Guardare i film/I colori de ‘La stanza accanto’
Arrivo in ritardo. Sette minuti. Ho perso l’inizio. Era l’ultima possibilità che avevo di afferrare ‘La stanza accanto’, l’ultimo film di Pedro Almodóvar. Scopro che il regista ha settantacinque anni e questo è il suo primo film, dopo altri ventidue, girato in inglese (è così importante? A quanto pare sì: tutti lo scrivono e Pedro dice che è stato come rinascere). Certo, se potessi ri/cominciare e se avessi incontrato Pedro a sedici anni, avrei detto: cinema, cinema, cinema…e sì che ho avuto anche uno zio proprietario di due cinema a Firenze. Uno era estivo, l’altro stava quasi in centro a Firenze: entravo gratis e diventavo rosso quando la maschera mi gridava dietro: ‘Dove vai?’. E io balbettavo: ‘Sono il nipote di…’ e mai mi veniva fuori il nome di mio zio. Credevo che l’accesso mi fosse dovuto.
Sette minuti. Non vedrò il primo incontro di Ingrid, affermata scrittrice, con Martha, reporter di guerra. Leggo che Ingrid, durante la presentazione a New York, del suo ultimo libro viene a sapere che Martha, amica di un tempo lontano, è gravemente malata. Un cancro alla cervice la sta devastando. Non ha speranze. Fallite la chemio e le terapie sperimentali. Leggo che Ingrid dice: ‘Per me la morte è innaturale’. Le due amiche hanno avuto, in passato, un amante in comune (bella la parola spagnola: compartido). Forse è per questo che Ingrid ha lasciato gli Stati Uniti, pur rimanendo legato a quell’amore. L’amicizia non era scomparsa, era brace sotto la cenere, subito rinasce con forza. ‘The room next door’ è davvero la storia di un’amicizia e di una comunione, una storia ‘sovversiva’. Sono d’accordo con Ernesto Diezmartinez che lo ha scritto in una rivista messicana.
Questa non è una recensione, sarebbe stolto. A volte i film, i libri, le foto ti rimangono dentro e non svaniscono, nemmeno per me così distratto e superficiale, continuando a mordicchiare come un tarlo. Martha vuole, giustamente, precedere il cancro, vuole essere più veloce di una morte atroce. D’altra parte, questo ha fatto nella vita andando a lavorare in mezzo agli orrori della Bosnia o della Siria. ‘Il cancro non mi raggiungerà, se io arrivo prima’. Io non so come procurarmi una ‘pastiglia’ (di cosa?) nel dark-web, nemmeno so come si raggiunga (mi aiutate?). Però sì, vorrei poter decidere (cosa rara per me) come morire e non lasciar fare alla malattia.
Martha ha deciso, come durante i tempi delle guerre che ha vissuto. Chiede alle amiche se sono disponibili ad accompagnarla alla morte. Loro rifiutano. Ingrid esita, ma non si tira indietro. Martha è meticolosa e distratta. Ha affittato, a caro prezzo, una villa surreale, geometrica e magnifica (e colma di luce) nei boschi attorno a New York, a Woodstock (non credo che Pedro abbia scelto questa geografia per caso, decisione ancora più evidente perché, leggo, la casa in realtà è in Spagna). Su una parte c’è un quadro di Hopper (‘È un falso’). Deve essere la fine dell’estate, gli alberi sentono la metamorfosi nell’aria. La bellezza è struggente. Martha chiede all’amica ritrovata di dormire nella ‘stanza accanto’. Troppo piccola, Ingrid sceglie una camera al piano di sotto. C’è una scala da salire. Martha lascerà la porta della sua stanza aperta, quando una mattina Ingrid la troverà chiusa vorrà dire che Ingrid ha inghiottito la pillola mortale. Già, dov’è quella pastiglia? Sono arrivate alla nuova casa e Martha scopre che non ce l’ha con sé. Ha dimenticato dove l’ha nascosta: bisogna tornare in fretta e furia in città, a casa della giornalista. Ed Ingrid, dopo momenti di panico, a trovare la busta dove Martha aveva nascosto la pillola velenosa. E aveva scritto sopra: ‘Goodbye’. Le due donne tornano a Woodstock e giorno dopo giorno, dopo le tensioni iniziali, l’amicizia si rafforza. Diventa complicità. Dolore, allegria, confidenza, sorellanza, amore.
Scrivo dopo molti giorni, dopo altri film, dopo distrazioni, eppure Martha e Ingrid riemergono di continuo.
La vita sessuale delle due donne è stata intensa, ‘promiscua’, entrambe ricordano il loro amante comune, Ingrid lo incontra ancora e gli racconta cosa sta accadendo. E lui intuisce che ci sarà bisogno di un buon avvocato per evitare guai penali per non aver evitato un suicidio. Un poliziotto fanatico cercherà di accusare Ingrid. Torniamo al sesso: ‘È un antidoto gioioso alla guerra’, come è vero, sicuramente è il migliore toccasana. Mi ricorda l’amante guerrigliero di Gioconda Belli che, ma lei lo saprà solo dopo la sua morte, moltiplicava le sue donne. ‘Negli anni della guerra, il futuro non esiste…si desiderava solo ingozzarsi, bere a tutte le coppe’. Martha ha vissuto, come Gioconda, ‘di spari, paura, sesso, amori, disperazioni, dolori, grandi gioie di un’ora’.
Ad Aleppo, Martha non appare nemmeno troppo sorpresa dalla confessione del suo cameraman che le rivela di aver amato il prete che sono appena passati a trovare fra le rovine di un massacro. Era il loro modo per sopravvivere, per vivere.
Vi è la storia di Michelle, la figlia di Martha. Nata dall’amore giovanile e stranito di una sola sera con Fred, fantasma tornato dalla guerra del Viet-Nam, e poi sparito dalla sua vita. Martha ha saputo della morte di Fred nell’incendio di una casa abbandonato dove lui era certo di aver sentito delle grida. Non c’era nessuno in quella casa. Una morte sprecata. Michelle ha voluto conoscere la vedova di suo padre. Voleva farle male.
Durante le settimane nella villa, Ingrid incontra, nel paese vicino, il suo lontano amante, si danno appuntamento, all’insaputa di Martha, in un bar. Lui è un uomo pratico, malinconico, le ha trovato l’avvocato (una donna) e le rivela tutto il suo pessimismo sulla sorte del mondo, non vede un futuro, la Terra verrà devastata dal riscaldamento climatico, del neoliberismo, dalla cupidigia degli uomini. Ingrid si ribella, oppone una speranza, un desiderio. Almeno così mi è parso. E così credo che sia il film. Pedro avrebbe potuto fare un film drammatico, emotivo. Due amiche sono andate a vederlo assieme e ne sono uscite con due sensazioni diverse: ‘L’ho trovato algido, freddo, distante’, mi ha raccontato una di loro. ‘No, è un bel film – mi ha detto l’altra -, senza trucchi, non vuole fare piangere’, vuole esplorare i confini fra la vita e la morte. Pedro ha colorato ‘la stanza accanto’, ha cancellato i bianchi e i neri, resa impalpabile la tristezza, ha lasciato libero un arcobaleno. A leggere la recensione del critico messicano Diezmartinéz, Pedro ha composto una tavolozza: il rosso di un camicetta e di una borsa, il rossetto vivace sulle labbra sottili della giornalista; il verde intenso della sdraio sulla quale si stenderà Martha in attesa della morte imminente; il giallo sfavillante dell’abito con il quale si veste per il suo ultimo momento. E c’è la bellezza della villa, la sua luminosità, il silenzio generoso della natura. Malinconia e allegria si intrecciano l’una all’altra. Ancora una volta mi ricordo di Gioconda Belli: ‘Ho pianto molto, ho riso molto’.
Alla fine c’è anche una riconciliazione (tardiva? No, non lo credo): Michelle, la figlia di Martha, arriva dopo la morte della madre – bellissima e immaginifica la doppia interpretazione di Tilda Swinton, madre e figlia nello stesso film – e chiede a Ingrid di passare la notte nella loro irreale casa.
Martha se ne va ricordando le ultime parole scritte da James Joyce in ‘Gente di Dublino’: cade la neve sopra l’Irlanda, cade ‘lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti’.
‘La sua anima si dissolse lentamente nel sonno’.
Ha ancora una volta ha ragione il critico messicano: Pedro ha realizzato un film rivoluzionario e davvero sovversivo, la decisione di Martha di essere padrona della sua morte e la solidarietà ostinata di Ingrid indicano la direzione di un futuro possibile e reale.
Esco con lentezza dal cinema-lamione.


