Andrea Semplici
In evidenzamusica

C’è stato un concerto a Colonia

 

Voglio conoscere Vera Brandes. Anzi: avrei voluto conoscerla mezzo secolo fa. In una notte di pioggia. In un inverno tedesco, era il 24 gennaio 1975. Cinquanta anni fa. Una ragazza di 19 anni, bagnata e disperata, implorava un giovane uomo dalla capigliatura crespa seduto in macchina con l’aria cupa. Keith aveva deciso che, quella sera, non avrebbe suonato. Non aveva il pianoforte che aveva richiesto, quello che erano riusciti a trascinare sul palco era malridotto, aveva un suono metallico, i pedali non erano registrati. Keith ricorda che il suo suono ‘sembrava una pessima imitazione di un clavicembalo’. E lui era stanco e arrabbiato: non aveva dormito per due notti, il mal di schiena lo stava tormentando e aveva viaggiato tutto il giorno da Losanna a Colonia su una R4 assieme a sua moglie, suo figlio e il manager. Non so perché non avesse preso l’aereo che Vera gli aveva prenotato. Keith non aveva un buon carattere.

La leggenda dice che aveva cominciato a suonare il piano a tre anni, a nove fece il suo primo concerto suonando Bach. A 19 suona al Village Vanguard di New York: ci sono quindici persone ad ascoltarlo. A 29 anni era già un pianista celebre e venerato: la musica classica lo aveva portato al jazz. Amava Bach, Mozart, Schubert. Suona in maniera unica. Era straordinario. In quell’inverno stava viaggiando da quasi quattro mesi fra Stati Uniti ed Europa, una tournée di ventiquattro concerti. Da pianista solista. Aveva lasciato il gruppo di Miles Davis. Non so come Vera fosse riuscito ad averlo a Colonia. Ed ora il concerto non ci sarebbe stato.

Vera supplicò Keith. Dovette essere convincente e capace di toccare una corda interna, riuscì in quello che a quasi nessuno riuscirà: Keith cambiò idea, Guardò quella ragazzina: ‘Non dimenticarlo mai, lo faccio solo per te’. Sotto la pioggia, uscì dalla macchina e rientrò nel teatro dell’Opera di Colonia. La sala era gremita, mancavano pochi minuti alla mezzanotte. Keith non aveva uno spartito, non aveva fatto alcuna prova. Con una faccia da cielo nero, si siede, tocca i tasti, comincia suonare quel pianoforte maledetto. Improvvisa. È arrabbiato. Vuole vincere sulla malasorte che quel giorno lo ha perseguitato. Io sono certo che scattò qualcosa. Una sfida. Improvvisa. Ha sempre improvvisato. Mugola, si contorce, si alza, si accartoccia, canta in falsetto. Per dodici minuti suona solo due accordi ed è una meraviglia. Il pubblico dimentica che lo ha atteso per ore. Nella registrazione ci sono mille imperfezioni. Quel concerto, il Köln Concert di Keith Jarret, fu imperfetto ed entrò nella storia. Mille e quattrocento spettatori paganti capirono subito che stavamo assistendo a una magia.

Keith mi fece entrare nel mondo del jazz dalla porta principale. La registrazione di quel concerto ha accompagnato i miei amori. Quella notte di Colonia era destinata a entrare nella vita di milioni di persone. Köln Concert è il disco più venduto della storia del jazz. Ho perso di vista Vera. Nessuno la vide più quella sera. So che ha continuato, con successo, a produrre dischi e organizzare concerti. Mi piacerebbe sapere cosa disse a Keith per convincerlo a suonare quella notte.

Vedrò il film che uscirà a giorni.

A maggio Keith compirà ottanta anni. Nel 2018 è stato colpito da due ictus. Non può più usare la mano sinistra, non può più suonare. Il suo ultimo concerto fu alla Carnegie Hall, nel 2017.

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