Andrea Semplici
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Hasta Siempre, Maurizio

  Dov’ero? E perché non ho saputo? Non avevo comprato il giornale in quei giorni? E quando dico ‘giornale’ dico ‘Il Manifesto’.

Non avrei mai creduto che Maurizio potesse morire. Nel poco tempo che ho passato in redazione, mi appariva immortale come una quercia.

E invece Gianni, ieri sera, mi manda un suo personale ricordo di Maurizio e io rimango con un dolore in gola. E con improvvisi ricordi. Bei ricordi. Davvero è tempo di fare i conti assieme alla mia generazione: gli amici, i compagni, i fratelli e le sorelle, gli amori se ne stanno andando. Uno per volta. Troppo velocemente. Senza chiederci permesso. Se solo penso a chi, de Il Manifesto, ci ha lasciato… E allora, per il tempo che impiego a scrivere questo post (oggi si fa così), Maurizio mi riempie la testa, il cuore, la nostalgia, la gratitudine. Saranno almeno trent’anni, probabilmente di più, che non ci sentiamo, che non ci sfioriamo, ma avverto una inspiegabile ‘vicinanza’. O, forse, è spiegabilissima.

Maurizio ci provò per davvero a portarmi a Roma per lavorare a ‘Il Manifesto’. Me lo chiese esplicitamente, in un autunno. Avevo passato un’estate nella redazione, il mio primo giornale vero e, devo credere, dovevo essergli ‘piaciuto’. Maurizio non era di molte parole, ‘burbero’, lo dice anche Kelly, la sua compagna colombiana, che un giorno vidi venire in redazione per ricevere con emozione una telefonata da lui, che, in quel momento, era in Africa.

Maurizio aveva un carattere tosto e generoso. Non sapevo che fu uno dei pochissimi giornalisti de Il Manifesto con tanto di tessera professionale: aveva lasciato ‘Il Resto del Carlino’, giornale bolognese, ed aveva accettato una proposta di Luciana Castellina. Ebbe una sua incoscienza nel lasciare un posto di lavoro sicuro per andare in un giornale comunista, fragile e coraggioso come una barchetta di carta. Amava il Latinoamerica, ci ha vissuto: Maurizio divenne il capo degli ‘esteri’. Una stanzetta piena di fumo, con l’odore forte (e da me amato) del suo Toscano.

Andò così che la mia storia si incrociò con Il Manifesto:  credo che, tranne miracoli, sia una storia irripetibile. Con Guido, compagno di una rivista che si chiamava AltroMondo, eravamo andati in Eritrea, paese allora in guerra, credo che fosse il 1985. Viaggio clandestino. Alla fine, alla vigilia del nostro rientro in Italia, rimanemmo impigliati in un colpo di stato in Sudan. Gli unici due giornalisti occidentali in quel paese. E allora i giornali, a volte, erano attenti a quanto accadeva anche in un mondo ai margini. Dopo un brevissimo arresto (due bianchi, ai confini fra Sudan ed Eritrea si notano e ci misero un secondo ad accorgersi di noi: eravamo perfino senza passaporti, rimasti nelle mani degli eritrei), ci rilasciarono e riuscimmo a raggiungere Khartoum, la capitale. Scrissi un articolo, cercai di mandarlo, via radio, alla La Nazione, il giornale della mia città. Niente da fare, non lo pubblicarono.

Dopo qualche giorno riaprirono l’aeroporto e potemmo rientrare in Italia. Da Fiumicino telefonai (telefono a gettoni) alla redazione de ‘Il Manifesto’. Troppo presto per trovarci qualcuno, ma chi rispose al telefono mi disse: ‘Vieni qui’. E andai. Trovai Maurizio e Guido. Ero uno sconosciuto. Mi accolsero, senza chiedermi niente. Gli passai due pagine dattiloscritte (avevo trovato una macchina da scrivere all’hotel Acropole a Khartoum), Maurizio si mise a leggere. Poi passò il foglio a Guido. I due, dal carattere così diverso, si scambiarono una intesa muta. ‘Aggiornalo un po’, disse Maurizio. E mi fece sedere davanti a una monumentale macchina da scrivere. Erano passati alcuni giorni dal colpo di stato, il mio racconto era invecchiato. Cercai di riscriverlo un po’. Maurizio lo riprese in mano, lo lesse Guido, e cominciarono a smontare una pagina e a reimpaginarla. Misero perfino un richiamo in prima pagina.

Cominciò così il mio ingresso nel mondo dei giornali. Lo devo a Maurizio e a Guido. Era un mio orgoglio: sentivo di far parte, anche se seduto su strapuntino da imbucato, di un formidabile gruppo di giornalisti capaci, in quegli anni del ‘900, di raccontare il mondo ‘dalla parte del torto’.

Due mesi dopo, mi chiama Maurizio (oggi mi chiedo, come fece a trovarmi, non c’erano i cellulari, in casa non c’ero mai) e mi propone di venire in estate a Roma a fare una ‘sostituzione’ di chi andava in vacanza.

E di quei due mesi (o era solo un mese?) ho un ricordo da mitologia della mia gioventù. Maurizio non lo ha mai saputo, ma, senza dire una parola, mi insegnò un mestiere, compresi la sua passione, e imparai dai suoi silenzi. Mi apparve un compagno generoso, alla faccia della sua fama di ‘scontroso’.

Nei mesi successivi accettò altri articoli: dall’Eritrea, dall’inevitabile Sahara Occidentale, dal Burkina-Faso, dalla Grecia. Ma io, come lui, sentivo il mio cuore battere per il Latinoamerica.

Mesi dopo, doveva essere ottobre, mi chiamò di nuovo: ‘Vieni a Roma?’. A lavorare, al giornale. Fiato sospeso, emozione, volevo dire di sì. E io fui così stolto da spaventarmi. Avevo un contratto con una casa editrice, per scrivere, per molti soldi – così mi sembrava allora, una guida alla Toscana a piedi: mi avrebbe impegnato per più di un anno. Risposi, con pavidità e timori, che non sarei andato. Che stolto, penso oggi. Interpretai il silenzio di Maurizio come una sua personale delusione. Mi sono pentito mille volte di quella decisione.

Quella redazione esteri mi è rimasta nel cuore. Maurizio mi rimase nel cuore. Anche se da allora ci sentivamo brevemente solo quando avevo qualche articolo da proporre.

E solo oggi, quasi due mesi dopo la sua morte, vengo a sapere che non c’è più.

 

 

 

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