I francobolli di Addis Abeba

Intermezzo (di fine viaggio).
Ambientazione: l’ufficio centrale di EthioPost sulla Churchill Road.
Protagonisti: io, Anna, una ragazza che mi appare come una giocatrice di basket, la donna dello sportello postale. Comprimari: l’uomo uscito dalle oscurità del Museo Postale e un poliziotto seduto in un gabbiotto.
La ricerca delle cartoline e dei francobolli è un gioco appassionante. E antico. Dovete avere pazienza, tenacia, resistenza. Il premio sarà la possibilità di diventare protagonisti di ‘scenette’ che sono uno spasso. Sentite questa, accaduta oggi.
Ultimi giorni della mia Etiopia. L’ufficio postale di Asayta, in Dancalia, dove compravo di solito i francobolli, è quasi crollato. Dove sarà finito l’impiegato di cui ero diventato quasi amico? Il rito della cartolina dall’antica capitale della regione degli Afar si è interrotto.
So dov’è l’ufficio centrale delle EthioPost. A metà della Churchill Road, di fronte al vecchio obelisco sormontato da una stella rossa. Solo che Addis Abeba è stata investita da uno tsunami urbanistico. Al posto di antichi quartieri ora c’è una foresta di grattacieli di mezza altezza e immensi stradoni. E poca gente in giro. Non ho più punti di riferimento. Fatichiamo a trovare il palazzo delle poste. Ci vorrà tempo per abituarmi.

Dopo un andirivieni per la Churchill, riusciamo ad arrivare alle EthioPost. Hanno un volto diverso da quello che ricordavo. So che c’è un museo postale: avranno le cartoline? Mi spingo fino a una sala buia, ci sono riproduzioni di francobolli protette da una vetrina. Emerge un uomo. Chiediamo delle cartoline. Vedo la perplessità dipingersi sul suo volto. Dice: ‘Finite’, Anna capisce qualcosa di amharico, e traduce, almeno ci prova. Si scusa: ‘Le hanno comprate tutte’. Poi ha una illuminazione, va dietro un bancone, sale su una sedia, tira fuori uno scatolone di cartone. Lo poggia sulla sedia, lo apre, rovista con calma e alla fine ecco un pacchetto di cartoline. Che nessuno ha voluto: orribili, quelle che piacciono a me, ma scarto quelle con immagini delle donne del Sud del paese a tette all’aria. Sono costretto a prenderne tre uguali. Cosa che non faccio mai.
Ora devo cercare i francobolli. Ritorniamo alla luce. Disturbo un poliziotto nel suo gabbiotto. E lui si scuote dal suo torpore e mi accompagna per dieci metri e poi indica una vetrata scorrevole. Il ‘grande’ ufficio postale. Una sfilata di sportelli. Un cartello avvisa: ‘Prendete il numero’, ma la donna che sorveglia l’ingresso mi dice: ‘Non importa’.
Vado a uno sportello, mi mandano a un altro. Solo donne dietro il vetro. C’è chi sta spedendo pacchi di spezze, berberè, curcuma e shirò. Una coppia sta mandando chissà dove una sorta di piccola insegna da bar e due tamburi. Una donna vestita di rosso allatta un bambino. Umanità. La mia impiegata veste un abito quasi tradizionale. Magra, piccola, anziana. Una collanina con pendagli al collo. C’è una bella ragazza, alta e robusta, accanto a me, anche lei con sacchetti di spezie da spedire. La donna della posta mi guarda.

‘Five stamps for post card’. La donna si guarda attorno, risponde in amharico: ‘Francobolli finiti’. Poi ci ripensa e tira fuori da un cassette i foglie dei francobolli. Non hanno l’indicazione del prezzo. Lei dice che occorrono 110 birr. Meno, molto meno di un euro. E comincia a contare i francobolli, me ne consegna quattro strisce. Con le raffigurazioni di una rana e di un pesce. E’ che sono venticinque rane e dieci pesci. E come le sistemo sulla cartolina, non vi è spazio per sette fra pesci e rane.
La donne delle poste capisce la mia difficoltà, si riprende i francobolli, ne stacca sette e mi insegna: li mette quasi uno sopra all’altro, un pesce che divora la rana, due rane che si difendono da una pesce. La donna è serissima, impegnata in questa costruzione, io e Anna non riusciamo a trattenere risate. La donna non cambia espressione, tira fuori una busta e ci porge i francobolli. ‘Vi ho fatto vedere come si fa’. E ritorna ai sacchetti delle spezie. La ragazza mi guarda con la severità che solo qui in Etiopia è possibile. Nemmeno una sorriso di fronte al siparietto che abbiamo messo in scena. Prendo la busta.

A casa a sera, mi dedico al collage dei francobolli, lascio spazi minuscoli per l’indirizzo e per i saluti. Mando una cartolina anche a me stesso. Voglio ricordarmi dell’impresa.



