Caminhos.9/Aljezur-Odeicexe, il sapore delle dolci patate

La luce del Portogallo. La luce della costa atlantica. Oggi scriverò banalità. Oggi? È già domani. Sono le quattro e mezza del mattino. Ha piovuto per tutta la notte. Ma ieri è stata una giornata luminosa. È arrivato il freddo e a Firenze hanno ricordato Sergio Staino. La generazione che è arrivata agli ottanta anni. Francesco, Adriano, Vecchioni. Francesco che mi fa venire in mente la lettera che Leonard spedì a Marianne quando seppe che lei stava per morire: ‘Ci vediamo lungo la strada, so long Marianne’. A noi piace credere che sia possibile, ma in realtà così non è. Però ho visto la foto di Francesco e Vecchioni che si davano la mano con un gran bel sorriso. Che siano così i funerali, un momento di allegria e malinconia. Il solo momento della tua vita in cui tutti che l’hanno attraversata vicino a te, si ritrovano.


Ma cosa penso mentre arrivano le cinque e dovrei scrivere. Senza un tavolo, in posizioni scomodissima. La mia generazione agli ultimi anni. Speriamo di fare tardi.
Scrivo davvero banalità, ma questa luce del mattino, quando il sole ci benedice, non la ricordo altrove. Nemmeno in Patagonia. Nemmeno nelle isole greche della mia fanciullezza. Forse questo azzurro esiste solo qui. Commuove gli occhi. È come se i colori, nel loro contrasto (l’azzurro, il bianco, il verde di una vegetazione rinata, la terra rossa) ritrovassero il loro posto nell’affresco più bello del mondo.
E poi ci sono le tre panettiere. Tre giovani donne in un piccolo locale a bordo strada. Un uomo che quasi dorme a un loro tavolino. Un’altra giovane donna con la figlia piccola si è fatta preparare un panino di sogno e sta per gustarselo con un sorriso felice. E io vedo i pasteis, gli sformatini alla ricotta, il pan y mantequilla y el cafè. Marianna sii comprensiva. Il viaggio a piedi fa svanire le regole e mette avanti a tutto l’istinto del piacere. Come il sesso.
Sofia dorme. La casa è inondata di sole. Daniela mi aiuta a scendere a ritroso le scale per le impossibili scale. Mi prende un piede e lo fa scendere sul gradino inferiore. Sono diciotto gradini come una parete verticale. I cani tacciono, guardo i libri di Sofia. Andiamo. Non c’è mai tempo.


Voglio la salita. Mi piacciono i miei passi sull’acciottolato del paese. Il tic-tac dei bastoncini. Il profumo degli eucalipti ancora umidi della pioggia del giorno prima. I paesi del Portogallo si svegliano tardi. Nessuno in giro. Un uomo, simile a un folle, cerca di trovare un posto dove far asciugare uno zerbino. L’Algarve vive nell’umidità. Voglio la salita, ammiro la bellezza umile di Aliejzur, inutile che prometta un ritorno. Penso che mi piacerebbe ripassare di qui e sorprendere chi sarà con me portandolo all’osteria dove non siamo stati. Ora so dov’è.
Saluto l’ostello che sa di avere un nome berbero. Amazigh, nome d’orgoglio.
C’è un canile, si invitano i passanti ad adottare un cane, passiamo davanti alle loro gabbie. I cani ti guardano come sanno fare loro.

La salita brusca del mattino mette di buon umore. In alto il tavolato piatta della campagna. Mi ricorda la pampa uruguayana. L’alambrado a segnare confini, orizzonti che non hanno fine. Non ci sono animali, dove sono le vacche? L’oceano ora è lontano, ma si intuisce il suo rombo. In lontananza. Qualche sughera superstite ricorda un’economia forestale del passato. La generosità di questo albero che dona la sua pelle agli uomini. Con una vernice bianca, gli alberi denudati sono segnati: 1 o 3 o 5. Mi piace toccare la pelle dell’albero.
Boschi scomposti di eucalipti, dignitosi pini.

Un campeggio e una sorprendete cupola geodetica. Un ‘dome’. Grande come un’astronave. Atterrata da chissà dove. Solo a notte, con una stupida ricerca su Google (che dipendenti che siamo diventati) mi rivela che qui ha trovato radici Nicolas che, nato su un’isola australe del sud dell’Argentina, si è messo a costruire queste cupole. Come case mobili, come scuole, come rifugi, come gioco, come futuro, come passato. Un piccolo cartello dice di non fotografare. Ma questa volta non rispetto la mia regola, rubo una foto, è bella la cupola, mi viene un’idea, spero nel perdono di Nicolas. Da dentro la cupola, si sentono voci di bambini.


Ridiscendiamo la sponda settentrionale della ribeira di Aljezur. In realtà, in linea d’aria, abbiamo fatto davvero pochi chilometri dal cammino di ieri. Monte Clerigo è a un passo, oltre il vallone del fiume. Una vecchia (devo stare attento a questa parola) è nel suo orto. Una donna esce di casa. Un cartello avverte: ‘Aviso, animais’. Gli animali, ci dice, sono i gatti (sembrano tigri nel cartello): rischiano di finire sotto le macchine.
Le case di Grocil arrivano in fretta. Paese di pianura. Questo sud portoghese è più abitato, i villaggi sono quasi grandi. Ci sono i bar, i vecchi al sole, qualche donna. A Grocil c’è una chiesa cubista, strade di case bassissime, per sfuggire la vento, una donna pulisce il marciapiede, si sta preparando la festa delle noccioline. Che qui si chiamano amendoin.
C’è il ‘Museo della Patata Dolce’. Che non è un museo, ma è un luogo sacro. Che arriva all’ora giusta. Un cameriera cicciotella e allegra ci offre insalata di pomodoro e patate dolci asadas. E perfino un dolcetto con queste patate, economia locale, assieme alle amendoin. Dovrei aspettare novembre per la festa delle patate.

Un cane ci corre incontro. Immobili. A dieci metri da noi, cambia strada. Un altro cane abbaia. Dodici chilometri a Odeicexe. Andiamo.
Incrociamo strade. Applausi ai pignoli segnatori del cammino. I loro segni sono piccoli, sempre ben visibile, si prendono cura di indicare che quel cammino non conduce dove vuoi andare. Hanno lavorato con pazienza.
‘Per me andrebbe bene finire qui’. C’è aria di stanchezza. Vescica sul dito.
Le fattorie qui non sono abbandonate, anzi sono numerose. Ben tenute, accerchiate da fiori, piante grasse, cactus e bucati ad asciugare. Legna tagliata. Le case non hanno riscaldamento. Se arriva il vento freddo dall’oceano si accendono le stufe e i camini.

Odeiceixe arriva lentamente, in questa piana i paesi non si impongono, si lasciano arrivare. Pochi camminanti. Una ‘urbanizzazione’ annuncia il paese. Ecco, viva i bar. Qui gli uomini siedono nella veranda delle osterie. Indossano la coppola portoghese. Ci seguono con lo sguardo. Alla fermata del bus, un uomo gioca con un piccolo cane dall’aria simpatica. C’è un grande mulino in una piazzola del paese. Si può visitare, ma siamo troppo stanchi. Odeicexe qui va in discesa, sembra di essere a San Francisco. Acciottolato, i colori portoghesi, un uomo con il casco da ciclista porta del vino a una donna straniera. La discesa sembra quasi arrotolarsi su stessa. È bella Odeiceixe. Nessuno in giro, almeno fino a quando non arriviamo in fondo, uno slargo della strada, alcuni bar, sono per i turisti, hanno l’aria da spritz. Su un panchina tre vecchi in silenzio. Chissà dov’è il nostro ‘booking’? Mi rendo conto di non saper usare ‘booking’, ero abituato ad arrivare in un paese e chiedere. Ora non si fa più così e io ho paura. Ecco, la paura…

Giriamo in tondo alla ricerca della SudOeste House. Google non vuole sapere di aiutarci. Improvvisamente alzando la testa vedo l’insegna che lo indica. Come si fa a entrare? Già, adesso gli uomini di ‘booking’ possono non esserci. Telefoniamo (come fa booking a darci il telefono? Mi negano il diritto a non aver un telefono?) e ci viene risposto con una mail (io non leggo le mail sul telefono). La porta è aperta, le chiavi sono in una ‘cassaforte’, una scatoletta con codice. Ci sono quattro camere in una corte piccolissima. La nostra è la camera quattro. Un letto, qualche gruccia, odore di ammoniaca, niente alle pareti, non pensano mai a un tavolo, una sedia, letto ‘francese’, cos’è un letto francese….insomma, ‘booking’ è popolato di assenze. La tecnologia rinuncia agli umani, alle chiacchiere, al perditempo, ad offrirti un caffè, a un saluto.
Siamo stanchi, eppure sono stati solo diciotto chilometri. Siamo vecchi, mi sarebbe piaciuto sedermi accanto a Guccini nel salone dei ‘500 a ricordare Staino. Non sapevo che aveva un nonno lucano. Di Stigliano. Pasquale mi manda una sua vignetta che gli aveva donato rimproverandolo di non avergli portato la soprassata dal paese dei suoi avi.
L’osteria, la ‘tasca’, è proprio davanti a casa. Buon posto, ripaga della nostra distrazione di ieri sera. Sopa di zucca e baccalà.
E una donna tedesca (non ha l’aria tedesca, capelli scuri, sorridente, occhiali, viaggia con il figlio quindicenne: ‘l’ultimo viaggio che facciamo assieme’) finalmente attacca una chiacchiera con Daniela. Io rimango in silenzio, mi dispiace, la donna vale la pena e si vede che ha voglia di scambio. Vengono da Amburgo, vacanza autunnali della Germania, stanno camminando. Zaino in spalla. ‘Punto d’onore averlo addosso’. Niente bagaglio trasportato. Mica come noi.
E viaggiare con una bisaccia (antico dono del Premio Chatwin, devo dirlo a Luciana) è più scomodo e storto di uno zaino.
Sì, Lorenza, la paura c’è. Ma anche le coperte calde. Fuori pioggia fine e persistente.




Significativo il tuo modo di scrivere, mi piace. Lo trovo affine.
Non scrivi banalità, Andrea. Mi verrebbe da dire che lo sai anche tu.
Posso credere che ciò che vedi ti commuova gli occhi.
Stupende le patate dolci asade. E la sopa di zucca e baccalà.
“Ciumbia!”, commenterebbero sul lago di Como.
Alla prossima