Emilia Pérez, una tragedia greca
Alcuni film mi e ti si attaccano addosso. Rimangono nella mente, nella pelle. Non svaniscono. Altri scompaiono appena usciti dalla sala. A me capita spesso con film divisivi. Come Parthenope. E ora come Emilia Pérez. Una cara amica messicana mi scrive che non andrà mai a vederlo.
Cerco di non leggere niente sul film che voglio andare a vedere. A Matera ho ritrovato il piacere di andare al cinema. Strano, no? Ci sono solo due sale cinematografiche (non considero il Red Carpet, appartengo a una generazione vecchia), sono facili da raggiungere a piedi, comodi, c’è sempre un buon posto dove sedersi. Negli ultimi mesi ho visto più spettatori, buon segno.
Niente sapevo di Emilia Pérez, se non che aveva avuto premi a Cannes e aveva trionfato nei Golden Globes. Che raccontava una storia messicana. Che ha ricevuto mille nominations agli Oscar (dopo ho letto che mai nessun film ha ricevuto così tante designazioni). Non conoscevo nemmeno la storia del film. Evito per quanto mi è possibile gli spoiler .(ma questo quasi lo è, quindi se non volete fermatevi qui). Non sono un cinefilo, solo uno spettatore a cui va di andare al cinema: quindi il nome del regista (Jacques Audiard, 72 anni) e degli attori (Zoe, Selena e Karla) non mi dicono niente. Come sempre: questo film avrei voluto farlo io. Come tutti i film.
E allora, ecco: ho visto i mariachi aprire il film. Una conferma scontata che il film è ambientato in Messico. Già questa scelta ha fatto sobbalzare i critici. Una banalità, insomma. Non per me, mi piacciono i mariachi. E poi la mia bocca si è fermata, dalla prima scena in poi, in un grido muto di sorpresa. Già. Emilia Pérez è un film che stordisce, ti sorprende, ti lascia senza fiato, è cinema allo stato puro. Così immagino che sia un’opera lirica (ne ho visto solo una in vita mia, che stolto). Così è una tragedia greca. Eccessiva, improbabile, capace di trasformare ogni stereotipo in un dramma, in un’allegria, in un pianto, in qualcosa che ti sconvolge la vita. Leggo che davvero Audiard voleva farne un’opera e che c’è anche un libretto. Che l’idea gli è venuta imbattendosi, in un romanzo, Ecoute, di uno scrittore francese, Boris Razon (è tutto improbabile in questo film), nel personaggio di un narcotrafficante che vuole cambiare sesso. Un macho, violento e assassino, che ha sempre voluto, fin da bambino, essere donna. Audiard si stupì che Razon non avesse approfondito questa storia. Che rimane lì, un frammento del suo libro. Deve aver pensato: la racconto io allora la storia di Manitas Del Monte, feroce boss alla testa di un cartello vincente di narcos messicani. E non so come gli venga in mente di girarlo in spagnolo, lingua che Audiard non conosce, ma poi leggo che lo ha già fatto, facendo recitare gli attori in arabo o in lingua tamil.
Beh, quest’ultima cosa non è importante: io ho visto il film doppiato, ma adesso vorrei rivederlo in lingua originale. L’attrice Selena Gomez è stata duramente criticata per il suo spagnolo non-messicano: eppure almeno lei ha padre nato in Messico.
Mi accorgo che quando scrivo di film mi vengono in mente ‘dettagli’ o frasi che sono volate nel buio della sala. Ma qualcosa devo dirvi, anche se penso che tutti voi, tranne la mia amica messicana, abbiate visto il film.
Inutile dire una cosa che già sapete, ma che io ignoravo mentre aprivo la tenda rossa che nasconde la platea del cinema. Emilia Pérez è un musical. E io non ho mai amato i musical. Mi sono sempre sembrati ‘stupidi’. Ma questo non è un musical: le scene, i colloqui, gli episodi diventano canzone, balletto, coreografia. È tutto naturale, come se fosse normale un dialogo cantato con un medico o un balletto mentre ci si prepara a una guerra fra bande. E la canzone, il balletto esaltano, trasformano le parole, le fanno volare, le scene diventano un vortice. Splendida la danza di Rita al banchetto di beneficienza per raccogliere fondi per l’associazione fondata da Emilia. Ipnotico il balletto dei killer mentre si preparano alla battaglia.
Ecco la storia: una giovane avvocata meticcia, Rita Mora Castro, non ha molti scrupoli, fa assolvere il suo cliente ben sapendo che è colpevole di omicidio. Certo, non ne va fiera, ma lo fa. Manitas, il boss, la nota, la studia e decide di rapirla per farle una proposta. Mettendo subito in chiaro che ‘ascoltare è accettare’. Manitas è brutto come la fame, violento, feroce, eppure ha il suo fascino: barba mal curata, denti marci, pelle purulenta, barba da capra. E ha fatto una cura ormonale. Il narcotrafficante vuole diventare donna, sta cercando un chirurgo e qualcuno che organizzi ogni dettaglio di una nuova vita. Questa è la proposta che fa a Rita. Le offre una fortuna smisurata. Rita ha ascoltato. Sa di non avere via d’uscita.
E Rita è brava: a Tel Aviv trova un chirurgo disponibile che, dopo un’esitazione, accetta di operare Manitas. L’intervento riesce. Il boss diventa Emilia. Una donna con grandi tette, di una bellezza prosperosa e ambigua. E l’attrice è Karla Sofia Gascón, trasgender nella vita, donna molto bella. Era sempre lei nei panni di Manitas. Non è finito il compito di Rita: deve mettere al sicuro la moglie del boss (già, c’era anche una moglie bionda e due figli), inscenare la morte di Manitas, custodire il segreto. E, intanto, passano quattro anni.
A Londra, a un elegante banchetto Emilia riappare a fianco di Rita. Non per caso. Attimo di stupore dell’avvocata: ‘Sei tu?’. ‘Bingo’. Vorrei risentire mille volte Emilia/Manitas che dice Bingo. La doppiatrice italiana è Vladimir Luxuria!
Emilia ha un altro incarico per l’avvocata: far rientrare in Messico la sua famiglia di quando era uomo. Lei si fingerà una lontana cugina, ma potrà stare a fianco dei bambini. Emilia è un’altra persona: lei conosce i crimini che ha commesso quando era Manitas e ora vuole aiutare le sue vittime. Lui sa dove sono i corpi degli uomini e delle donne che ha ucciso, può almeno ritrovare le ossa delle migliaia (114mila in quindici anni) desaparecidos del paese. Tutto improbabile. Siamo a metà del film.
Finisce qui lo spoiler. Il film dura 122 minuti. Ti ha già portato in un altro universo. Ci vuole tempo.
Si rimprovera a Emilia Pérez di essere ambientato in Messico, ma di essere stato girato a Parigi, quasi tutto in teatro. Come se il Messico fosse stato solo uno specchietto per le allodole. Raccontano che la troupe è stata solo cinque giorni a Ciudad de Mexico: le immagini della megalopoli dall’alto? Oh sì, la riconosco, quanti anni sono passati? Temo di non rivederla, capita a questa età. Avrei il coraggio di tornarci? Alcuni amici di quei tempi così lontani non ci sono più. Siamo tutti vecchi. Ci scambiamo ancora messaggi.
Altro rimprovero: nel cast c’è un’unica attrice messicana, Adriana Paz, amante lesbica di Emilia, nell’intrico di storie impossibili del film. Critiche più cattive: ‘è un film superficiale’, tratta con troppa leggerezza la tragedia degli scomparsi in Messico e ha una visione ‘retrograda’ dei transgender.
Io credo che si dimentichi che Emilia Pérez è davvero un’opera lirica. Irreale e profonda come un’opera lirica. Falsa e reale come un’opera lirica.
Francesco Girardi, critico cinematografico, stronca il film su ‘Rivista Studio’. Scrive: ‘il peccato mortale’ è la promessa mancata di ‘una stranezza e di una grandezza che non viene mai mantenuta ma sempre annunciata’. Al contrario, Paolo Mereghetti, sul Corriere della Sera, è ‘rapito’ dal film: ‘La prima reazione è di sorpresa. Per la storia e per come è raccontata’. Vero, verissimo.
Mi girano per la testa alcuni frammenti. Dettagli. Di quelli che ti rimangono sulla pelle fissati con un pezzo di scotch. Fino a quando non ti lavi, stanno lì. In una scena, c’è il piccolo figlio del boss nelle braccia di sua ‘cugina’ (che in realtà è il padre diventato donna) che sussurra: ‘Hai l’odore di mio papà’.
C’è la telefonata di Selena Gomez/Jessica Del Monte al suo amante non appena è rientrata in Messico: ‘La mia fica si spacca al tuo pensiero’. Trovo una traduzione in inglese: ‘My pussy hurts when I think you’. Ma non è lo spagnolo la lingua originaria del film? La frase è come un colpo di pistola. Ti guardi attorno per capire da dove è partito lo sparo. Pensiero supernascosto: come vorrei che una donna mi dicesse parole simili. Una volta è accaduto. Me lo sono immaginato?
La voce italiana di Manita/Emilia: già scritto, ma devo ripeterlo, è affascinante Vladimir Luxuria.
Il colloquio sussurrato/cantato sottovoce/ritmato fra il chirurgo di Tel Aviv e l’avvocata per decidere sull’intervento per cambiare sesso.
Manita/Emilia di schiena, ancora in ospedale, quando per la prima volta si mette il reggiseno. Il suo sussurro, le sue prove a chiamarsi con il nuovo nome, le immense tette che si intuiscono nel controluce.
I cori trascinanti. Che ti afferrano per una mano, ti fanno alzare dalla sedia e ti portano al centro della pista da ballo. Non so ballare, a sedici anni mi dissero che sembravo un granchio, e allora non ci provai più. Ancora una volta: che stolto.
All’uscita dal cinema avverti che qualcosa è cambiato. Durerà il tempo del ritorno a casa, ma al cinema questo si chiede: che ti sorprenda, ti seduca, scuota la tua anima.


