza vera. I ragazzi del surf sono distesi sui divani e guardano i loro cellulari. Il vortice di una tempesta accerchia l’Algarve. Loro lo seguono con sogni proibiti.

