Andrea Semplici
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Cammino minerario di Santa Barbara/Nebida-Masua, Otto figli e diciotto gatti

Cucù

Strana giornata. Questo cammino si attorciglia per raggiungere gallerie, miniere, laverie, edifici industriali, villaggi in rovina. Sentieri dei minatori. La vita à così: l’andare per fatica, si trasforma in un camminare per ‘vacanza’. Come a dire: loro non sceglievano, noi sì.

Per andare in direzione di Masua andiamo in senso contrario. Per camminare sullo splendido Belvedere di Nebida, l’osteria ‘906 operaio’ è ancora chiusa, è il più bell’affaccio sul mare aperto. ‘Apriamo domani, massimo dopo domani’, ci rassicurano.

Nessuno qui ha dimenticato la primavera del 1906, una lapide sulla strada ricorda Efisio Ariu e Carlo Lecca, due minatori: il 21 di maggio vennero uccisi dai carabinieri mentre era in corso lo sciopero dell’intero Iglesiente. La vita dei minatori era intollerabile, una condanna all’ergastolo. Le proteste divamparono, le grandi proprietà, in maggioranza straniere, poterono contare sulla repressione dello Stato italiano. Efisio e Carlo ne furono vittime.

La laveria Lamarmora

Non riesco a scendere fino alla laveria Lamarmora. Soffro troppo per le vertigini. I sentieri dei minatori sfiorano per pochi metri il vuoto e io preferisco una retromarcia. Rimango solo, scendo dalla parte opposto. La laveria è un monumento di grande bellezza. Le pietre di dolomia con le quali è stata costruita giocano con il blu perfetto di un mare tranquillo. Gli occhi dei minatori avevano tempo e attenzione per la bellezza. Ci dicono che non potevano nemmeno parlare fra di loro. Qui venivano portati minerali grezzi provenienti dalle diverse miniere della zona. Era l’ultima cernita prima che il minerale venisse caricato sulle ‘bilancelle’, piccole imbarcazioni a vela latina che trasportavano il piombo e lo zinco a Carloforte per essere imbarcato sulle navi mercantili in attesa.

La laveria è rimasta in funzione fino agli ’30 del secolo scorso. Guardo le sue architetture dall’alto.

Tempo di panini. Erika, piccolo supermercato di Nebida, offre sacchetti da cinque e sette euro, con panino, yogurt, un frutto, acqua. ‘Non si può modificare il contenuto del sacchetto’, avvertono.

Andiamo. Via Santa Argiola come partenza: leggo che dovrebbe condurre a un’aia, a uno spiazzo dove avveniva la trebbiatura. Ci vuole un incontro quotidiano come buon auspicio. I gatti ci conducono da Settima. Piccola, capelli scuri, vestita con un grembiule. 84 anni, suo padre aveva dodici fratelli, lei ha ‘fatto’ otto figli che, a loro volta, hanno sette nipoti. E diciotto gatti (più quattro nati stanotte) l’accerchiano e lei non ne lascia nessuno a baffi asciutti. Chissà se la sorella, nata dopo di lei, si chiama Ottava? La sua è l’ultima casa prima della macchia mediterranea.

I sentieri si aprono un varco nella distesa di cisto fiorito. Si scende fino al fondovalle. Le ‘valli’ sono qui vogliono essere canyon. Le rocce sfidano le piante. La giornata è magnifica. Il cisto dai fiori bianchi e viola vuole trattenerci  e cerca di richiudersi prima del nostro passaggio. I cammini dei minatori sono sali e scendi continui. Risaliamo anche noi. Verso alcuni pini. Ci raggiunge un gruppo di trentini guidati da due ragazze sarde. Hanno il passo della montagna, lasciamo passare. Ho già incontrato Loredana e la sua amica, le due guide.

Risaliamo fino a incrociare una strada sterrata: via Fortuna, dicono le carte. Dai, fermiamoci, ora del panino. Paesaggi superbi, in mezzo al mare un gigantesco gabbiano di pietra sta aprendo le sue ali. È lo scoglione conosciuto come Pan di Zucchero. Non riesco a scoprire le ragioni del nome. Ho pensato a un emigrato in Brasile tornato alla sua isola dopo molti anni con addosso una nostalgia di Rio de Janeiro. Mi spiegano, invece, che ricorda il sacco con il quale si trasportava lo zucchero fino ai villaggi minerari. Più che un gabbiano, mi appare come una colomba al decollo.

Aggiriamo una collina di pietra e cisto, raggiungiamo una strada asfaltata, il mare scintilla, non so cosa sia Masua. Villaggio invisibile dall’alto di questo cammino. Leggo che nel 2001 qui vivevano trentasei persone. Un tempo era affollato di minatori. Scendiamo fino alla spiaggia. Ritroviamo i trentini, alcuni si tuffano. Noi saliamo verso Porto Flavia. Che non è un porto e nemmeno una miniera, ma è un’ardita galleria progettata da un ingegnere veneziano, Cesare Vecellio, tecnico a suo modo geniale di una società mineraria belga. La galleria attraversa la montagna, era percorsa da una ferrovia dove venivano spinti i carrelli con lo zinco e l’argento. Era diretta verso il vuoto, voleva trapassare la falesia e affacciarsi sul mare. Le navi minerarie potevano gettare l’ancora sotto l’apertura della galleria e una sorta di passaggio meccanico conduceva il minerale sopra i boccaporti delle stive. Porto Flavia sfida le leggi della fantasia di ogni ingegnere: la montagna a picco sul mare venne trapassata da un doppia galleria: nella superiore vi era la ferrovia, il minerale veniva scaricata in silos scavati nella roccia impressionanti e da lì scivolava nella galleria inferiore dove, attraverso un immenso braccio meccanico, trasportava i minerali e si spingeva, nel vuoto, fino alla nave in attesa. Oggi l’uscita della galleria verso il mare è un incredibile balcone sul Mediterraneo.

 

 

L’ingegner Vecellio volle chiamare questo suo capolavoro con il nome della figlia di due anni. Flavia. Un ragazza sarda, piccola e brava, ci guida, con passo da velocista per la galleria.

All’imbocco della galleria zio Lello gestisce un prezioso ristoro e gioisce del via vai di turisti. Lo scorso anno, da qui, sono passati oltre settantamila visitatori. È il luogo più visitato dell’isola.

 

Fine. L’ostello di Masua, antico refettorio della miniera, è al completo. Anche se non vediamo nessuno in giro. Arriva Giuseppe, autista di Iglesias, Remo ha creato un buon rapporto con lui. Venti euro per riportarci a Nebida.

Ritorno al Mastazzeddu, buon ristorante di Nebida. Ci sono i trentini. Loredana mi manda un messaggio: ho prenotato per voi una visita alla galleria Henry a Buggerru. Amicizia. Supermangiamo: crostini con stracchino, pomodorini e salsiccia, culurgiones al sugo, melanzane arrosto con pomodori.  Due camminatrici torinesi mangiano con noi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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