Andrea Semplici
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Poggio Secco, dopo 36 anni, il dono di Costi

Il tempo del ‘dopo’…

Nel 1988, in un giugno, sono salito l’ultima volta a Poggiosecco (gli amici latinoamericani, soprattutto i messicani, lo chiamavano ‘pogioseco’ o ‘poyoseco’). Con me avevo il cordone ombelicale di Greta. Era appena nata. E mi avevano detto che se volevo che avesse la ‘voce canterina’ dovevo seppellirlo sotto un roso. A Poggiosecco c’era un roso che spuntava da un cespuglio di datura. La casa era abbandonata. Avevo con me una paletta di ferro. Smossi la terra.

Andando via, non mi voltai indietro. Non ero mai tornato da allora.

La nostra casa. Non c’erano i rampicanti

 

Via di Fattucchia, 48, era il nostro indirizzo

 

La luce di Poggiosecco

Ero salito a Poggiosecco, la prima volta, nei primi anni ’70. Là vivevano Federico, Vittorio, Francesco, Jimmy. Non so se ci fosse già Iutta. C’era anche Fiore. Qui si svolse una primo incontro ‘nazionale’ dei vegetariani. Io conoscevo Federico. Era il proprietario dell’A112 con la quale, nell’estate del 1972, avevano fatto il periplo del Mediterraneo occidentale. Poggiosecco era già una casa ‘famosa’ a Firenze. Se ne parlava molto fra i ragazzi che, senza nemmeno saperlo, erano figli di quella rivoluzione delle nostre anime e dei nostri corpi (desideri, sogni, voglie, pensieri) che fu il ’68. Era citata da una guida all’Italia Alternativa (non abbiamo mai capito chi fosse responsabile).

Dopo quel viaggio mediterraneo così importante per me, qualche volta salivo a trovare Federico. Poggiosecco era una grande casa colonica sulla cima di una magnifica collina coltivata a olivi. Vi si arrivava da una strada che si arrampicava dalle Cinque Vie in direzione di San Gersolè. Era una ‘comune’. No, non lo era, qui abitavano ragazzi, per lo più figli di una mediaborghesia fiorentina, poco più che ventenni, ansiosi di vivere ‘in modo diverso’. Andava così. Era bello.

Io, allora, ero, come sempre, in una ‘terra di nessuno’. Mio padre mi aveva trovato una piccola casa quasi nel centro di Firenze, accanto al suo studio di commercialista. Non fece in tempo a guidare la mia vita: morì a novembre del 1972. Io vivevo un po’ in giro. Cercavo senza cercarla una casa in campagna. Allora tutti volevano andare a vivere in campagna senza averne la benché minima idea.

Il vecchio fienile

Devo rimettere in ordine le date, e mi accorgo che sono le ragazze amate e le estati a stabilirne il ritmo. 1972, Mediterraneo, la costa occidentale del NordAfrica, 1973, Grecia e Turchia in A112, 1974, Europa (Parigi, Londra, Cornovaglia, Amsterdam, Copenaghen, Berlino, Monaco) in treno e autostop. Costanza, a Parigi dissi che avrei voluto vivere tutta la vita con lei, poi, a Londra, apparve Marina all’improvviso, mesi dopo, su in una tenda in Maremma, arrivò Caterina. Quindi questo vuol dire che sono salito a Poggiosecco nell’autunno del 1975? Possibile.

Allora stavo con Caterina. Aveva origini lunigianesi e amava la campagna. Un amore da ragazzi, ma arrivato dopo due storie per me importanti: era una passione ‘adulta’, almeno credo che lo pensassimo. Potevano andare a vivere assieme.

La mia vita è sempre stata decisa da una ‘casualidad’. In piazza San Marco, una mattina, incontro Federico. Io ero in sella alla mia antica Aermacchi. E lui mi dice: ‘È libera la casa accanto alla nostra. A Poggiosecco’. E mi dette il nome del commercialista che amministrava i beni della famiglia Canevaro, i duchi di Zoagli, proprietari dell’intera collina, nobiltà ligure e peruviana (una storia da raccontare). Non ricordo il nome di quel commercialista, ma allora sapevo chi era: un vecchio amico di mio padre. Mio padre che non c’era più. Ora so che mio padre, nel gioco delle casualità, mi aiutò a incontrare Costanza. Questo nome doveva tornare nella mia vita.

La stanza di Sandro S.

 

Per una volta tanto non ebbi esitazioni, l’amico di mio padre aveva uno studio in piazza Santissima Annunziata sotto il porticato di destra. Uno studio antico. Vi andai, salii le scale in pietra serena, sedetti su sedie-catafalco in legno nero e venni ricevuto da quell’uomo già allora era di un’altra era. Gli raccontai di Poggiosecco e chiesi se vi era la possibilità di affittare quella casa. Anche lui non ebbe alcun dubbio, credo per la forte amicizia che lo legava a mio padre, di me poteva fidarsi. Non so se mi rispose subito o mi richiamò nei giorni successivi. Ma mi affittò quella casa. 45mila lire al mese.

Non ricordo quando fu la prima volta che assieme a Caterina andammo a Poggiosecco, non ricordo chi ci dette le chiavi, ma l’amore per quella casa fu immediato. Era più o meno malandata, ma il grande camino, la cucina, le tegole, il roso, gli olivi erano bellissimi. Non importava se non c’era il bagno, se non c’era riscaldamento, se non c’era la possibilità di avere il telefono, se il paese di Grassina era a quasi un’ora a piedi di distanza. Per telefonare saremmo andati alla latteria, a tre chilometri di distanza, il bagno lo avremmo costruito. Senza porta. Anche a Matera, il bagno è senza porta.

Questa casa era diroccata

 

Ecco, sono tornato

Constanza, Costi, è arrivata nel 1981. Nel primo autunno. Arrivava dalla Colombia, aveva con sé l’indirizzo della casa di mia madre. Io ero appena tornato dal Messico, ero in un’onda latinoamericana e Costi mi chiese: Parli spagnolo?’.  Fu una ‘casualidad’ che mi trovò a casa di mia madre. Aveva bisogno di una casa a Firenze. La conoscevo da meno di un quarto d’ora, ma non ebbi alcun dubbio: ‘Abbiamo una stanza libera’. Allora a casa, a Poggiosecco, c’era solo Sandro. Proprio in quei giorni sarebbero venuti ad abitare anche Sandro ed Emilia. Caterina se n’era andata. Cercavo ancora di rimettere assieme la mia vita. Le dissi che la casa non aveva riscaldamento, che era in campagna, che l’autobus per Firenze era lontano. Il giorno dopo Costi arrivò con le sue poche cose. A Parigi le avevano rubato lo zaino. Ho un ricordo felice del suo arrivo.

Ricordo sempre le storie che cominciano, mai quando finiscono. Memoria selettiva, tengo con me le ‘cose belle’. A me sembra una dote. Meglio, un dono, una grazia.

L’antica casa ‘di sotto’ ristrutturata da Rino

 

Pochi giorni fa, il 23 aprile, primo anniversario della morte di Costi nella sua Colombia, sono arrivati a Firenze, due ragazzi. Vorrei dirne il nome, ma mi trattengo. Non ho domandato a loro. Sono venuti per passare il giorno in cui la loro madre ci ha lasciato nel luogo dove sapevano che lei era stata felice. Sono venuti a Firenze. E a Poggiosecco. Un luogo, una città, una casa che Costi ha sempre ricordato e dove voleva portare i suoi figli. Poggiosecco come un luogo libero. Di libertà.

Credo che i primi mesi che Costi passò a Poggiosecco, furono ‘duri’. Arrivarono suoi amici. Nacho, Clemencia. Sergio con una donna tedesca. Ricardo. Ho un ricordo luminoso di questa comunità.

La strada che conduce a Poggiosecco è rimasta intoccata. Ci sono sempre le buche nelle quali affondavamo. Dove io caddi in moto scontrandomi contro l’auto di Sandro S., bruciandomi il braccio destro. Ebbi un buon risarcimento dall’assicurazione. A volte credo che sono riuscito a vivere di risarcimenti.

L’arrivo alla casa

I due ragazzi camminano verso la casa. Questa campagna non è poi cambiata molto. Anche la casa mi appare la stessa. Restaurata, divisa, chiusa da cancelli. Ma non è cambiata. Uno dei due noci c’è ancora. Non c’è più il ciliegio, neanche il roso, ma ci sono bei rampicanti. Gli olivi sono in salute. Le travi sono le stesse. Il sotterraneo di Sandro è diventato una bella stanza. La casa diroccata ora ha una tettoia bellissima. Qui venivano i figli adolescenti di un contadino nostro vicino a nascondere, sotto uno zerbino, riviste pornografiche in bianco e nero. Ne spiavo i movimenti. Il fienile è diventata un’altra abitazione. L’aia è la stessa: qui, io e Sandro, festeggiammo il nostro trentesimo compleanno (1983, addirittura), avevano messo lucine come una Festa d’Unità, c’era anche un manifesto di Dolores Ibàrruri. Qui i musicisti di Ivan Della Mea vennero a suonare una sera che erano a Grassina. Qui ci baciammo.

La strada per la casa

Non si può arrivare a casa di Piero e Luigia. I due contadini che abbiamo amato. Era sotto la nostra. Con un altro Sandro, facemmo uno spettacolo teatrale su di loro. Piero era diventano Pierone. Il Masi, altro contadino, veniva a trovarli in bicicletta. Abbiamo fatto in tempo a vivere uno scampolo di un altro tempo. Come è bella Poggiosecco.

I due ragazzi camminano separati, vanno fra gli olivi, si siedono sull’erba. Cercano di immaginare. Credo che ognuno di noi nasconda un’emozione. Non ci sono lacrime, ma il cuore ha brividi. C’è una allegria leggera perché il tempo è stato generoso con noi, ci ha fatto vivere un buon tempo. Costi è con noi. La luce del pomeriggio è magnifica. Festeggia con noi.

La casa ‘di sotto’

 

L’aia ‘di sotto’. Qui le ragazze prendevano il sole e i vecchi contadini venivano a guardare. Il glicine non c’era.

Vorrei entrare in casa. Emilia saluta le persone che ora vi abitano, una coppia di mezza età, un’altra di gente più giovane. Io non ho il coraggio di chiedere, i cancelli rimangono chiusi, a casa ‘nostra’ non appare nessuno, solo due cani che ci abbaiano senza smettere mai. Troviamo un cammino che ci permette di aggirare la casa. Ecco, siamo nell’aia della grande casa ‘di sotto’, quella dove viveva Federico. Voglio andare a vedere l’aia, dove le ragazze andavano a prendere il sole a seno nudo e i vecchi contadini si schieravano su un poggiolo per vedere bene. Ora c’è un bel glicine nel suo splendore. Il forno non c’è più, c’è un’eleganza disordinata e bella. Esce un uomo. Ha la nostra età, una camicia a scacchi, occhiali leggeri, capelli lunghi, scarpe da contadino. E io saluto, spiego subito: ‘Abbiamo vissuto qui’. E lui: ‘Anche io’. Nei primi anni ’70. E allora riappaiono i nomi e le storie di Francesco e Vittorio, la pazzia di Jimmy. Il passato lontano che diventa un presente. Entriamo in casa. Costi ci ha ricondotto in questa casa, in questa campagna.

La grande cucina, il camino è stato ‘spostato’, girato di lato, c’è il passaggio che conduce a una grotta, ora, solo ora, ricordo. Ci sono perfino accenni di stalagmiti. Saliamo al secondo piano, la stanza in cui mi è capitato di dormire. Scopro che Rino, il vecchio abitante che ha avuto la fortuna di tornare in questa casa e di decidere che era la sua casa (è un architetto), abitava a pochi metri della casa della mia adolescenza a Firenze. Via Pier Capponi, 41. Lui al 44. Entrambi ricordiamo padre Maurizio e l’Itala Meucci. Il basket e piazza Savonarola. Padre Giuliano, quasi una complicità con Rino. Devo tornare a parlare con lui.

La ‘casa di sotto’

 

Rino nella ‘casa di sotto’

Luisa Canevaro, la nostra padrona di casa, con la quale combattemmo un leale battaglia contro lo sfratto, è morta lo scorso anno. Anche il duca è morto, trovo nel web le tracce che non ho mai cercato. Tracce che ho sempre ignorato. Chissà se Luisa ha mai conservato la lettera che le scrissi dove raccontavo dell’amore per questa casa nel giorno in cui la lasciavo.

A Poggiosecco ho visto bambini nascere, vecchi morire, ho amato molto, ho riso molto, pianto molto. Cucinato. Scritto molto.

Costi, mi ricordano Emilia e Sandro, tornò in Colombia nel 1983. Si portò dietro la bandiera italiana che sventolammo la notte in cui l’Italia vinse i mondiali spagnoli. Da allora l’ho rivista solo una volta. Uno dei suoi ragazzi ha trovato una vecchia cartolina accanto al computer di Costi. È del 1988, ed è illeggibile quanto le scrissi. Ma è l’immagine di una ragazza con alle spalle il mare e una bicicletta a fianco. Vi è scritto: ‘Vorrei che tu fossi qui’. Era la cartolina di un film.

Grazie, Costi, per aver mandato i tuoi figli a prenderci per mano. Non perdiamoci di vista.

 

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