Andrea Semplici
In evidenzaItaliaRacconti di viaggio

Trieste – Matera. Italia, ‘Benvenuti nel confort’

La sveglia telefonica suona alle cinque e zerotre. Le lenzuola arancione del grande letto di Elena sono gentili. Le finestre della camera si affacciano sulla chioma dei tigli. Vento leggero. Quattro ore di sonno, ma le foglie rendono dolce perfino questo risveglio. Cerco di non pensare.

Bisogna fare in fretta.

La sveglia di Elena suona dieci minuti dopo. Ieri avevo dimenticato le medicine.

Sul comodino un libro di una scrittrice messicana che era nata con una macchia bianca al centro della pupilla. Una bambina difettata. Le prime pagine sono molto belle. Lo lascio lì, non saprò come va avanti. Non ricordo il titolo, non ricordo il nome della scrittrice. (Lo ritrovo giorni dopo, detesto Google e Ia che ti consentono queste piccole imprese: un tempo era più intrigante ‘cercare’, e la felicità più grande se trovavi. Lei è Guadalupe Nettel, Il corpo in cui sono nata. Leggetela…)

Niente caffè. Bevo la soluzione di calcio che avevo preparato ieri e poi non bevuta. Ora è solo schiuma. Le grandi scale di casa. Forse ho dimenticato ancora le medicine.

Elena mi accompagna in auto alla stazione. Binario otto. Fuori dalla linea dei binari. Trieste è una stazione nella quale bisogna arrivare e ripartire. Ho fatto il check-in, oggi va fatto anche per i treni fs, le piccole libertà negate, ogni gesto va programmato. Voglio prendere un altro treno, gli algoritmi non ti consentono il cambio di idea. Il capostazione è lontanissimo, lo raggiungo e spiego. Lui fa un cenno come a dire: salga. Treno delle cinque e quarantatré. Treno vuoto. Va a Udine. Ci sono tre ragazzi dall’aria araba, ma credo che siano dell’Est.

Il treno all’aeroporto di Trieste
Il treno per Udine

 

Faccio i conti con la mia paura. Sono certo che il treno è giusto, Elena mi ha guardato partire, si era accorta del mio piccolo panico. Il cuore batte su una spalla. Adesso temo di non capire quale sia la fermata. È dopo Monfalcone, poco meno di mezz’ora da Trieste. Funziona lo speaker e quindi avverte la mia pelle. Tengo a bada il tremore.

Sovrappasso dei binari, sono solo. In fondo un operaio cerca di rimettere a posto un pannello di controllo. Mi appare un incerto, guarda il labirinto dei fili. Due anziani (la mia età) mi sembrano perduti, lei ha uno strano cappelletto da marinaio, lui è massiccio, lei un scricciolo invecchiato. Non prendo i tapis-roulant. Scendere e salire le scale mobili con la mia gamba destra più che incerta mi spaventa. Perdo equilibrio leggermente, afferro più forte che posso il manico del trolley. Paura strisciante. Otto minuti per percorrere il sovrappasso.

Sovrappasso dei binari

 

Creativi

 

Penso alla difficoltà di sedermi per terra. L’ho fatto per ascoltare il racconto di Darcy a Padova. Temevo di non rialzarmi, devo ruotare a quattro zampe e poi darmi una spinta. La gamba funziona sempre meno bene. Un gradino più alto e devo trovare un punto di appoggio. Scendere alla scala mobile è un’apprensione. Sento l’equilibrio che se ne va. E sto leggendo un libro che ruota attorno a un orto e a una donna colpita dalla malattia che la immobilizza. Ogni giorno sento una maggior fragilità e debolezza.

Capita che qualcuno cerchi sempre di aiutarmi. Si vedono le mie difficoltà. A volta mi fanno passare avanti nelle code. Cerco di evitare un aiuto e mi ostino a non voler scavalcare nessuno.

Gli amici vogliono portarmi la valigia, comincio ad accettarlo.

È l’ultima volta che prendo un aereo? Non riesco a togliermi il pensiero di dosso. Quando è stata l’ultima volta che ho fatto l’amore? Il mio trolley e il mio zaino potranno salire a bordo? Lo zaino è fuori misura. Ho fatto il check-in? Dov’è sul telefono? Lo avevo messo in evidenza, ora non c’è più. Lo ritrovo con il cuore fuori controllo.

 

 

Controlli digitali di documenti d’identità e carta d’imbarco. Non c’è più alcun contatto umano. Quasi sono grato alla donna che oggi sorveglia lo scorrere dei bagagli. Sono ancora solo. ‘Se ha un computer…’. Occupo quattro vasche deposita-bagagli. ‘Si tolga la cintura’. Sono sempre solo. Un controllo distratto. Il ferro che ho nella gamba non suona. Mi rivesto con qualche difficoltà. C’è ‘Il Manifesto’ al grande negozio dove ti obbligano a passare. Bisogno di radicalità.

Niente caffè, niente focaccia. C’è la coda, i prezzi sono inaccettabili. Non ho voglia di affrontare la cassiera. Vado al mio gate. Il numero 9. L’attesa comincia a riempirsi. Salgo con prudenza poche scale. Il mio passo è incerto, fragile.

Supero con un batticuore anche l’hostess che non degna di uno sguardo né il mio documento, né il mio zaino. Nè si accorge che sono ‘fuori misura’. Le ‘loro’ misure.

Ryan Air

 

Aereo, posto 20D. Lo avevo scelto, dalla parte del corridoio per non sentirmi ingabbiato. Una volta sceglievo sempre il posto più vicino al finestrino.

Leggo: ‘Al giardino ancora non l’ho ancora detto’, di Pia Pera. Lettura inadatta alla mia anima. Lo trovo insopportabile. Nutre la mia impossibilità, nessuna via di fuga. Ma insisto a leggere, quando il dolore diventa fisico, interrompo. Per fortuna in mio soccorso arriva sempre il sonno.

La donna accanto a me chiede al marito se può fare un acquisto. In realtà questa è un’osservazione ingenerosa verso questa donna. Non chiede il permesso: comunica. Venti euro per un profumo Elisabeth Arden da 75 ml, se leggo bene l’etichetta. La donna non smette di leggere messaggi su facebook. Non dovrebbe essere sconnesso il telefono? Guardo le tre hostess. Il loro piccolo capo branco ha un’aria da ragazzo di periferia tirato a lucido, tutti hanno un’aria stropicciata. Da quanto sono svegli?

Atterraggio brusco, qualche lieve turbolenza. Non ricordo nessuno dei miei compagni di volo. La coppia anziana (di nuovo: lui massiccio e spaurito, lei consumata dagli anni, è quasi uno scheletro invecchiato) del sovrappasso è su questo aereo.

Appena atterrato movimento collettivo verso i cellulari. Tap tap frenetico. Io controllo se nello zaino c’è il mio Mac. Ho sempre paura di averlo abbandonato, mi riprometto, ancora una volta, di andare da un tecnico a farmi spiegare come affrontare le emergenze. Me lo avranno detto altre venti volte.

Leggo: ‘Non si resta identici fino alla fine’ e leggo dell’addio alla tv di Bernardini. Ho due anni più di lui.

Bari

 

Una ragazza delle informazioni dell’aeroporto è gentile e cerca di capire come posso raggiungere Matera. Alla domenica, fra Puglia e Lucania scendono paratie: non si viaggia, chiudono le Fal, le ferrovie ‘appulo lucane’. Nnel senso che chiudono persino la porta del bar sotto i suoi binari. Matera diventa irraggiungibile. Nessun treno. Bus-navetta alle 13.40 dall’aeroporto. Appena quattro ore di attesa. Treno per Bari e poi si rimane lì fino alle 13 di un bus (ops) delle stesse Fal (spiegatemi). Come dire: in una domenica senza bus, ne fanno partire due alla stessa ora, che arrivano assieme. Solo che quello Fal girella per i paesi della Puglia interna. Sono dei geni degli orari e degli incastri.

Kfc (anche qui, camerieri e cassieri sono un diversivo. Si parla con le macchine)

Sbaglio: vado a Bari. Per impazienza e stupidità. E così mi ritrovo alla stazione dove una buona tavola calda che faceva riso, patate e cozze è chiusa per sempre, al suo posto uno squallido bar di toast. Prezzi inenarrabili: al Fried Kentucky Chicken si sta sui dieci euro per un kebab. I panini sfiorano tutti i nove euro. Penso all’osteria di Opicina: gnocchi con il gulash, sei euro.

Vago per le strade attorno alla stazione. Alla fine mi spingo fino alla bruttezza di via Capruzzi, dietro la stazione. Un cartello inneggia alla bellezza. Di qui passano i bus. Caffè e pasticciotto in un bar che offre biglietti per Matera. Dimenticavo i prezzi: se prendi la navetta dall’aeroporto, tre euro e quaranta. Se prendi, treno per Bari più bus; undici euro, poi dovete spiegarmi i meccanismi di formazione dei prezzi.

I sottopassi

 

Il barista (il proprietario così a occhio) del primo bar è fuori di sé. Innervosito, stanco, afflitto da ipercinecità. Spolvera con stracci, mette in moto lavatrici, si muove con antipatia, intrattabile. ‘Che vuoi? Te lo do io’. Giornata storta.

Sempre la bellezza

Cammino fino al civico 236 (ho un foglietto dove la ragazza dell’aeroporto mi ha indicato dove devo andare) e c’è un altro bar. Un paio di uomini dormono in strada sotto i portici di via Capruzzi. Al secondo bar, il bancone è vuoto come un deserto desolato. Sopravvive una brioche di qualche giorno fa. Il proprietario è pallido e dall’aria malaticcia. Sta seduto a un tavolino sommerso di fogli. Si alza quando mi vede entrare. ‘Non le è rimasto molto’, dico. ‘Già’, risponde annoiato. ‘Posso sedermi ai suoi tavolini?’. ‘Normalmente le direi di no’. E si risiede. Mi mordo un labbro, soppeso il condizionale. Giro i tacchi e me ne vado. Un uomo con codino e l’aria da domenica perduta mi guarda con occhi indecifrabili, sta lasciando scaldare la sua birra. Mi incammino per una via laterale. Voi che avreste fatto….

Via Capruzzi è una frontiera disastrata. Terra oltre i binari, una periferia incuneata nel centro. Inferriate alle finestre.

Incappo in un bar-pasticceria con pretese di eleganze. Bancone pieno di paste, quattro camerieri con divise di ordinanza, stanno mangiandosi con gli occhi una donna strizzata dentro una maglietta bianca aderente. E non mi si filano. Chiedo: ‘Salato, niente?’. ‘Arriva’, risponde uno dei camerieri senza staccare gli occhi dalla donna. Arrivano piadine. A Bari, le piadine? ‘Va bene’. ‘C’è da aspettare’. Mi siedo, e tiro fuori Pia Pera, lettura davvero inadatta per il mio disagio, ma ho voglia di leggerla. Di sapere, una storia di cui già conosco la fine.

Ho solo un paio d’ore d’attesa.

E poi capita che nel momento di pagare allungo una banconota da dieci euro che ne nasconde una da cinque. E il barista se ne accorge e me la restituisce: Guardi’ e mi mostra le due monete. Possiamo avere fiducia, allora. Ci sorridiamo.

Vado alla fermata di fronte al 236. L’uomo con il codino è ancora lì. Anche la birra è ancora lì.

Alla fermata, un uomo quasi senza denti mi conferma: ‘Sì, qui il bus per Matera’ e un ragazzo nero altissimo con abiti sgargianti che deve andare a Gravina. Cerco di capire se ad Altamura può trovare un altro bus.

Poi arrivano i turisti dell’est. Tutti a Matera. Il bus arriva puntuale, scatta l’assalto, la mia gamba vacilla, rischio di scivolare mentre salgo gradini toppo alti per me, mi incarto per vidimare il biglietto, prego l’autista di farmi portare il trolley a bordo. Ad altri ha fatto scendere la valigia. Mi incastro in un doppio sedile, ma poi c’è una ragazza leggera, anche lei con trolley e sguardo di dolcezza, quasi adolescente. La invito a sedersi, ci diamo una mano a vicenda far salire i nostri trolley sul portapacchi altissimo. Arriva in soccorso il ragazzo nero. Ci scambiamo un gioco di mani.

La ragazza si siede accanto a me. Va a Matera, mi dice che lei è della provincia, chiedo e scopro che è di Pisticci. Magra, pancia scoperta con timidezza, peluzzi attorno all’ombelico. Un tatuaggio seminascosto nella parte interna dell’avambraccio. Una scritta, forse un nome, in corsivo, cerco di leggerlo, non ci riesco, ma ne sono, in qualche modo, commosso. Una traccia che vuole portarsi dietro tutta la vita. Poi rimaniamo in silenzio. Le indico lo schermo luminoso in testa al bus: pubblicità Fal, ‘Benvenuti nel confort’. E un red carpet conduce fino alla portiera del bus.

Alle 14 e 53 sbarchiamo (come è difficile scendere) davanti ai monumenti di Vittorio Basaglia. Temo che nessuno sappia qualcosa di questo monumento che si allunga davanti alla fermata del bus. Almeno lo vedono.

Guarda la ragazza di Pisticci salire su una macchina nera.

I turisti a Matera sono gli stessi di Trieste. Mi hanno seguito?

Mi incammino. Rita ha preparato la rete per un atterraggio morbido: aringhe marinate con cipolla e pasta al forno. E un divano rosso dove lasciare fare al mio sonno senza presente.

Dieci ore. Senza un’avventura.

 

 

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